sabato 31 dicembre 2011

L'EZLN E' MAGGIORENNE

 

Los de Abajo
 
Gloria Muñoz Ramírez
 
18 anni fa l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) irrompeva nella vita pubblica del paese e del mondo. Questo primo di gennaio l'insurrezione diventa maggiorenne, una maturità politica rappresentata dal lavoro quotidiano di più di mille comunità indigene che organizzano la propria autonomia in un processo ancora non comparabile con i molti altri presenti in tutto il paese. Nelle cinque regioni del Chiapas dichiarate in ribellione continua ad esserci un esercito regolare armato. Non usa le armi, vero, perché è vigente l'impegno per la pace che ha stipulato con la società civile nelle prime settimane del 1994.
18 anni fa gli zapatisti arrivarono per restare, nonostante le molte offensive militari, paramilitari, di contrainsurgencia, intellettuali, i mezzi di comunicazione ed i partiti, alle quali hanno resistito durante i governi federali di Carlos Salinas, Ernesto Zedillo e Vicente Fox, ed attualmente di Felipe Calderón.
18 anni fa gli zapatisti tzotziles, tzeltales, zoques, mames, tojolabales, choles e meticci, fecero la loro apparizione pubblica con la presa di sette capoluoghi municipali del Chiapas. Non sono gli stessi di allora, come non lo è il paese che li vide nascere nella clandestinità nel 1983, quello che li ricevette l'alba del primo gennaio del 1994, quello che percorsero da sud a nord nel 2006, né quello che in questo momento è infognato in una guerra in "contro il narcotraffico" che è costata la vita a più di 50 mila persone.
Il 6 maggio scorso, in un'affollata manifestazione, dopo cinque anni di assenza al di fuori del loro territorio, più di 20 mila basi di appoggio hanno unito il loro grido e silenzio a quello del Movimento per la Pace. La loro posizione è stata la stessa di 18 anni fa: "Non siamo qui per indicare strade, né per dire che cosa fare, né per rispondere alla domanda: che cosa succederà".
La lotta zapatista non è nata né è proseguita sulla base di rivendicazioni puramente indigene. Fin dall'inizio, raccontano, si pensò alla lotta nazionale. Il tenente colonnello Moisés una volta spiegò che nel 1983 si domandavano: "Come faremo per avere buona assistenza sanitaria, buona educazione, buone case per tutto il Messico? In quei primi 10 anni acquisimmo molte conoscenze, esperienze, idee, modi di organizzarci. E pensavamo: come ci accoglierà il popolo del Messico (non lo chiamavamo ancora società civile)? E pensavamo che ci avrebbero accolto con gioia, perché avremmo combattuto e saremmo morti per lui, perché vogliamo che ci siano libertà, democrazia e giustizia per tutti. Ma nello stesso tempo pensavamo, come sarà? E se non ci accetteranno?" http://www.jornada.unam.mx/2011/12/31/opinion/013o1pol

A 18 anni dall'insurrezione zapatista



DESINFORMEMONOS: A 18 anni dall'insurrezione zapatista



Compagni e compagni

Condividiamo con voi testi, foto e audio del Secondo Seminario Internazionale di Riflessione e Analisi "Planeta Tierra: Movimientos Antisistémicos", che si sta svolgendo a San Cristóbal de las Casas, Chiapas, città dalla quale 18 anni fa si fece conoscere al mondo l'insurrezione dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN).


2011: Risveglio colettivo di fronte all'ingiustizia mondiale

Intellettuali e rappresentanti dei movimenti sociali del Messico e di altri paesi, riflettono sulle lotte mondiali contro il capitalismo e sulla trascendenza della lotta zapatista (Leggere qui)

Audio

"I movimenti sociali attuali sono figli degli zapatisti": Javier Sicilia


Programma radio con interviste ad intellettuali e rappresentanti sociali (Ascolta il programma)
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skype: desinformemonosrevista
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"...desinformémonos hermanos
hasta que el cuerpo aguante
y cuando ya no aguante
entonces decidámonos
carajo decidámonos
y revolucionémonos."
Mario Benedetti

giovedì 22 dicembre 2011

Acteal: 14 anni dopo

 

