giovedì 30 gennaio 2014

Chiapas: alcool in cambio di aiuti governativi


La Jornada – Giovedì 30 gennaio 2014
Hermann Bellinghausen. Inviato. Nuevo Jerusalén, Chis. 29 gennaio. Divisione all'interno delle comunità, perfino tra le famiglie. Promesse consumistiche ed offensive. Distribuzione di assegni. Condizionamento di programmi. Minacce velate e non tanto. Compreso gli inviati federali che promuovono il Fondo de Apoyo para Núcleos Agrarios sin Registro (FANAR, successore del Procede), che si presentano a negoziare offrendo bevande alcoliche, come è successo alla fine del 2013 a Joltulijá, una bella comunità con due lagune dal pericoloso potenziale turistico.
"Sono arrivati ad offrire alcolici ai commissari che li hanno rifiutati dicendo 'noi stiamo cercando di far smettere alla gente di bere e voi ci venite ad offrire alcool?' ", racconta un anziano della comunità. In maggioranza siamo in resistenza, ma qualcuno, alle nostre spalle, ha chiesto di ottenere titoli di proprietà al governo che vuole solo derubarci. La sua pressione è grande per l'interesse turistico della zona. Arrivano con funzionari pubblici e per spaventarci ci dicono che manderanno l'Esercito se non accettiamo. In effetti, era arrivato un distaccamento dell'Armata, ma di fronte al rifiuto degli indigeni si è ritirato.
Gli indigeni indicano come responsabili diretti di questa operazione, l'ispettrice agraria Rita Guadalupe Medina Septién e l'avvocato Juan René Rodríguez, entrambi della Procura Agraria di Ocosingo, accompagnati da funzionari del Registro Agrario Nazionale (RAN). Non sono stati ricevuti a in Arroyo Granizo, La Arena, San José Guadalupe e Limonar, mentre sono stati accolti a Nuevo Francisco León y Lacanjá Tzeltal, dove si sono recati ad ottobre. Al loro passaggio, i funzionar lasciano divisioni, a volte di false tinte religiose perché normalmente programmi vengono accettati da persone di confessione evangelica. Se quelli che si oppongono sono cattolici (e non pochi presbiteriani), le divergenze e gli scontri sono garantiti: Ci sono già stati conflitti, perfino tra fratelli. Si dividono le autorità ejidales. Si minacciano tra loro.
Si sono presentati a Nuevo Francisco León in settembre, "a parlare del FANAR, promettendo aiuti, crediti, ed anche se non abbiamo soldi, possiamo andare ai magazzini Elektra a comprare un frigorifero. 'Ne ricaverete molti benefici se accetterete i progetti del governo', ci dissero". 
La successione delle testimonianze ha la forza della reiterazione, la conferma del perché le comunità nella selva Lacandona nord rifiutano i procedimenti di titolazione e regolarizzazione agraria spinti dal governo. Molte di loro si trovano, almeno in parte, dentro la cosiddetta zona di contenimento della riserva dei Montes Azules. Per molti anni i governi hanno tentato di limitare i loro diritti territoriali, o di sottrarli. Basti dire che in questa zona ci sono anche numerose basi di appoggio zapatiste che respingono qualunque intromissione governativa, non accettano programmi e difendono il loro territorio.
 
Ma come dice una donna di Lacanjá Tzeltal, la pressione governativa è servita ad unire cattolici e presbiteriani, molti priisti hanno lasciato il partito a causa del FANAR. Non c'è accordo ma hanno già fatto i rilievi della terra che non è stata consegnata. Li possiamo ancora fermare. Molti si stanno pentendo. 
Gli inviati governativi dicono che le vecchie visure non sono più valide. Inoltre, condizionano visure e programmi, come il Procampo, all'accettazione del FANAR. Violano la Legge Agraria poiché senza convocare assemblee per l'approvazione del programma, implementano le regole del FANAR. Le loro azioni fuori della legge hanno causato divisioni. I ribelli di Nuevo Francisco León e Lacanjá Tzeltal hanno chiesto alla Procura Agraria il rispetto dei diritti agrari e che attraverso i programmi non si vada a cambiare il regime ejidale. http://www.jornada.unam.mx/2014/01/30/politica/020n1pol


 

mercoledì 29 gennaio 2014

] Caminando Colombia. Del corazón a la cabeza

 
 

29 gennaio 2014

 

Aggiornato il blog http://www.nuncamas.info

 

CaminandoColombia. Del corazón a la cabeza [VERSIONE DEFINITIVA]

 

·        Libro fotografico con immagini di Oscar Paciencia e testi di Periferia Prensa Alternativa. Edizioni Revista Pueblos, Periferia Prensa Alternativa

·        Il video promozionale

 

***se qualcuno avesse scaricato il precedente pdf, prego scaricare quello nuovo

 

Salut!

oscar paciencia


_______________________________________________
Ezln-it mailing list
Ezln-it@lists.ecn.org
http://lists.ecn.org/mailman/listinfo/ezln-it


 

martedì 28 gennaio 2014

Allarme sulla privatizzazione delle terre nel nord dellaSelva Lacandona

 
 

La Jornada – Martedì 28 gennaio 2014
Hermann Bellinghausen. Inviato. Palenque, Chis. 27 gennaio. Lo scontento scorre tra le comunità del nord della selva Lacandona per l'applicazione di programmi governativi che limitano l'uso delle loro terre, in particolare il Fondo de Apoyo para Núcleos Agrarios sin Registro (Fanar), che permetterebbe la privatizzazione dei poderi ed è promosso dal Ministero per lo Sviluppo Agrario, Territoriale ed Urbano, (Sedatu) e dalla Procura Agraria.
Perfino i grandi conglomerati filogovernativi della cosiddetta comunità lacandona (Nueva Palestina, tzeltal, e Frontera Corozal, chol) hanno manifestato il loro dissenso. Loro sono stati colpiti in particolare dal programma Redd Plus, ora concluso, ma che è servito per ottenere la loro firma, durante il governo passato, su una serie di impegni che di fatto impediscono loro di fare uso delle terre, un preambolo alla sottrazione delle terre.
Queste comunità, in particolare Nueva Palestina, hanno una lunga storia di violenze ed abusi contro decine di villaggi di diverse organizzazioni dentro la riserva dei Montes Azules e nella zona di contenimento, con l'episodio più grave, ma non l'unico, il massacro a Viejo Velasco Suárez nel 2006, ancora impunito benché due abitanti dell'ejido Nuevo Tila siano accusati dei fatti ed esistano mandati di cattura contro di loro, nonostante fossero compagni delle vittime. Secondo le organizzazioni indipendenti della zona, i veri responsabili sono abitanti di Nueva Palestina e membri del villaggio lacandone di Lacanjá Chansayab.
I ricatti allo stato dei paramilitari
Un indigeno, testimone del massacro che per ragioni di sicurezza conserva l'anonimato, descrive così la situazione: Chi sono quelli che ora chiedono giustizia e rispetto per il loro territorio? Sono gli indigeni privilegiati dal sistema corrotto del PRI e del PRD, semplicemente chiamati paramilitari dalle comunità. Sono stati utilizzati dallo stato per reprimere, ammazzare, sequestrare, far sparire e bruciare vivi chi ha posizioni politiche diverse, ma in fin dei conti tutti sono indigeni. 
Ed aggiunge: "Ogni volta che vogliono più potere e risorse ricattano lo stato. L'hanno fatto con Juan Sabines Guerrero, che ha elargito loro soldi a piene mani con la scusa di preservare la selva Lacandona. I lacandoni hanno ceduto le loro terre con il programma Redd Plus per 'servizi ambientali', in cambio di 2 mila pesos al mese. I vecchi comuneros hanno firmato l'accordo senza il consenso dei figli, ed ora questi esigono anche dei soldi.
"Non sappiamo che cosa vogliono, forse giustizia, ma dubitiamo che sia davvero così, piuttosto è una strategia per ottenere più soldi. Quanti milioni ha dissipato Pablo Salazar Mendiguchía per comprare le terre dei lacandoni? Quanti milioni ha saccheggiato Sabines allo stato per darli ai lacandoni per 'servizi ambientali'? Al governo servono i lacandoni, li utilizzano per giustificare i megaprogetti nella zona", sostiene. 
Durante un giro per la selva nord, La Jornada ha rilevato che questa situazione colpisce quasi tutte le comunità. La cosa nuova è che anche i fedelissimi del governo si sono scoperti in trappola. Quelli di Nueva Palestina ed i lacandoni sono conosciuti come paramilitari dei governi dalle comunità chol, tzeltal e zoque, dai tempi del presidente Luis Echeverría e del governatore Manuel Velasco Suárez, sostiene l'indigeno, membro dellaUnión de Comunidades de la Selva de Chiapas (Ucisech). 
I lacandoni ed i loro alleati hanno sempre ottenuto benefici ed immunità e vengono presentati come pacifici, conservazionisti, ospitali col turista, non sono rivoltosi, a differenza dei popoli che vivono nella zona di contenimento e sono considerati dal governo come invasori e ribelli perché difendono il loro territorio.


lunedì 27 gennaio 2014

Il coraggio e la dignità degli sfollati filozapatisti della Colonia Puebla

 

Il coraggio e la dignità degli sfollati filozapatisti della Colonia Puebla

Nel territorio de Los Altos del Chiapas - Mexico, un gruppo di indigeni in resistenza contro il governo messicano sta dando una prova esemplare di coraggio e dignità. Sono indigeni tzotzil, in maggioranza di religione cattolica e aderenti alla Società Civile Las Abejas, sfollati dalle loro case della Colonia Puebla nel municipio di Chenalhó, costretti 5 mesi fa a lasciare le loro case e che, in questi giorni, sono tornati nel loro villaggio per raccogliere i frutti ormai maturi dei loro cafetalese poter andare avanti a vivere dignitosamente con i proventi della vendita del caffè raccolto.

Si tratta di 17 famiglie, composte da un centinaio di persone che, dal mese di agosto del 2013, dopo essere state costrette a fuggire dalle loro case, sono stati accolte dagli abitanti del villaggio di Acteal. Non è la prima volta che Acteal accoglie sfollati. Nel 1997 offrì rifugio a centinaia di basi di appoggio dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). I loro villaggi erano stati distrutti dall'esercito messicano e dalle bande paramilitari. La risposta delle autorità militari e governative fu di una incredibile ferocia: il 22 dicembre di quell'anno i paramilitari entrarono nel villaggio di Acteal e massacrarono 45 indigeni mentre pregavano nella loro piccola chiesa.