La Jornada – Giovedì 22 dicembre 2011
HERMANN BELLINGHAUSEN
 
San Cristóbal de las Casas, Chis. 21 dicembre. Da due giorni, dei tre previsti, si stanno svolgendo le commemorazioni della Società Civile Las Abejas del massacro di Acteal a Yabteclum, municipio di Chenalhó, dove le cinque zone dell'organizzazione tzotzil hanno iniziato da martedì alcune "giornate di digiuno e preghiera"; ma anche "di memoria della resistenza", di conoscenza dell'attuale "situazione di violenza nel nostro paese".
Le famiglie di Las Abejas hanno accolto nel pomeriggio la marcia "contro la violenza di Stato, per la pace, la memoria e contro l'impunità", partita da San Cristóbal all'alba di ieri, per alcuni tratti a piedi ed altri in auto, alla maniera delle "torce" guadalupane. Intanto, adActeal, da martedì stanno giungendo gruppi di indigeni cattolici di Simojovel, Chenalhó, Pantelhó e Mitontic.
Come ogni anno in questo giorno, ed ogni giorno 22 di tutti i mesi dei passati quattordici anni, Las Abejas ricordano i loro 45 morti del 1997 e continuano a chiedere giustizia e rispetto da parte delle autorità, così come la punizione degli autori materiali ed intellettuali del massacro.
A nome dell'organizzazione, Antonio Gutiérrez ha dichiarato che nel nostro paese la giustizia viene "garantita unicamente ad amici e soci" dei governanti di turno. Ha citato la responsabilità nei fatti dell'allora governatore del Chiapas, Julio César Ruiz Fierro; del segretario di Governo, Emilio Chuayffet Chemor, e del presidente della Repubblica, Ernesto Zedillo Ponce de León.
Tutte le processioni convergeranno all'incrocio di Majomut, all'altezza della base militare, per dirigersi ad Acteal e celebrare il ricordo con l'abituale contributo di Las Abejas per la denuncia e la solidarietà, e per manifestare anche "contro l'impunità da nord a sud del nostro paese" e "l'accelerato processo di militarizzazione, paramilitarizzazione e mancanza di controllo sociale", come deliberata strategia del governo di Felipe Calderón Hinojosa.

lunedì 19 dicembre 2011

In Messico uccisi 12 giornalisti nel 2011

 

Pubblicati i dati del Press Emblem Campaign - http://www.pressemblem.ch - Ong con sede a Ginevra

Giornalisti uccisi: sono stati 106 nel 2011

Venti durante le Primavere arabe. Solo un terzo è morto in incidenti. Pakistan e Messico i Paesi dove è più difficile lavorare

MILANO - Sono almeno 106 i giornalisti stati uccisi nel 2011. Solo nella Primavera araba ne sono morti venti e sette soltanto in Libia. È il bilancio della Press Emblem Campaign, Ong con sede a Ginevra. Sono un centinaio i reporter attaccati, minacciati, arrestati e feriti in Paesi come Egitto, Libia, Siria, Tunisia e Yemen, interessati dalle rivolte arabe. Tuttavia sono Pakistan e Messico i Paesi dove è più difficile lavorare per i giornalisti. Nello Stato centroamericano sono stati uccisi 12 giornalisti; 11 nel Paese asiatico, soprattutto nelle zone al confine con l'Afghanistan. Altro dato sottolineato dall'Ong, è che i due terzi dei reporter morti sul lavoro sono stati uccisi intenzionalmente e solo un terzo è morto in circostanze accidentali, durante manifestazioni, combattimenti, attacchi kamikaze o esplosioni di mine.
19 dicembre 2011 | 16:37
 

14 Anniversario del massacro di Acteal

http://2.bp.blogspot.com/-CN1-QrOZrHI/TpW7Mo4xUNI/AAAAAAAAA1k/lwuBeSsHoJo/s1600/entierro+acteal.jpg