Le famiglie tzotzil di Puebla, sfollate in Acteal, si trovavano ormai in una situazione di emergenza alimentare e hanno così preso la decisione di non lasciare che la prepotenza e l'ingiustizia continuasse a prevalere nel proprio villaggio. Così, il 17 di gennaio, sono tornati alle loro case accompagnati dal Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (Frayba) e 34 osservatori messicani e internazionali. Gli osservatori che ogni mattina accompagnano le famiglie ai loro cafetalesper raccogliere il caffè rimarranno fino al 27 di gennaio. Non è ancora chiaro se il ritorno potrà essere definitivo. Il 27 gennaio gli stessi sfollati valuteranno se rimanere nel villaggio o tornare nei loro rifugi di fortuna in Acteal.

Ma perché nella Colonia Puebla le famiglie cattoliche erano state cacciate?

Le ragioni radicano profondamente nella guerra che il governo messicano scatenò contro le domande avanzate dall'EZLN il 1° gennaio del 1994. Oltre a bruciare, distruggere e bombardare i villaggi che si ritenevano appoggiassero l'EZLN, oltre a organizzare e dirigere le bande paramilitari, l'esercito messicano, seguendo i consigli di tattica controinsurrezionali del Pentagono, non ha mai trascurato la guerra ideologica. In un primo tempo gli zapatisti venivano descritti come guerriglieri provenienti dal Guatemala, poi come banditi cercando sempre di confondere i veri connotati del conflitto.

L'invasione spagnola e la colonizzazione del continente americano non sono mai riuscite a vincere la dignità e lo spirito ribelle delle popolazioni indigene del continente americano. In Chiapas le conversioni forzate al cattolicesimo hanno prodotto tra gli indigeni una fede religiosa sincretica che alla fine del secolo scorso si era avvicinata alla teologia della liberazione per il suo messaggio di protagonismo e riscatto dei poveri e costruzione di un mondo di libertà e giustizia. Aveva anche favorito un movimento indigeno per il recupero delle terre sottratte agli indigeni prima dal colonialismo e poi dal capitalismo. La religione che in altre parti del mondo è sempre servita come strumento di dominio dei poveri qui favoriva il movimento anticapitalistico e di riappropriazione delle terre da parte di indigeni e contadini.

È così che fin dagli anni '70 un esercito di predicatori evangelici spesso provenienti dagli USA e riforniti di adeguate risorse finanziarie hanno cambiato la geografia dell'appartenenza religiosa in Chiapas. Si sono così diffuse una miriade di chiese evangeliche nella grandissima maggioranza rispettose delle autorità statali e politiche locali: un rispetto che si fonda sulla convinzione che ribellarsi alle autorità equivale a ribellarsi a dio e che favorisce l'uso della fede religiosa come supporto al potere del cacicco locale e dei partiti politici.

Per convincere l'opinione pubblica che il conflitto nell'Ejido Puebla è un conflitto a carattere religioso il governo ha anche inviato a Puebla un rappresentante del Ministero per i probIemi religiosi. Che il conflitto in atto non abbia nulla a che vedere con la religione lo dimostra il fatto che almeno due delle famiglie perseguitate sono di religione battista ma soprattutto perché tutto è cominciato con la scarcerazione e il ritorno alla Colonia Puebla dei paramilitari che parteciparono al massacro di Acteal. Subito dopo il massacro i movimenti nazionali e internazionali costrinsero il governo a celebrare un processo nel quale, pur senza mai coinvolgere gli autori intellettuali e i mandanti del massacro, un centinaio di paramilitari vennero condannati a vari anni di detenzione. Poco a poco questi vennero liberati. Alcuni di questi tornarono alla Colonia Puebla tra cui Jacinto Arias, pastore evangelico che, nel 1997, utilizzò le decime che mensualmente versavano i fedeli della sua chiesa, per comprare le armi che sarebbero servite a massacrare gli indigeni nella chiesetta di Acteal.

Il ritorno di Jacinto Arias e degli altri paramilitari segna così la ripresa, due anni fa, del conflitto nella Colonia Puebla. Il pastore con le sue prediche incendiarie e mettendo i suoi uomini più fedeli nei principali incarichi di governo dell'ejido ha cominciato a impedire, nell'aprile del 2013, che si potesse ricostruire la piccola chiesa cattolica facendo sequestrare il terreno antistante. Nel luglio dello stesso anno alcune donne dell'ejido accusavano problemi intestinali e l'ex paramilitare ne approfittò per accusare due famiglie zapatiste di aver avvelenato l'acqua. Gli zapatisti vennero presi, torturati e imprigionati e le autorità impedirono che l'acqua fosse analizzata. Le donne che avevano accusato i supposti sintomi di avvelenamento vennero portate all'ospedale di Yabteclum, la cittadina più vicina all'Ejido Puebla dove la diagnosi dei medici escludeva categoricamente l'avvelenamento. Il referto dei medici venne tenuto nascosto e l'accusa di avvelenamento fu estesa agli zapatisti e a tutti i cattolici del villaggio. Un indigeno di religione battista che si opponeva alle false accuse venne torturato e imprigionato. Il fatto venne subito denunciato con due comunicati dalla Giunta del Buon Governo di Oventic.

Poco dopo le autorità svuotarono i depositi di acqua dell'ejido per far salire la rabbia della gente che scatenò così un vero e proprio progrom contro i cattolici e gli zapatisti. Quando padre Manuel, parroco di Chenalho e sostenitore delle rivendicazioni indigene e degli zapatisti si recò nel villaggio per tentare una riconciliazione venne aggredito, sequestrato e chiuso in una latrina. Il giorno dopo, una volta che il prete poté lasciare il villaggio, l'edificio della chiesa venne distrutto dopo aver diffuso tra la gente una nuova ridicola menzogna: nelle pareti della chiesa i cattolici avevano nascosto un tesoro sottratto all'ejido. La casa delle riunioni vicino alla chiesa venne incendiata e le case dei cattolici e degli zapatisti assediate e fatte segno di pietre e colpi di arma da fuoco. Sottoposti a una pressione drammatica il 20 agosto 2013, zapatisti e cattolici dovettero lasciare il villaggio. I cattolici si rifugiarono ad Acteal.

Alla fine di agosto i cattolici, insieme al Frayba organizzarono una carovana per il rientro degli sfollati nelle proprie case ma, prima ancora di raggiungere Puebla, vennero fermati, circondati e fatti segno di intense sassaiole, da parte dei un centinaio di giovani organizzati da un adulto vicino ai paramilitari. La carovana con gli sfollati dovette rientrare a Acteal dove sono rimasti fino al 17 di gennaio.

Con il ritorno alla Colonia Puebla per la raccolta del caffè gli sfollati chiedono innanzi tutto che si creino le condizioni di sicurezza per il ritorno alle loro case, la restituzione del terreno sequestrato antistante la chiesetta e la dichiarazione formale del commissario ejidale che l'accusa di avvelenamento era una menzogna.

Mentre si scrivono queste note la raccolta del caffè è in corso e gli osservatori seguono accompagnando gli sfollati nei cafetales e vivendo nelle loro case.

Ma la presenza degli osservatori non è sufficiente a pacificare la situazione nell'ejido. Nei primi giorni, durante la notte, si sono sentiti spari di fucile vicino alle case degli sfollati, insulti e provocazioni sono state rivolte con frequenza agli sfollati mentre si recavano ai loro cafetales, il commissario ejidale ha continuato a fabbricare false accuse contro i cattolici e gli osservatori al fine di infuocare ancora di più il clima di tensione e odio.

Le autorità politiche messicane oltre a continuare a proteggere i paramilitari tentano di far credere di lavorare per la pacificazione. Ma lo fanno con i soliti metodi. In questi giorni ci sono state le visite del segretario di stato Oscar Ramirez Aguilar, del governatore Manuel Velasco ma solo per scattare le solite foto di circostanza e per riempire i quotidiani locali di menzogne. Il sindaco di Chenalhó ha anche tentato di offrire denaro ai portavoce degli sfollati. La risposta degli sfollati alle visite delle autorità politiche è sempre stata ferma e degna rifiutando il denaro del governo e chiedendo che piuttosto si compia la vera giustizia.

L'ingiustizia che oggi soffrono gli indigeni filozapatisti della Colonia Puebla trova le sue basi nell'impunità per politici, per militari e paramilitari responsabili del massacro di Acteal. La giustizia invece che chiedono gli sfollati di Puebla è quella del rispetto dell'autonomia, della costruzione di una vera democrazia che, come insegnano le giunte del buon governo zapatiste e maestri e Votán nelle ultime tre sessioni della escuelita zapatista, lascia fuori partiti e politici dalle comunità e crea strutture affinché indigeni e contadini nelle campagne e, in generale, la gente semplice in tutto il mondo possa governarsi e prendere autonomamente le proprie decisioni di governo.
 

 Gianfranco, osservatore di Ya Basta Milano nella Colonia Puebla

San Cristóbal de Las Casas, 25 gennaio 2014

 Foto e notizie alla pagina http://caravanapuebla.wordpress.com/


 

giovedì 16 gennaio 2014

Ejidatarios di Tila denunciano una vasta operazione disottrazione di terreni

 
 

La Jornada – Giovedì 16 gennaio 2014
Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 15 gennaio. L'ejido di Tila, nella zona nord dello stato, denuncia una vasta operazione di sottrazione di terreni ejidales nella città di Tila (dove si trova una parte delle loro terre), guidata dal governo municipale e da alcuni leader di commercianti privi di diritti ejidales, e perfino non residenti in città. Gli organi di rappresentanza ejidale, aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, hanno rivolto la loro protesta alla giunta di buon governo zapatista Nueva semilla que va a producir, nel caracol cinque della Zona Nord, ed al comando dell'EZLN.
Gli ejidatarios denunciano che, con l'appoggio del governo dello stato, il presidente municipale, Limberg Gregorio Gutiérrez Góme,z ed un piccolo gruppo di venditori ambulanti dipendenti della CROC, provenienti da alcune comunità e guidati da Jesùs Gilberto Gutiérrez Pérez, vogliono sottrarre parte dell'ejido per costruire un centro commerciale senza il consenso dell'assemblea generale, violando così gli articoli 22, 23 e 43 della Legge Agraria.
Gli ejidatarios chol sottolineano: Qualunque atto che abbia per oggetto alienare, prescrivere o sequestrare queste terre sarà nullo, le nostre terre sono inalienabili, imprescrittibili ed insequestrabili. Questo presunto centro commerciale secondo loro è per dare un aspetto migliore al paese, ma è solo per i loro interessi privati e quello che vogliono è creare conflitto tra i contadini che non vogliano avere niente a che fare col malgoverno. Quello che viene dal governo non è sviluppo ma sfruttamento, schiavismo e discriminazione.
Accusano il consigliere comunale, Gutiérrez Pérez, ed altro piccolo gruppo di venditori ambulanti guidato da Vicente Ramírez Jiménez, di qualunque scontro possa sorgere. Gli ejidatarios si dichiarano proprietari delle terre; solo loro possono deciderne l'uso nell'assemblea generale degli ejidatarios. Riferiscono che il consigliere comunale ed il sindaco municipale Sandro Abel Estrada Gutiérrez, il primo ottobre scorso hanno firmato un accordo con un ridotto gruppo di commercianti, senza il consenso almeno di tutti i commercianti della zona, per effettuare lo sgombero.
Il primo gruppo di venditori, senza alcuna attribuzione legale, si è già messa contro la popolazione. Alla festa del Corpus Cristi, a maggio, erano diventati violenti quando la commissione agraria nominata dall'assemblea generale aveva distribuito gli spazi del commercio ambulante. Gli ejidatarios avvertono che non scambieranno le loro terre con opere o regalie. Ciò nonostante, il 10 dicembre, il municipio ha presentato il plastico di un'ipotesi di centro commerciale dicendo che comunità e governo avrebbero lavorato insieme. Il sindaco non rispetta mai i popolo e tanto meno le leggi e sta esercitando le sue funzioni in un territorio ejidale senza averne la competenza.
Aggiungono che hanno vinto una causa (fascicoli 259/1982 e 723/2000), ma i filogovernativi continuano a derubare l'ejido senza essere portati in giudizio, perché quelli che applicano la giustizia sono gli stessi corrotti che appoggiano il migliore offerente. Il governo di qualunque livello, deve rispettare le nostre forme di vita, proteggere i diritti e consultarci ogni volta che sia necessario sulla destinazione d'uso delle nostre terre. Siamo orami stanchi che non succeda niente e che questi non vengano processati. I commercianti che hanno firmato gli accordi non sono ejidatarios, ed anche se lo fossero, tutto deve avvenire dietro accordo dell'assemblea generale che è la massima autorità.
Gli indigeni si dichiarano in allerta massima. Dicono che difenderanno le loro terre ad ogni costo; se toccano una parte dell'ejido, toccano tutti gli ejidatarios. http://www.jornada.unam.mx/2014/01/16/politica/018n1pol
 


 

venerdì 10 gennaio 2014

Gianni Proiettis: 20 (30) anni di zapatismo. Riflessionie critiche sulla lunga lotta per la democrazia

> 20
> (30) anni di zapatismo. Riflessioni e critiche sulla lunga lotta per la
> democrazia
> Gianni Proiettis - 1 gennaio
> 2014
> La sfortuna del Messico si è aggravata negli
> ultimi anni. La presidenza di Felipe Calderón (2006-2012), con la sua
> ostinata
> e fallimentare guerra al narcotraffico, ha insanguinato il paese con
> decine di
> migliaia di morti, consegnando gran parte del territorio e dei tre livelli
> di
> governo - federale, statale e municipale - al controllo dei cartelli della
> droga.
> Il primo anno di governo di Enrique Peña Nieto,
> che con elezioni comprate ha restaurato la presidenza imperiale del PRI
> (il
> Partito Rivoluzionario Istituzionale che ha dominato lo Stato tra il 1929
> e il
> 2000), invece di combattere la violenza e garantire la governabilità, come
> aveva promesso, è stato impegnato a privatizzare il petrolio, un tabù
> nella
> coscienza dei messicani fin dalla sua nazionalizzazione nel 1938 voluta
> dal
> presidente Lázaro Cárdenas con l'appoggio popolare. Peña Nieto, legando in
> un
> patto politico gli altri due grandi partiti (PAN, Partito di Azione
> Nazionale,
> della destra clericale, ed il PRD, Partito della Rivoluzione Democratica,
> ex
> centro-sinistra), è riuscito ad imporre alcune riforme fiscali e della
> scuola
> di stampo ultraliberista, addomesticando così l'opposizione.
> L'opinionista Luis Hernández Navarro scrive:
> "Tra le élite messicane soffiano venti simili a quelli di vent'anni fa.
> Come
> oggi succede ad Enrique Peña Nieto, allora Carlos Salinas de Gortari si
> sentiva
> invincibile. Il suo progetto di riformare il Messico in maniera
> autoritaria e
> verticale avanzava senza grandi ostacoli e veniva presentato come il
> superamento di miti e atavismi storici. Aveva posto le fondamenta del
> potere
> transessennale. I suoi indici di gradimento presso l'opinione pubblica
> erano
> alle stelle".
> Quando vent'anni fa, all'alba del Nuovo Anno
> 1994, sei città del Chiapas, tra le quali la città coloniale e turistica
> di San
> Cristóbal de Las Casas, si svegliarono occupate dall'Esercito Zapatista di
> Liberazione Nazionale, il mondo intero fu scosso dalla notizia.
> Ma quell'avvenimento, che sembrava uscito dalla
> penna di un maestro del realismo magico, oscurava un fatto non meno
> sorprendente: un esercito donchisciottesco di indios armati di machete,
> vecchie
> carabine 30-30 della Rivoluzione e fucili di legno - che, nelle parole
> dello
> scrittore Carlos Fuentes, "fecero centro nel cuore della nazione" - era
> riuscito ad organizzarsi e crescere nel più assoluto segreto, niente meno
> che
> per un decennio, nelle profondità della Selva Lacandona. L'atto di nascita
> dell'EZLN porta la data del 17 novembre 1983.
> Mentre la clandestinità dei suoi militanti è una
> condizione abituale tra le formazioni guerrigliere, non è usuale
> incontrare
> guerriglie assolutamente segrete e sconosciute perfino nel nome. Quella fu
> la
> prima di una serie di sorprese.
> Era dal 1840, quando in un prezioso libro di
> viaggi alla moda ottocentesca, Incidenti di Viaggio in America Centrale,
> Chiapas e Yucatan, John L. Stephens e Frederick Catherwood descrissero ed
> illustrarono la regione maya del sudest del Messico, che il nome Chiapas
> non risuonava nelle orecchie dell'Occidente. All'alba del 1994 gli
> zapatisti -
> non utilizzo il termine "neozapatisti" perché implica una frattura mai
> avvenuta: Emiliano Zapata non ha mai smesso di cavalcare nella coscienza
> dei
> messicani - mostrarono al mondo molte cose che erano rimaste invisibili,
> intrappolate tra le pieghe della storia.
> Per esempio, che la Rivoluzione del 1910 non era
> mai passata per il Chiapas, poiché l'oligarchia gattopardesca dei
> proprietari
> terrieri da sempre aveva scelto di stare dalla parte dei vincitori. Che
> più di
> un milione di indios maya, ormai alla fine del XX° secolo , continuava a
> sopravvivere in condizioni di estrema miseria, emarginazione e
> sfruttamento,
> simili a quelle descritte nei romanzi di Rosario Castellanos e B. Traven.
> Che
> la firma del Trattato di Libero Commercio con Canada e Stati Uniti, col
> quale
> Salinas de Gortari voleva portare il Messico nel primo mondo, aveva spinto
> centinaia di comunità indigene ad intraprendere la strada di una guerra
> "disperata ma necessaria"- come l'ha definì il Subcomandante Marcos -
> precipitando così in una crisi di dimensioni storiche.
> Pochi sono riusciti a descrivere questa frattura
> sociale, paragonabile per profondità solo al trauma della Conquista, come
> Ana
> Esther Ceceña:
> "Il 1º gennaio 1994 è il giorno in cui il terzo
> millennio irrompe in Messico. Speranze e disperazioni si annunciano nel
> confronto tra due distinti orizzonti di civiltà: quello della costruzione
> dell'umanità e quello del neoliberismo. Il soggetto rivoluzionario, il
> portatore della resistenza quotidiana e silenziosa che si rende visibile
> nel
> 1994, è molto diverso da quello tracciato dalle teorie politiche
> dominanti. Il
> suo posto non è la fabbrica ma le profondità sociali. Il suo nome non è
> proletariato ma essere umano, il suo carattere non è quello di sfruttato
> ma di
> escluso. Il suo linguaggio è metaforico, la sua condizione indigena, la
> sua
> convinzione democratica, il suo essere, collettivo".
> A livello politico e ideologico, ma anche a
> livello personale, lo zapatismo ha fatto venire il mal di testa a molti.
> In
> particolare tra gli "orfani" del 1989. Fin dal primo momento si è rivelato
> una
> nuova, grandiosa utopia, degna di esistere almeno come fermento della
> coscienza
> umana. L'ultimo, grande umanesimo includente che si attrezza per sfuggire
> alla
> voragine dall'annichilimento, verso cui lo sospinge la locomotiva
> liberista.
> Una legione di lillipuziani che reclamano il diritto di esistere. Il primo
> esercito di liberazione che non lotta per la presa del potere, ma "si
> accontenta" di instaurare la democrazia. Che non si proclama avanguardia
> ma
> compagno della società civile. L'unico esercito che aspira a deporre le
> armi ed
> i passamontagna sperando che non siano mai più necessari.
> Il cortocircuito amoroso tra gli zapatisti del
> Chiapas ed i democratici di tutto il mondo è stato folgorante ed
> universale.
> Non trovo esempio migliore per spiegare il neologismo "glocale" che quello
> degli zapatisti: un fenomeno completamente locale, generato dalle
> condizioni
> specifiche di un territorio e di una situazione, che attira l'attenzione
> del
> villaggio globale - e contribuisce al fronte antagonista – per molto
> tempo. E
> che sfrutta le nuove tecnologie.
> In Internet rimbalzano le parole d'ordine di una
> nuova utopia che, a differenza di quella di Thomas More, trova rapidamente
> posto nella coscienza collettiva: "comandare obbedendo", "un mondo dove
> stanno
> molti mondi", "camminare domandando". Lo zapatismo infiamma gli animi dei
> giovani rivoluzionari che vedono un nuovo Che nel sub Marcos, e stupisce i
> vecchi rivoluzionari che osservano
> come una bestia rara "un movimento armato che non ha come riferimento lo
> Stato
> ma la società."
> Lungi dal rappresentare una sorta di teologia
> della liberazione rifritta e condita con i residui ideologici delle
> guerriglie
> latinoamericane sconfitte - secondo la prima, spietata definizione di
> Octavio
> Paz, che poi ha rivisto la sua posizione - lo zapatismo ha dimostrato una
> capacità di adattamento al cambiamento delle circostanze che molte
> organizzazioni politiche vorrebbero avere. È una risorsa preziosa, affine
> al
> miglior situazionismo del 1968 - quello della "immaginazione al potere" -
> inscritto nel suo codice fin dalla nascita, quando un piccolo gruppo di
> guerriglieri scombinati - già abbastanza démodés per gli anni Ottanta -
> decide di acculturarsi alle fonti del sapere autoctono, apprende il
> funzionamento della democrazia comunitaria, basata sulla ricerca del
> consenso
> più che sull'imposizione della maggioranza, ed acquisisce una nuova
> visione,
> dove l'uomo non è più un mezzo ma il fine e la terra non una proprietà ma
> la
> madre.
> È così che nascono i principi zapatisti di
> "comandare obbedendo" e di "tutto per tutti, niente per noi". Mentre gli
> undici
> diritti rivendicati dalla loro lotta - lavoro, terra, casa, alimentazione,
> salute, educazione, autonomia, libertà, democrazia, giustizia e pace - non
> sono
> mai ammainati, le strategie per conquistarli subiscono varie rettifiche.
> L'EZLN
> ha dato prova di un grande istinto di sopravvivenza - l'alternativa
> sarebbe
> stata un'autoimmolazione testimoniale - e cessò il fuoco offensivo contro
> l'esercito federale dopo dodici giorni di combattimenti, rispettando un
> esplicito mandato della società civile che, il 12 gennaio 1994, inondò le
> strade di Città del Messico e di molte altre città per fermare il
> conflitto.
> In questi vent'anni, gli zapatisti hanno
> realizzato due consultazioni, mobilitando più elettori delle consultazioni
> governative. In entrambi i casi, la società civile che simpatizza con gli
> zapatisti, ha spinto per la loro entrata nell'arena politica, cosa che
> hanno
> fatto solo parzialmente, restando un esercito.
> La mancanza di conformità al mandato popolare
> non si deve tanto alla cattiva volontà dell'EZLN, quanto a vari fattori
> convergenti. Sebbene, dopo la prima consultazione dell'agosto 1995, gli
> zapatisti si fossero dichiarati favorevoli alla "costruzione di una forza
> politica
> non di partito, indipendente e pacifica", il governo - e con gli ultimi
> cinque
> presidenti concordi - non ha mai permesso loro di deporre le armi
> attraverso
> una doppia politica di dialogo e accordi da una parte, e di costante
> militarizzazione del Chiapas - con tutte le piaghe che questa implica -
> dall'altra.