 
XIV° Anniversario del massacro di Acteal
22 diciembre 2011
 
San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, 16 dicembre 2011
Alle ed agli indignati e ribelli:
Di fronte alla grave situazione che vive il paese, vi invitiamo a partecipare alla marcia per la pace, la memoria, e contro l'impunità che inizierà il 21 di dicembre a San Cristóbal de Las Casas, per arrivare il giorno dopo 22, ad Acteal, in risposta all'invito dell'Organizzazione Società Civile Las Abejas di Acteal ad una giornata di digiuno e preghiera.
Con questa marcia vogliamo riflettere e manifestare contro l'impunità che si vive dal nord al sud del nostro paese sottoposto ad un processo di militarizzazione, paramilitarizzazione e disordine sociale, quale parte della strategia di Felipe Calderón Hinojosa, di guerra dichiarata contro la criminalità organizzata le cui conseguenze sono state, fino ad ora, più di 70 mila vittime tra omicidi e scomparsi.
Questo in una situazione di riordino capitalista del territorio messicano con l'implementazione di mega-progetti previsti nel Trattato di Libero Commercio dell'America del Nord (TLCAN), nel Progetto Mesoamérica (prima Piano Puebla-Panama), nell'Alleanza per la Sicurezza e la Prosperità dell'America del Nord (ASPAN) e nella  Iniciativa Mérida (Plan México), che considerano la terra una merce da cui saccheggiare le risorse, come petrolio, gas, acqua, biodiversità, minerali, a beneficio di compagnie multinazionali a capitale nazionale e straniero, le cui conseguenze si materializzano nella violazione sistematica dei diritti umani e la distruzione dell'ambiente.
 
Per ripudiare questa situazione e rafforzare il nostro coraggio ed energie, ti aspettiamo il giorno 20 dicembre 2011 alle pre 20:00, nel Centro Indigeno di Formazione Integrale-Università della Terra (Cideci-Unitierra) Chiapas, Antiguo Camino a San Juan Chamula s/n, Colonia Nueva Maravilla, San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, dove ci riuniremo per riposare ed iniziare la marcia il giorno dopo, 21 dicembre, alle ore 4:00 del mattino, per arrivare alle 18:00 circa nella comunità di Yabteclum, Chenalhó, dove ci fermeremo per la sera. 
La marcia riprenderà alle ore 5:00 del 22 dicembre per raggiungere il crocevia di Majomut dove ci riuniremo con le compagne e i compagni della Società Civile Las Abejas di Acteal, le sorelle e i fratelli solidali tra i quali il Vescovo della diocesi di Saltillo, Fray Raúl Vera López e di San Cristóbal de Las Casas, Felipe Arizmendi.
 
Vi aspettiamo e non dimenticate di portare sacco a pelo, torcia elettrica, acqua e frutta. 
 
Organizzazione: Luz, Margarita, Michele, Rafa, Rubén e Susana. 
Per informazioni, scrivere a:
***
Area de Sistematizacion e Incidencia / Comunicacion
Centro de Derechos Humanos Fray Bartolome de Las Casas A.C.
Calle Brasil #14, Barrio Mexicanos,
San Cristobal de Las Casas, Chiapas, M?xico
Código Postal: 29240
Tel +52 (967) 6787395, 6787396, 6783548
Fax +52 (967) 6783551
www.frayba.org.mx


Sospese le cure in carcere ad Alberto Patishtan

 