> Nella primavera del 1995, mentre il Congresso
> votava una legge di concordia e pacificazione che riconosceva agli
> zapatisti
> impunità e diritto di esistenza, il presidente Zedillo li faceva sedere al
> tavolo
> del dialogo di San Andrés, che si concluse nel 1996 con la firma degli
> accordi
> mai rispettati dal governo.
> Durante tutto il periodo del dialogo di San
> Andrés, che rappresentò un momento di incontro e collaborazione tra indios
> ribelli e intellighenzia progressista, che stabiliva una saldatura inedita
> nella storia del Messico, il governo occupò militarmente il Chiapas,
> scomponendo il suo tessuto sociale, formò e protesse gruppi paramilitari
> lanciandoli a massacri tristemente celebri come quello di Acteal,
> seminando il
> terrore e provocando decine di migliaia di sfollati, rifugiati interni
> abbandonati alla carità internazionale.
> Se hanno dovuto resistere agli assalti di
> un'economia di guerra - basti solo pensare allo sconvolgimento del ciclo
> agricolo provocato dalla militarizzazione della Selva Lacandona e ad altre
> conseguenze devastanti come la prostituzione, le malattie, l'alcolismo,
> l'inquinamento, la nascita di lavori umilianti e malpagati, la divisione
> nelle
> comunità, etc. - gli zapatisti, d'altra parte, hanno potuto contare in
> questi
> due decenni sulla solidarietà concreta della società civile nazionale e
> internazionale e con un continuo, prezioso scambio di esperienze.
> A partire dal 1995, quando il Centro dei Diritti
> Umani Fray Bartolomé de las Casas, fondato dal vescovo Samuel Ruiz Garcia,
> e
> poi la ONG Enlace Civil cominciarono ad organizzare accampamenti di
> osservatori
> internazionali nella zona di conflitto, decine di migliaia di giovani di
> tutto
> il mondo si sono alternati nelle comunità zapatiste della Selva Lacandona.
> Alcuni portavano il frutto di collette di quartiere, altri il mero lavoro
> manuale, tutti condividevano un periodo, breve ma intenso, di immersione
> nella
> vita delle comunità. Un doppio apprendistato, un arricchimento mutuo, che
> è
> servito tanto agli zapatisti come una finestra sul mondo, quanto agli
> internazionali, come un'esperienza utile e positiva. Ed ha aiutato a
> contenere
> la guerra sporca dell'esercito federale al prezzo, accettabile, di alcune
> decine di espulsioni.
> Secondo stime locali, la presenza più
> significativa di stranieri in tutti questi anni è stata quella degli
> italiani,
> seguiti - in ordine approssimativo di importanza - da spagnoli, baschi,
> statunitensi, francesi, norvegesi, tedeschi, svizzeri, canadesi,
> giapponesi,
> argentini, brasiliani, portoghesi ed un lungo eccetera. Molti di loro
> hanno
> partecipato a progetti di cooperazione che vanno dall'educazione alla
> salute,
> alla commercializzazione di caffè ed artigianato, all'alimentazione ed
> agricoltura biologica, fino all'installazione di stazioni radio in FM.
> Il fatto che gli zapatisti non abbiano ancora
> potuto deporre le armi, arroccati nell'autodifesa e la protezione delle
> comunità, non ha impedito i tentativi, fino ad ora falliti, di costruire
> un "braccio
> civile". Del Fronte Zapatista, creato nel gennaio del 1996, la cosa
> migliore
> che si possa dire è che non ha soddisfatto le aspettative. Se la speranza
> dell'EZLN era di dotarsi di un futuro braccio politico, questa speranza è
> andata delusa.
> Molto più di successo si è rivelata la pratica
> dell'autonomia, il processo di autogoverno e gestione del territorio delle
> comunità zapatiste. Dopo l'infame tradimento istituzionale nel 2011,
> quando i
> tre poteri dell'Unione hanno eretto un muro al riconoscimento storico dei
> popoli originari, beffando con una legge-truffa l'entusiasmo popolare che
> aveva
> accompagnato la grande marcia nella capitale – "la marcia del colore della
> terra" del marzo del 2001, la più importante manifestazione antirazzista
> nella
> storia del Messico, secondo Carlos Monsivais - gli zapatisti hanno optato
> per
> la pratica dell'autonomia senza chiedere permesso a nessuno e l'hanno
> formalizzata nell'agosto del 2003 con la nascita dei Caracol, veri
> organismi di autogoverno regionale.
> Simbolo del procedere lento ma sicuro dei gasteropodi,
> rappresentazione della spirale della vita e del processo di uscita/entrata
> dell'informazione, i Caracol sono le sedi delle cinque Giunte di Buon
> Governo, che coordinano l'amministrazione dei municipi autonomi zapatisti.
> È
> alle Giunte che devono rivolgersi, da un decennio, tutte le organizzazioni
> che
> vogliono presentare nuovi progetti di cooperazione. Sono queste che
> orientano
> la società civile in quanto alle priorità.
> Le Giunte di Buon Governo rappresentano un passo
> avanti nell'esercizio dell'autonomia che gli zapatisti non hanno mai
> smesso di
> praticare, confermando che la loro vera sfera d'azione è sociale e
> politica più
> che militare, e si fonda sull'organizzazione autonoma delle comunità.
> All'EZLN non ci sono molte critiche costruttive
> da fare. I pochi errori commessi nei suoi vent'anni di vita pubblica -
> come la
> sfortunata polemica tra Marcos ed il giudice Garzón - sono stati
> corretti brillantemente. Il lungo silenzio adottato in più di un'occasione
> di
> fronte alla verbosità del potere, ha espresso dignità - un valore che gli
> zapatisti hanno rivissuto a costo di grandi sacrifici - ma si è rivelato
> controproducente sul piano politico, dove ogni spazio lasciato libero è
> occupato da altri.
> Le attuali posizioni del massimo stratega
> zapatista, che attacca frontalmente ad ogni occasione il candidato "dei
> poveri"
> Andrés Manuel López Obrador, per due volte spogliato della presidenza con
> la
> frode, hanno prodotto un certo sconcerto e malessere nella sinistra che si
> sente scossa da posizioni tanto radicali.
> "È la vecchia storia della sinistra che si fa
> male da sola, dividendosi senza necessità", afferma la scrittrice Elena
> Poniatowska, che, sebbene zapatista "de
> hueso colorado", appoggia la candidatura di López Obrador e collabora con
> lui in ambito culturale. "Anche se tentano di squalificarlo come
> populista,
> Obrador è un uomo onesto e ben intenzionato", sostiene la scrittrice, "una
> vera
> rarità nella politica messicana". Attualmente Amlo, come è conosciuto
> Andrés
> Manuel López Obrador, si sta riprendendo da un recente infarto e sta per
> vedere
> riconosciuto legalmente il suo nuovo partito, il Morena (Movimento di
> Rigenerazione Nazionale).
> Ci sono altre critiche - tutte costruttive - da
> fare al leggendario subcomandante. La sua politica di alleanze non sempre
> è stata fortunata, portandolo a relazionarsi con "amici" opportunisti e a
> lasciare da parte molti alleati di valore non considerandoli politicamente
> importanti. Non hanno suscitato grandi applausi nemmeno la mancanza di
> riconoscimento di Evo Morales, che rappresenta in ogni caso un grande
> avanzamento per il movimento indigeno continentale, né gli attacchi
> all'opportunista Partito della Rivoluzione Democratica, nominalmente di
> centro-sinistra ma troppo intelligente per accordarsi col potere.
> Etichettare il
> PRD come "un partito di assassini", senza distinguere i leader dalle basi,
> a
> molti è sembrato eccessivo.
> Tuttavia, le iniziative sorprendenti, come sono
> state recentemente le "escuelitas
> zapatistas" - un tentativo di socializzare l'esperienza dello zapatismo
> chiapaneco - oltre a rilanciare l'immagine di un leader carismatico come
> il sub
> Marcos, che inoltre è un ottimo stratega, una notevole penna ed un vero
> ponte tra due mondi, hanno fatto riprendere quota ai ribelli col
> passamontagna.
> Fino a riservare loro un posto particolare nel movimento
> "antiglobalizzazione"
> che dopo le manifestazioni di Cancún nel 2003 ha iniziato a chiamarsi
> altromondista.
> Agli zapatisti, che si simpatizzi o no con loro,
> non possono essere negati molti meriti. Hanno imposto al paese il rispetto
> dell'emancipazione indigena. Hanno riattivato il diritto di ribellarsi in
> un
> paese che, nonostante le sue origini rivoluzionarie, l'aveva sospeso dal
> 1968,
> utilizzando la guerra sporca ed il massacro di Stato. Hanno inviato - e
> continuano ad inviare - al mondo un messaggio di dignità, forza, rispetto,
> creatività e altruismo. Hanno rivendicato la presenza dell'etica nella
> politica. Per la prima volta, hanno fatto risuonare le lingue indigene del
> Messico all'interno del Congresso federale. Hanno combattuto contro
> tradizioni
> retrograde e promulgato una legge delle donne rivoluzionaria. Hanno
> contribuito
> alla formazione del Congresso Nazionale Indigeno, massima istanza
> rappresentativa dei 56 popoli autoctoni del Messico. La loro resistenza ha
> ispirato tutto il movimento indoamericano, una forza crescente a livello
> continentale.
> Gli zapatisti hanno anche ravvivato l'interesse
> mondiale verso la cultura maya, divulgando in un linguaggio antico, nuove
> certezze rivoluzionarie. Hanno suscitato un'onda permanente di solidarietà
> internazionale come non si vedeva dalla guerra di Spagna. Hanno ispirato
> analisi, canzoni, siti web, tesi di laurea, formazione di collettivi e
> centri
> sociali, libri, articoli, trasmissioni radio e documentari, proposte di
> legge,
> festival di appoggio, iniziative di gemellaggio, progetti di sviluppo e
> manifestazioni di solidarietà in tutto il mondo. Sono stati gli invisibili
> compagni di strada in tutte le manifestazioni antagoniste da Seattle in
> poi. Ci
> ricordano che i principi di libertà, uguaglianza e fraternità,
> inseparabili dal
> diritto alla felicità, non sono ancora stati compiuti da nessuna
> rivoluzione.
> Che un altro mondo è possibile, necessario, urgente.
>
> *Gianni Proiettis, corrispondente del quotidiano
> italiano Il Manifesto, è stato sequestrato e deportato dal Messico nel
> 2011 dal governo di Felipe Calderón.
> Testo
> originale
> Traduzione "Maribel" - Bergamo
>

>



-----
Nessun virus nel messaggio.
Controllato da AVG - www.avg.com
Versione: 2014.0.4259 / Database dei virus: 3658/6992 - Data di rilascio: 10/01/2014

martedì 7 gennaio 2014

Comandanta Ramona, 6 gennaio di 8 anni fa

 

Comandanta Ramona

Posted on 06/01/2014 by 

Era il 6 gennaio di 8 anni fa. Era l'anno dell' "Altra Campagna" e del Delegato Zero a.k.a. Subcomandante Marcos in giro per il Messico con la moto, era l'anno delle elezioni che avrebbero decretato come presidente messicano Calderon, presidente eletto con broglio palese nei confronti del candidato del PRD Andre Manuel Lopez Obrador, era l'anno della mattanza e atto repressivo di Atenco del 4 e 5 maggio.

images

Sara' l'anno di tante cose, per molti in Italia sara' solo l'anno della vittoria del mondiale di calcio per la nazionale Italiana,  ma 8 anni, il 6 gennaio del 2006 e' l'anno in cui il SupMarcos e' stato obbligato a dire queste parole : "Les quiero pedir respetuosamente de favor que no me interrumpan hasta que termine. Esta cosa que estamos haciendo de la otra campaña es para que se escuche la voz de todos. Por eso es importante que todos tengamos paciencia y escuchemos la voz de todos. En mi trabajo como vocero del EZLN hay momentos muy duros, como esto que les voy a decir ahorita. Me acaban de avisar que la compañera comandanta Ramona murió hoy en la mañana. Lo que sabemos es lo que todos saben. La comandanta Ramona le arrancó 10 años a la muerte. Gracias al apoyo de gente como ustedes pudimos operarla y tener un trasplante de riñón. Hoy en la mañana empezó con vómito y con sangre y diarrea, y cuando iba para San Cristóbal de las Casas murió en el camino. En este caso es muy difícil hablar, pero lo que puedo decir es que el mundo perdió una de esas mujeres que paren nuevos mundos. México perdió una de esas luchadoras que le hacen falta. Y pues a nosotros nos arrancaron un pedazo del corazón. Dentro de unos minutos se va a cerrar el caracol de Oventic, y vamos a doler la muerte de esta compañera en privado. Esperamos que los medios de comunicación respeten esto y no conviertan su muerte en un evento mediático."

Credo non ci sia bisogno di tradurre, si capisce anche in italiano.
La comandanta Ramona muore cosi', dopo aver lottato 10 anni contro un tumore, muore fisicamente ma lascia un'eredita' viva e forte anche oggi.

Partiamo dal termine comandanta, non e' un errore grammaticale e' una modificazione della lingua che Ramona ha voluto fortemente per rompere le barriere lessicali e ideologiche che volevano, e vogliono, che le cariche di un esercito (e molte altre parole) esitano solo con genere maschile.
La piccola ma grande donna che volle La Legge Rivoluzionaria delle Donne Indigene e negli anni di preparazione al levantamiento del 1 gennaio del 1994 riusci' a farla diventare uno dei punti focali della lotta dell'EZLN, soprattutto riusci' a far si che non fosse vissuta come un dato di fatto ma come un obiettivo da raggiungere con il proseguo della lotta, cioe' non parole vuote ma fatti concreti da raggiungere con i tempi necessari.

Il Sup Marcos nel 1996 la defini' "l'arma piu' belligerante ed intransigente dello zapatismo". La comandata che fu la prima tra tutti gli zapatisti ad andare a Citta' del Messico, per partecipare alla fondazione della Convention National Indigena, e parlare da un palco con tutta la sua forza degna di indigena rivoluzionaria.

In un freddo mattino di fine gennaio del 1994 nella prima intervista concessa dalla comandancia ai giornalisti dopo l'inizio della guerra Ramona era l'unica donna presente e in un fiero Tzotzil disse "Porque las mujeres también están viviendo en una situación más difícil, porque somos las más explotadas, oprimidas fuertemente todavía. ¿Por qué? Porque las mujeres desde hace tantos años, desde hace 500 años, no tienen sus derechos de hablar, de participar en una asamblea.No tienen derecho de tener educación ni hablar ante el público ni tener algún cargo en su pueblo. No. Las mujeres totalmente están oprimida y explotada".

La storia con la s maiuscola cosi' come gli insegnamenti non vengono quasi mai fatti da chi siede in alto o da una cattedra, vengono fatti dalla pratica giornaliera, dal coraggio, dalla voglia di mettersi in gioco, dalla forza e dalla dignita' di chi dal basso della sua posizione sociale o dal basso della sua statura fisica rompe le barriere della consuetudine e dell'ordine imposto dai paradigmi dominanti. La comandanta Ramona era piccola  di statura, era indigena tzotzil dello stato piu' povero del Messico,  ma e' uno di quelle persone che ha fatto la storia e ha insegnato tanto.

Forse e' solo un gioco del destino che sia morta il 6 gennaio e cosi' ogni anno pochi giorni dopo la festa per un altro anno di resistenza gli zapatisti, e nel piccolo gli aderenti alla sesta internazionale e nazionale, devono ricordare questa enorme donna nell'unico modo possibile ovvero continuando a lottare e continuando ad avanzare interrogandosi su quanto e' stato fatto dallo zapatismo e dall'EZLN prendedosi carico anche delle consegne e delle responsabilita' che la Comandanta lascia.

http://20zln.noblogs.org/comandanta-ramona/#more-314


_______________________________________________

 

sabato 4 gennaio 2014

Il 1 gennaio del 1994 il mondo scopriva l’EZLN

 
 

Il 1 gennaio del 1994 il mondo scopriva l'EZLN, il Messico scopriva il Chiapas e conosceva una guerra che aveva il sapore di un movimento politico e sociale che impugnava le armi per non doverle mai più utilizzare, per contrastare il neoliberismo e conquistare diritti per gli indigeni discenendenti dei Maya
di Andrea Cegna, da San Cristobal De las Casas – Chiapas – Messico (blog 20zln.noblogs.org)
Il 1 gennaio del 1994 il mondo scopriva l'EZLN: Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Il Messico, nel giorno dell'entrata in vigore del NAFTA (Trattato di Libero Commercio del Nord America), scopriva il Chiapas e conosceva una guerra che aveva il sapore di un movimento politico e sociale che impugnava le armi per non doverle mai più utilizzare, non per conquistare il potere ma per contrastare il neoliberismo e conquistare diritti per gli indigeni discenendenti dei Maya.
"Lasciamo la storia ufficiale e la storiografia da libro per raccontare un piccola parte di questa grande storia, quella che i libri di storia e i media non raccontano. Questa storia inizia una decina di anni prima, il 17 novembre del 1983, quando un gruppo di sei persone entra nella Selva Lacandona con l'intenzione di organizzare la piu' classica delle guerriglie del continente americano. Lo scontro incontro con le originali popolazioni indigene che si erano rifiugate in quei magnifici quanto impervi luoghi dell'entroterra del Chiapas obblighera' i fondatori dell'EZLN a rivedere e di molto le proprie intenzioni e trasformarsi in quello che oggi conosciamo."
Una storia lunga 30 anni, una storia piena di immagini, lotta, sofferenza e sogno. La guerra, intesa come conflitto armato tra esercito Messicano e guerriglieri indigeni, dura 12 giorni. Sette città vengono prese militarmente all'alba del primo giorno dell'anno, scontri cruenti soprattutto a Ocosingo dove si conteranno la maggior parte dei morti tra cui il Comandante Hugo.
La prima dichiarazione della selva Lacandona viene letta dal comandante Felipe dal balcone del palazzo del municipio di San Cristobal De Las Casas. La caduta del Subcomandante Pedro, leggendario comandante militare dell'EZLN morto nella presa de Las Margaritas e che il mondo non conobbe se non per l'eco, l'onore ed il rispetto che le popolazioni Tojolabal e Tzeltal della Selva Lacandona gli dedicano con tanto di murales e striscioni alla Realidad.
"Una mobilitazione popolare di forse un milione di persone che obbliga il governo federale messicano a firmare il cessate il fuoco ed un tregua, ancora oggi in vigore e tuttavia almeno due volte tradita (9 febbraio '95, estate '98). Donne indigene comandanti, miliziane, responsabili politiche come la Comandante Ramona, piccola ma enorme donna, colei che impose all'organizzazione zapatista la legge rivoluzionaria delle donne indigene, legge che impose ed impone alle comunita' zapatiste di riconoscere la parita' di doveri e diritti tra uomini e donne. Una legge che fece capire al mondo come una rivoluzione si puo' fare solo se e' capace di rivoluzionare prima di tutto i rapporti sociali interni al corpo rivoluzionario. Il resto e' davvero sui libri di storia."
Questa storia non ci racconta solo di un movimento politico/sociale e militare capace di imporre letture, agenda politica e di cambiare fondamentalmente il modo di comunicare, usare linguaggi, concepire immaginari e di fare politica per tutti coloro che si trovano in basso a sinistra ma ci parla anche di un'opposizione alla riforma dell'art. 27 della costituzione messicana, costituzione messicana nata dalla rivoluzione di Zapata e Villa, la battaglia contro la riforma agraria. Un'opposizione praticata occupando e collettivizzando oltre 700mila ettari di terreno non solo per gli zapatisti ma per tutti gli abitanti dei territori sotto il controllo dell'EZLN. Estendendo il concetto ci parla di una resistenza capace di impedire lo sfruttamento del territorio per meri interessi economici e poco importa se questi interessi siano la messa a resa massiva ed industriale di un campo (o allevamento) piuttosto che la realizzazione di un maxi-progetto di ecoturismo o annientamento delle biodiversita´ in favore dell'imposizione delle colture ogm.
"Quel famoso YA BASTA gridato il 1 gennaio del 1994 e' forte, vivo e attuale e oggi si materializza non tanto nelle cose elencate qui sopra, e gia' non sarebbe poco, ma nella costruzione di una zona autonoma autogovernata sperimentando il metodo della democrazia diretta. EZLN e governo firmarono nel 1996 i famosi accordi di San Andres accordi che, in parole povere, avrebbero dovuto garantire agli indigeni di vivere nei loro territori secondo le antiche tradizioni. Questi accordi non sono mai stati applicati, cosi' le comunita' autonome zapatiste hanno deciso di applicarli autonomamente e lo stanno facendo."
Sanita', giustizia, educazione, e gestione del territorio sono oggi autonome e assolutamente costruite e portate avanti senza nessun aiuto da parte del governo e da un po' di tempo anche senza l'aiuto dell'EZLN inteso come corpo militare. Le cariche sono elettive a rotazione, periodicamente, se si fa parte dell'organizzazione, bisogna assurmersi cariche di resposansabilita' in uno dei 3 livelli che lo richiede (locale, municipale o di zona). Le comunita' possono togliere le responsabilita' nel caso di malagestione del ruolo. Probabilmente l'unico esempio mondiale di una zona totalmente autogovernata capace di resistere a cinque presidenti e otto governatori oltre che alle volonta' di grandi multinazionali e delle teorie neoliberali.
Lo zapatismo non e' la panacea dei movimenti e nello zapatismo non va cercata la soluzione a quello che non si riesce a costruire, non e' nemmeno perfetto come movimento. Tante delle cose che teorizza e pratica tutti i giorni sono lontane dall'essere realizzate al 100% (si pensi allo sviluppo del ruolo della donna o del rapporto con l'omosessualita') ma bisogna anche pensare che questa storia e' breve, ha trent'anni, e non si cambiano gli usi e costumi di una societa' millenaria in poco tempo.
"Forse e' da apprezzare il lavoro interno quotidiano che stanno svolgendo per completare questo percorso. Lo zapatismo e' una rivoluzione dalle due velocita': quella contro governo e neoliberismo e quella interna alle stesse comunita'. Il governo in questi venti anni non e' certo rimasto a guardare e piu' volte ha provato a cancellare dalla storia la lotta zapatista, prima con l'uso dell'esercito, poi con quello dei paramilitari e adesso con la pratica della guerra di bassa intensita' ovvero con la creazione di progetti di sviluppo per le comunita' indigene basati su elemosine costante e aiuti inutili quali regalie di telefonini, antenne paraboliche e abbonamenti sky."
Elemosine che crescono quando una famiglia decide di abbandonare la lotta. Non possiamo non negare che sono molte le famiglie che stanno facendo questa scelta ma parimenti non possiamo non raccontare di quante sono le nuove famiglie che decidono di aderire alla lotta. Per spiegare come sia possibile questo fenomeno occorrebbero molte righe, penso pero' sia interassante ragionare su come progetti di sviluppo per le comunita' indigene siano stati pensati dal governo solo come antidoto allo zapatismo; cosa ne' sara' di queste famiglie e di queste elemosine se un giorno l'EZLN dovrebbe essere sconfitto? Chi si domanda cosa gli zapatisti abbiano fatto in questi venti anni, dovrebbe anzitutto rispondere alla domanda precendente.
La forza organizzativa e strutturale mostrata dalle comunita' zapatiste e dalle Giunte del Buon Governo nell'organizzare l'escuelita e la marcia del 21 dicembre dello scorso anno era impensabile solo qualche anno fa, la capacita' di produrre ragionamento politico e immaginari universali e' costante e lo dimostrano le diverse migliaia di persone che dal Messico e dal mondo intero ogni anno arrivano ad appoggiare la lotta del sud-est messicano.


Lettera di Sergio Lascano ai compagni dell'EZLN

> Lettera
> ai nostr@ compagn@ dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale
> Sergio Rodríguez Lascano
>
> Compagn@:
> Quasi 20 anni fa, ci svegliammo con la notizia che gli
> indigeni maya dello stato del Chiapas si erano sollevati in armi contro il
> malgoverno dell'ineffabile Carlos Salinas de Gortari. A partire da lì,
> grandi
> mobilitazioni ed un dialogo non sempre facile si è sviluppato con
> l'Esercito
> Zapatista da Liberazione Nazionale.
> In maniera fondamentale, una nuova generazione uscì
> allora per le strade e si identificò con la ribellione zapatista. Furono
> loro a
> contrassegnare una buona parte delle mobilitazioni che si realizzarono in
> quella prima fase della lotta zapatista.
> L'insurrezione zapatista del 1° gennaio aveva scosso
> la coscienza nazionale. Infatti, come disse José Emilio Pacheco: "Abbiamo
> chiuso gli occhi pensando che l'altro Messico sarebbe sparito se non
> l'avessimo
> guardato. Il primo gennaio del 1994 ci siamo svegliati in un altro paese.
> Il
> giorno in cui avremmo festeggiato il nostro ingresso nel primo mondo siamo
> tornati indietro di un secolo fino a trovarci di nuovo di fronte ad una
> ribellione come quella di Tomochic. Credevamo e volevamo essere
> nordamericani e
> ci ha travolto il nostro destino centroamericano. Il sangue versato chiede
> di
> porre fine al massacro. Non si può fermare la violenza dei ribelli, se non
> si
> ferma la violenza degli oppressori" (José Emilio Pacheco, La Jornada, 5
> gennaio).
> La sinistra messicana e mondiale in quel momento era
> in un apparente vicolo cieco. L'11 novembre 1989 cominciarono a cadere,
> come
> birilli, le cosiddette "democrazie popolari" (Repubblica Democratica
> Tedesca,
> Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria, Polonia, Romania, Albania). Nel 1991
> l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche si "dissolse" e, al di là
> di
> quello che ognuno di noi pensava di quel processo, quello che non si può
> negare
> è che, in pratica, il suo crollo fece strada all'arrivo di un capitalismo
> selvaggio guidato dalla mafia criminale.
> In America Latina il 25 febbraio del 1990, i
> sandinisti perdono le elezioni ed inizia non solo il processo di esproprio
> contro i contadini nicaraguensi e la fine del cooperativismo, ma si
> sviluppa
> anche una dinamica di corruzione tra i dirigenti sandinisti. Non avrei mai
> pensato che uno dei fondatori del sandinismo e figura emblematica della
> rivoluzione, Tomás Borge, avrebbe realizzato un libro-lode-libello -
> mascherato
> da intervista a Carlos Salinas de Gortari - intitolato "Dilemmi della
> modernità".
> Il 16 gennaio 1992 si firmano gli accordi di
> Chapultepec che mettono fine alla guerra in Salvador, senza che una serie
> di
> richieste centrali del popolo siano state accolte, in particolare, il
> diritto
> alla terra. In mezzo a questo processo, il signor Joaquín Villalobos
> ("dirigente"
> del FMLN), che già aveva sulle spalle la terribile decisione di uccidere
> il
> grande poeta Roque Dalton, consegna il suo AK-47 a Carlos Salinas de
> Gortari.
> Dopo questo, si cercò di riportare tutto nell'ambito
> istituzionale della democrazia rappresentativa. Tutti promuovevano una
> sinistra
> che si limitasse ad essere il cliente impertinente dello Stato
> capitalista.
> In mezzo all'euforia anticomunista e ai discorsi in
> cui si proclamava la fine della storia e l'arrivo di un nuovo ordine
> mondiale,
> qualcuno descrisse bene l'epoca in cui vivevamo e fece un'affermazione che
> diede senso alla nostra stoltezza: Eduardo Galeano, che scrisse un testo
> memorabile: "A Bucarest, una gru si porta via la statua di Lenin. A Mosca,
> una folla avida fa la coda da McDonald's. L'abominevole muro di Berlino si
> vende a pezzi, e Berlino Est conferma che si trova a destra di Berlino
> Ovest. A
> Varsavia e a Budapest, i ministri economici parlano come Margaret
> Thatcher. A
> Pechino pure, mentre i carri armati schiacciano gli studenti. Il Partito
> Comunista Italiano, il più importante in Occidente, annuncia il suo
> prossimo
> suicidio. Si riducono gli aiuti sovietici all'Etiopia ed il colonnello
> Mengistu
> scopre improvvisamente che il capitalismo è buono. I sandinisti,
> protagonisti
> della rivoluzione più bella del mondo, perdono le elezioni: Cade la
> rivoluzione
> in Nicaragua, titolano i giornali. Sembra non esserci più posto per le
> rivoluzioni, se non nelle vetrine del Museo Archeologico, né c'è posto per
> la
> sinistra, salvo per la sinistra pentita che accetta di sedersi alla destra
> dei
> banchieri. Siamo tutti invitati al funerale mondiale del socialismo. Il
> corteo
> funebre include, come dicono, l'umanità intera.
> Confesso di non crederci. Questi
> funerali hanno confuso il morto".
> (Eduardo
> Galeano: El niño perdido a la intemperie).
> L'insurrezione zapatista del 1° gennaio aprì un nuovo
> ciclo di confronti sociali. La capacità di trasmettere il loro messaggio,
> che
> era ed è quello dei condannati della terra, aprì una breccia per
> ri-percorrere
> la strada nella ricerca di una pratica emancipatrice.
> Il pensiero libertario zapatista aprì un grande buco
> nell'edificio ideologico apparentemente solido del potere del capitale, e
> permise che da lì si esprimessero vecchie buone idee e nuove buone idee.
> Tra l'euforia della classe dominante; mentre si
> levavano coppe di champagne per brindare al nostro ingresso nel primo
> mondo (il
> 1° gennaio entrava in vigore il Trattato di Libero Commercio); quando il
> priismo era consolidato, mentre era riuscito a "scoprire" il suo candidato
> senza che si verificassero rilevanti spaccature al suo interno; quando le
> 15
> famiglie più ricche del paese festeggiavano la capacità degli strumenti di
> controllo di dominare i "poveracci" (come era solito definire i poveri lo
> zar
> della televisione privata: Emilio Azcárraga Milmo); avvenne l'insurrezione
> dei
> popoli zapatisti. Scelsero questa data per dimostrare che la memoria non
> era
> stata sconfitta da una modernità escludente.
> Né il governo ed i partiti di destra, né la sinistra o
> i settori democratici, avevano la minima idea che sarebbe successo
> qualcosa di
> simile. Sapevamo del rancore che covava, ma non pensavamo che avrebbe
> potuto
> esprimersi in questa maniera.
> Incominciammo a cercare di capire. Ovviamente, non
> solo non sempre non capivamo esattamente l'insieme della nuova grammatica
> della
> ribellione zapatista, ma molte idee ci erano estranee e, molte volte, le
> fraintendevamo.
> La cosa più importante è che il 1° gennaio fu una
> boccata d'aria fresca. Uscimmo per le strade non solo per chiedere al
> governo
> di fermare la guerra, ma per evidenziare che tutti i proclami alla fine
> della
> storia erano, prima di tutto, vuoti discorsi ideologici.
> L'idea che NON tutto fosse perduto fu la chiave per
> comprendere che, alla fine, quella ribellione non era altro che una crepa
> attraverso cui potevamo vedere che c'erano ancora molte lotte da
> combattere.
> Che la storia non solo non era finita, ma era, ancora, una-molte pagine in
> bianco.
> Ora possiamo aggiungere che, per noi, l'insurrezione
> zapatista non è un'effemeride, un evento che corre il pericolo di essere
> inghiottito dal carattere onnivoro del capitalismo. Che, nonostante i
> tentativi
> dei mezzi di comunicazione, lo zapatismo non fa parte della società dello
> spettacolo.
> Lo zapatismo è stato un processo effettivamente ricco
> di molti brillanti momenti, ma prima di tutto, è stato un processo
> ininterrotto
> di lotte, azioni, esperienze che, concatenate tra loro, hanno costituito
> una
> nuova pratica della sinistra del basso.
> Dunque, nonostante le volte che commentatori ed
> analisti - che confondono la loro illusione con la realtà - hanno dato per
> morto lo zapatismo, questo non solo è andato avanti ma ha continuato a
> generare
> nuovi processi sociali.
> All'interno, con lo sviluppo dell'autonomia (autentico
> processo di auto-organizzazione senza paralleli nella storia, per lo meno
> in
> maniera tanto profonda e prolungata) e la costruzione di nuove relazioni
> sociali, cioè, di nuove forme di vita. E verso l'esterno, non cercando di
> egemonizzare od omogeneizzare né dirigere altri movimenti sociali.
> Collocandosi sempre al fianco dei perseguitati, vilipesi
> e offesi, in particolare, dei più perseguitati, più vilipesi e più offesi.
> Non in funzione della difesa in astratto della patria
> o della nazione, bensì in funzione degli esseri umani che, vivendo in
> basso ed
> ancora più in basso, sono considerati prescindibili o semplice carne da
> cannone
> che non merita nient'altro che seguire sempre i suoi dirigenti sempre
> pronti a
> dire loro quando alzare la mano. Quegli esseri umani che sono l'essenza
> fondamentale della patria o della nazione.
> Se qualcuno domandasse ad uno zapatista: Quali sono
> stati i tuoi anni migliori? Lui risponderebbe: "Quelli che verranno".
> Perché
> alcune delle cose più importanti che ci ha dimostrato lo zapatismo, è la
> sua
> permanente volontà di lotta, la sua capacità organizzativa e la sua
> convinzione
> - a prova di tutto, perfino dell'incomprensione di molt@ - che vinceremo.
> Se la ribellione zapatista - della quale vogliamo
> essere complici - non è una data, né un compleanno, né un avvenimento, né
> qualcosa di pietrificato, dogmatico o finito, allora, è qualcosa che si
> prepara,
> si costruisce, si consolida ogni i giorno.
> Se altri vogliono darsi per sconfitti perché ritengono
> che ormai si è persa "la madre di tutte le battaglie", è un suo diritto.
> Noi
> preferiamo la visione che, come dicevano gli studenti francesi del maggio
> 1968:
> "questo non è che l'inizio, la lotta continua".
> Molta acqua è passata sotto i ponti dal 1° gennaio
> 1994. E molti gli attacchi dei signori del denaro, della classe politica e
> dei
> suoi palafrenieri, "intellettuali" da strapazzo che fin dal primo giorno
> furono
> ingaggiati per una missione impossibile: denigrare con una certa
> credibilità i
> popoli zapatisti e il suo esercito. Le penne in divisa si offrirono al
> miglior
> offerente, dal libello Nexos fino a
> quello che oggi è il suo specchio: il quotidiano La Razón. Tutti loro
> hanno accolto diversi legulei disposti a
> mostrarsi per quello che sono: mercenari che scrivono con la mano destra e
> riscuotono con la sinistra.
> L'impulso vitale che veniva dal basso fu ascoltato e
> compreso solo da una parte della sinistra messicana. Quella che non soffre
> di
> torcicollo a forza di tenere la testa sempre rivolta a guardare in alto,
> ad
> aspirare ad un potere che - benché nessuno di loro se ne sia accorto - non
> esiste più, è un ologramma.
> Da parte nostra, quelli che mantenevamo il progetto
> ribelle dell'Altra Sinistra, decidemmo, con l'aiuto dell'esempio dei
> popoli
> zapatisti, di restare in basso e a sinistra. Ostinati nel costruire
> un'altra
> realtà, dove i meccanismi comunitari di auto-organizzazione siano il
> motore
> delle trasformazioni pratiche e teoriche. Al fianco di chi vive nelle
> cantine e
> ai piani bassi del palazzo capitalista.
> Per realizzare questa costruzione fu necessario essere
> dispost@ a ri-apprendere molte cose, come vedremo più avanti.
> ********
> In questo processo nel quale "l'educatore deve essere
> educato", riapprendere è stato fondamentale.
> Naturalmente, la strada non è stata facile. Molti
> paradigmi teorici del pensiero di sinistra sono stati messi in
> discussione:
> a) L'idea di un'avanguardia che guida dall'esterno il
> movimento sociale.
> b) L'idea che la teoria è ad esclusiva dei pensatori
> universitari.
> c) L'idea che la classe operaia sia l'unica classe rivoluzionaria.
> d) L'idea che l'importante nel concetto di lotta di
> classe, sia il secondo elemento e non il primo.
> e) L'idea che la diversità e le differenze siano un
> ostacolo per lottare insieme.
> f) L'idea che lo Stato è l'unico strumento utile per
> cambiare in maniera duratura le condizioni di vita e l'organizzazione
> sociale
> del popolo.
> g) L'idea che lottiamo per una rivoluzione socialista
> alla quale si deve firmare un assegno in bianco, lasciando da parte le
> cosiddette lotte minoritarie (indigene, donne, omosessuali, lesbiche,
> altri
> amori, punk, eccetera).
> h) L'idea della sinistra - che ha un pensiero unico -
> che chi non rientra nella sua visione è un nemico.
> Di fronte a questa crisi di paradigmi abbiamo
> cominciato a costruire un pensiero molto Altro. La prima cosa è stata
> rompere
> con la convinzione che la politica sia un compito che possono svolgere
> solo gli
> specialisti. Che si tratta di un discorso pieno di arcani segreti non
> adatto
> alla popolazione in generale.
> Un po' alla volta abbiamo scoperto che esiste un'altra
> teoria: quella che nasce in seno ai movimenti veri, quelli che non sono
> rondini
> che non fanno primavera. Che è lì nelle comunità, nei quartieri, negli
> ejidos,
> nei villaggi, dove la gente comincia a riflettere sul significato di
> prendere
> in mano il controllo dei propri destini e, a partire da lì, elaborare una
> teoria prodotta da sé stessi.
> Quell'irruzione dei "pedoni della storia", come dicono
> i compagni zapatisti, ha messo in crisi più d'uno di quelli che si
> considerano
> possessori del pensiero politico, che hanno le "risposte" a tutto quello
> che
> accade nel mondo, che è il prodotto di una lettura profonda… dei giornali.
> Naturalmente, come sempre succede, nessun popolo presta loro attenzione.
> Le ed i clandestini della politica, quelli che non
> hanno ruoli né titoli universitari sono quelli che, già da molti anni,
> stanno
> facendo la vera teoria politica.
> La grande domanda a coloro che si ritengono
> organizzazioni d'avanguardia e a coloro che si considerano "creatori di
> opinione" è sapere se hanno la modestia di ascoltare queste voci. Se sono
> capaci di abbassare il volume del frastuono che producono le loro teorie
> quasi
> sempre prodotto di piani analogici validi per qualunque momento della
> storia,
> cioè, per nessuno.
> Si impara ad ascoltare solo quando si tace. Sarà
> possibile che dopo tanti anni di parlare, la sinistra abbia la capacità di
> tacere ed ascoltare? Le voci che vengono dal basso, anche se di pochi
> decibel,
> sono chiare e nitide. È solo questione di abbassarsi un po' e prestare
> attenzione.
> Ed allora, ci accorgeremo che dal profondo della
> società messicana, come un fiume, stanno sgorgando un tale livello di idee
> e
> pensieri come quelli che oggi vediamo nella Escuelita Zapatista. Se
> aguzziamo
> l'udito per guardare dovremo riconoscere che sì, è vero, le nuove
> generazioni
> di zapatisti sono molto più lucide e capaci di quelle che fecero
> l'insurrezione. Le molteplici voci delle basi di appoggio zapatiste ci
> confermano che, nonostante l'importante sforzo del suo capo militare e
> portavoce, lui è riuscito a trasmetterci solo un pallido riflesso di
> quello che
> stava accadendo in territorio zapatista.
> La ricchezza di questa esperienza ci ha fornito nuovi
> strumenti pratici e teorici. È nostra responsabilità che il loro uso sia
> fruttifero. Sappiamo che non è stato facile, e siamo lontani dal successo,
> ma
> ci stiamo provando, davvero ci stiamo provando. Ed oggi possiamo dire che
> siamo
> qua.
> Che non ci arrendiamo, che non ci vendiamo, che non
> rinneghiamo. Che, senza dubbio, ci siamo sbagliati, ma siamo riusciti a
> preservare il fuoco e separare la cenere. Che questo fuoco oggi è solo una
> fiamma, o meglio, una fiammella, ma che tutti i giorni è alimentato da due
> cose: le azioni distruttive del potere neoliberale escludente e rapace che
> ci
> obbliga a mantenerci nell'imperativo categorico di eliminarlo, e la
> volontà
> incrollabile di quello che siamo.
> Ogni giorno con la nostra pratica e pensiero vegliamo
> su questa fiamma o fiammella che rappresenta la nostra volontà di lottare
> contro lo sfruttamento, la spoliazione, la repressione ed il disprezzo,
> cioè,
> contro l'essenza del capitalismo.
> Facciamo nostre le seguenti parole che voi avete
> pronunciato al festival della Digna Rabia:
> "Permettetemi di
> raccontarvi questo: L'EZLN ebbe la tentazione dell'egemonia e
> dell'omogeneità.
> Non solo dopo l'insurrezione, anche prima. Ci fu la tentazione di imporre
> modi
> e identità. Che lo zapatismo fosse l'unica verità. Ed in primo luogo
> furono le
> comunità ad impedirlo, e poi ci insegnarono che non è così, che non si fa
> così.
> Che non potevamo sostituire un dominio con altro e che dovevamo convincere
> e
> non vincere chi era ed è come noi ma non è noi. Ci insegnarono che ci sono
> molti mondi e che è possibile e necessario il mutuo rispetto…
> "Quello che
> vogliamo dirvi, è che questa pluralità tanto uguale nella rabbia e tanto
> diversa nel sentirla, è la direzione e il destino che noi vogliamo e vi
> proponiamo…
> "Non tutti sono
> zapatisti (cosa di cui in alcuni casi ci rallegriamo). Non siamo nemmeno
> tutti
> comunisti, socialisti, anarchici, libertari, punk, ska, dark e come ognuno
> chiami la propria differenza …"
> (Stralci del discorso del Subcomandante Insurgente Marcos: "Sette venti
> nei calendari e
> geografie del basso").
> Questa concezione ci sollecita a continuare a
> formulare una risposta. Di seguito daremo alcune idee che vogliono essere
> solo
> una riflessione iniziale.
> ********
> "Nella Sesta non diciamo che tutti i
> popoli indios entrino nell'EZLN, né diciamo che guideremo operai,
> studenti,
> contadini, giovani, donne, altri, altre. Diciamo che ognuno ha il suo
> spazio,
> la sua storia, la sua lotta, il suo sogno, la sua proporzionalità. E
> diciamo di
> stringere un patto per lottare insieme per il tutto e per ognuno. Fare un
> patto
> tra la nostra rispettiva proporzionalità ed il paese che ne risulti, che
> il
> mondo che nasca sia formato dai sogni di tutti e di ogni diseredato.
> "Che quel mondo sia così variopinto che
> non ci siano gli incubi che assillano chi sta in basso.
> "Ci preoccupa che in quel mondo partorito da tanta lotta e tanta rabbia,
> si continui a considerare la donna con tutte le varianti del disprezzo che
> la
> società patriarcale ha imposto; che si continuino a considerare stranezze
> o
> malattie le diverse preferenze sessuali; che si continui a presumere che i
> giovani devono essere addomesticati, cioè, obbligati a "maturare"; che noi
> indigeni continuiamo ad essere disprezzati e umiliati o, nel migliore dei
> casi,
> considerati come i buoni selvaggi che bisogna civilizzare.
> "Ci
> preoccupa che quel nuovo mondo non sia un clone di quello attuale, o un
> transgenico o una fotocopia di quello che oggi ci inorridisce e ripudiamo.
> Ci
> preoccupa, dunque, che in quel mondo non ci sia democrazia, né giustizia,
> né
> libertà.
> "Allora vogliamo dirvi, chiedere, di non
> fare della nostra forza una debolezza. L'essere tanti e tanto differenti
> ci
> permetterà di sopravvivere alla catastrofe che si avvicina, e ci
> permetterà di
> costruire qualcosa di nuovo. Vogliamo dirvi, chiedervi, che quel nuovo sia
> anche differente".
> (Stralci del discorso del Subcomandante Insurgente Marcos: "Sette venti
> nei calendari e
> geografie del basso").
> Che cosa scriveremmo se oggi avessimo la pretesa di
> dire che cosa ci dimostra l'esperienza zapatista?
> Ogni volta che un uomo, una donna, un bambino o un
> anziano basi di appoggio zapatista parla della sua lotta, della sua
> autonomia,
> della sua resistenza, c'è una parola che si ripete con insistenza:
> organizzazione. Ma come arrivarci? Il problema non si risolve utilizzando
> la
> parola come una specie di "apriti sesamo" buona per tutto.
> Nemmeno si può semplicemente portare a modello quello
> che loro stessi ci dicono non essere un modello. Loro l'hanno fatto così,
> ma ci
> saranno altri modi.
> Se respingiamo il pensiero unico della destra, è
> impossibile pensare ora di introdurre una specie di pensiero unico della
> sinistra del basso.
> No, si tratta invece di imparare dalle esperienze
> quotidiane che viviamo. E queste esperienze benché simili non saranno
> uguali.
> Ma, ci sarebbe qualcosa che ci permetta di orientarci in questo tortuoso
> cammino?
> Sì, molte cose, per lo meno è quello che pensiamo noi.
> a) Metterci sempre al fianco dei condannati della
> terra.
> b) Non guardare in alto, ma nemmeno in basso. Cercare
> sempre di lanciare sguardi di complicità ai lati, cioè dove apparteniamo,
> in
> basso.
> c) Privilegiare l'ascolto al discorso. Dare
> l'opportunità che chi sta in basso parli e ci dica quello che sa.
> d) Capire che è inevitabile che dal potere e dai suoi
> media arrivino linciaggi contro quegli altr@ che stonano, che non si
> inquadrano
> né quadrano: contro i ribelli.
> e) Sfuggire alla tentazione di guidare i movimenti.
> Questo provoca sempre una vertigine. Sorge sempre la domanda di come si
> esprimeranno quelli che lottano, la popolazione che vive in basso, se non
> c'è
> chi li guidi. Perché la risposta, molto semplice, comporta una grande
> complessità accettarla: da loro stessi.
> f) Rispettare le forme organizzative che ognuno si dà,
> benché ci sembrino tortuose e disperatamente lente. Ognuno a modo suo.
> g) Non perseguire le congiunture che ci impongono
> dall'alto, bensì lavorare per creare le nostre proprie congiunture.
> Muovere le
> tavole della politica vuol dire non rispettare le regole del
> "politicamente
> corretto". Aspiriamo ad essere "politicamente scorretti".
> h) Lavorare e costruire nella differenza. Generando
> spazi abitabili dove le donne non siano vessate per il semplice fatto di
> essere
> donne. Dove si accettino le diverse preferenze sessuali. Dove non si
> imponga
> una religione ma neanche l'ateismo. Dove si promuova l'incontro dei
> diversi,
> degli altr@.
> i) Dove non ci auto-limitiamo perché la polis è molto più complessa della
> selva.
> Molti hanno detto che gli zapatisti possono fare ciò che fanno perché la
> loro
> società non è complessa. Che nelle grandi città viviamo in una società
> complessa che impedisce la possibilità che le persone prendano il
> controllo del
> proprio destino. Questo è stato teorizzato sia dalla destra che dalla
> sinistra.
> Questo "argomento" contiene due stupidaggini: pensare che i popoli
> zapatisti
> formino una società semplice. Chi dice questo non è mai stato in
> territorio
> zapatista, dove quasi ogni compagn@ è un municipio autonomo. Semplicemente
> bisogna ricordare che in una Giunta di Buon Governo convivono compagn@ che
> parlano fino a quattro lingue differenti. L'altra stupidaggine è
> sottovalutare
> i popoli delle grandi città ed espropriarli della capacità di decisione
> per un
> problema tecnico: la difficoltà di comunicazione. Dico, questi stessi sono
> quelli che cantano le glorie di Internet e delle reti sociali.
> Infine, queste sono solo alcune idee. Non tutte, e
> molto probabilmente neanche le migliori.
> La questione è che come dice qualcuno: la storia ci
> morde il collo, dobbiamo voltarci e mordere il collo alla storia. Chiaro,
> tutto
> questo fatto con grande serenità e pazienza.
> In questo processo sorgeranno molte esperienze dalle
> quali apprendere. Qui sì "fioriranno cento fiori" che rappresentino cento
> o più
> forme di organizzazione diverse. Non ci sono altri limiti se non quelli
> che ci
> imponiamo noi stessi.
> Nelle parole che ricordiamo de@ compagn@ dell'EZLN
> durante il festival della Digna Rabia,
> si trova la cosa fondamentale di quella che sarebbe la buona notizia: Sì,
> è
> vero, il popolo unito non sarà mai vinto, ma a patto che sarà sempre nella
> diversità che si costruisca il grande Noi che questo paese ed il mondo
> necessita.
> Da parte nostra, infine, vogliamo dire che dal 1°
> gennaio del 1994 abbiamo deciso che il nostro futuro è al fianco dei
> nostri
> fratelli e sorelle e compagn@ zapatisti. Che non siamo stati di quelli che
> hanno voluto semplicemente farsi fare una foto nel momento in cui i mezzi
> di
> comunicazione, e quelli che seguono sempre la moda, spiavano i dirigenti
> zapatisti, in particolare il Subcomandante
> Insurgente Marcos.
> Ed oggi, quasi 20 anni dopo la grande insurrezione e
> 20 anni dopo da quando abbiamo saputo che la vostra ribellione è anche la
> nostra, compagn@ zapatisti vi diciamo: siamo qua, qua seguiremo, cercando
> di
> camminare con voi, spalla a spalla, come parte della Sexta. Vi diciamo
> che, effettivamente, anche noi abbiamo un
> obiettivo molto modesto: cambiare la vita, cambiare il mondo.
> Per tutto quanto detto sopra e per molte altre ragioni
> e non, un gruppo di uomini, donne, bambin@, anzian@, altr@, abbiamo deciso
> di organizzarci,
> perché abbiamo capito che la ribellione organizzata è una delle strade,
> per noi
> la più importante, che ci porterà dove vogliamo andare.
> Non a costruire una strada unica e senza ostacoli,
> bensì una strada dove incontriamo molt@ altr@ e possiamo lavorare insieme
> senza
> che questo significhi dire loro: "venite di qua, questo è bene". Perché
> dopo
> venti anni stiamo imparando che le strade si fanno camminando, nell'azione
> e
> non in dibattiti teorici senza radici pratiche.
> Dalle visioni zapatiste del mondo, del Messico e della
> vita, vogliamo generare una cornice comune, un rifugio abitabile alla
> nostra
> ribellione, una casamatta che sia un punto di appoggio per continuare col
> nostro lavoro di vecchia talpa (o meglio: di scarabeo chiamato Don Durito
> de la
> Lacandona) che corrode le fondamenta del capitale.
> Per questo, noi, ribelli ed insubordinati, esprimiamo
> la volontà di camminare insieme agli zapatisti ed il desiderio di essere
> vostri
> compagn@. Vi diciamo che ce la metteremo tutta e che, effettivamente,
> nella
> lunga notte che è stato quello che qualcuno chiama giorno, prima o poi "la
> notte sarà il giorno che sarà il giorno".
> Fuori non è più notte… già si vede l'orizzonte.
> Sergio Rodríguez Lascano
> Messico, dicembre 2013
>
> Lettera originale:
> http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/12/20/carta-a-nuestrs-companers-del-ejercito-zapatista-de-liberacion-nacional/
>
> Traduzione:
> http://chiapasbg.wordpress.com/2013/12/31/lettera-sergio-rodriguez-lascano/(Traduzione
> "Maribel" - Bergamo)
>


-----
Nessun virus nel messaggio.
Controllato da AVG - www.avg.com
Versione: 2014.0.4259 / Database dei virus: 3658/6975 - Data di rilascio: 04/01/2014

I: Guerra di contro insurrezione

Inviato dal mio telefono Huawei -------- Messaggio originale -------- Da: Annamaria <maribel_1994@yahoo.it> Data: lun 8 mar 2021, 16:3...