La Jornada – Domenica 18 dicembre 2011
Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 17 dicembre. I detenuto dell'Altra Campagna che tra settembre e novembre per 39 giorni avevano sostenuto uno sciopero della fame in tre prigioni del Chiapas, senza però ottenere la libertà, salvo per due di loro, annunciano l'intenzione di proseguire "in questa trincea della nostra resistenza" nelle prigioni, perché si dichiarano innocenti. La liberazione di Alberto Patishtán, oggi in una prigione federale in Sinaloa, continua ad essere la principale richiesta del movimento, che va oltre la protesta del digiuno conclusa il passato 7 novembre, per la mancanza di risposte del governo statale.
Il professor Patishtán "è sottoposto a condizioni molto dure nel carcere di Guasave", informano i detenuti della Voz del Amate, Solidarios de la Voz del Amate e Voces Inocentes dal carcere N. 5 di San Cristóbal. In una conversazione telefonica, lo stesso Patishtán ha denunciato che gli è stato sospeso il trattamento medico contro il glaucoma e che lo tengono in isolamento. Non potrà ricevere nemmeno un libro prima di sei mesi. "Mi hanno completamente ignorato", ha detto.
Uno dei suoi compagni, il promotore di salute Pedro López Jiménez, a conoscenza della malattia di Patishtán Gómez, racconta che quando questi arrivò nella prigione di El Amate a San Cristóbal nell'aprile del 2009, "ci si accorse che stava perdendo la vista dall'occhio destro; allora fu portato in ospedale dove rimase ricoverato per oltre cinque mesi", e gli fu diagnosticato il glaucoma.
A causa dello sciopero della fame, del quale era portavoce, Patishtán è stato trasferito in una prigione di massima sicurezza "per isolarlo". Oggi, aggiunge López Jiménez, "gli hanno tolto le gocce che i medici hanno raccomandato di non sospendere nemmeno per un solo giorno; io, come promotore di salute, conosco la malattia di Alberto perché gli mettevo le gocce tutti i giorni quando ero in quella prigione". López Jiménez chiede al governo federale "di dare istruzioni affinché le gocce siano nuovamente concesse come trattamento del glaucoma".
Come hanno dichiarato i suoi compagni Rosario Díaz Méndez, Alfredo López Jiménez, Juan Collazo Jiménez e Juan Díaz López, le autorità hanno trattato Patishtán "come un criminale pericoloso, benché il governo dello stato abbia riconosciuto pubblicamente la sua innocenza". I detenuti indigeni esortano il governo di Felipe Calderón "ad intervenire per la sua liberazione, così come chiediamo il suo trasferimento vicino alla sua famiglia e le cure per la sua malattia". Chiedono inoltre al governo di Juan Sabines Guerrero a concedere a tutti loro "la libertà incondizionata che ci è stata rubata".
Grazie allo sciopero, il 16 novembre Juan Collazo Jiménez è stato trasferito dal carcere N. 6 di Motozintla a quello di San Cristóbal de las Casas. Non è stato rilasciato, ma non è più "in punizione" lontano dalla sua famiglia e dai suoi compagni da un anno, sottoposto a tortura psicologica e punizioni fisiche come parte di "una strategia di destrutturazione sociale e politica", sostengono i detenuti.
Il 15 novembre, grazie allo sciopero della fame, sono stati liberati due dei detenuti dell'Altra Campagna, Andrés Núñez Hernández e José Díaz López.
Tuttavia, Alfredo López Jiménez e Rosario Díaz Méndez hanno denunciato "la carente assistenza medica" nel carcere N. 5, per mancanza di personale, medicine e risorse materiali. Con queste pratiche, denunciano, "l'istituzione penitenziaria a carico del Sottosegretariato degli Istituti Penali del Chiapas, viola gli articoli 4 e 18 della Costituzione sul diritto alla salute dei reclusi nei penitenziari della Repubblica", così come i relativi trattati internazionali.
Qualche giorno fa, i detenuti aderenti all'Altra Campagna hanno così ringraziato per la solidarietà internazionale ricevuta: "Anche se non abbiamo ottenuto politicamente nulla, abbiamo ottenuto molto più di quello che immaginavamo, perché abbiamo il vostro immenso appoggio nel chiedere la giustizia e la libertà. Siamo qui con rinnovata volontà di continuare a lottare con coraggio e forza. Non importano gli ostacoli e gli oltraggi, perché noi siamo una famiglia numerosa quante sono le stelle la cui luce è visibile da lontano, che è la solidarietà con le nostre lotte". http://www.jornada.unam.mx/2011/12/18/politica/016n1pol

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lunedì 12 dicembre 2011

Sup Marcos: Una morte.. o una vita (3/3)

 


... segue dalla seonda arte

Scrivere di lui mi fa dolere le mani, Don Luis. 
Non solo perché siamo stati insieme all'inizio della sollevazione e poi in giorni luminosi e albe gelide.
Ma soprattutto, perché facendo questo rapido resoconto della sua storia, mi rendo conto che sto parlando della storia di ognuno delle mie cape e capi, di questo collettivo di ombre che ci indica la rotta, la strada, il passo. 
Di chi ci dà identità ed eredità. 
Forse, agli specialisti del pettegolezzo coletos e simili non interessa la morte del Comandante Moisés perché era solo un'ombra tra le migliaia di zapatisti.
Ma a noi lascia un debito molto grande, tanto grande come il senso delle parole con le quali, sorridendo, mi salutò in quella riunione:
"La lotta non è finita", disse mentre raccoglieva il suo zaino.
-*-
IV.- Una morte, una vita.
Si potrebbe elucubrare su cos'è quello che porta le mie parole a lanciare questo complicato e multiplo ponte tra Don Tomás Segovia ed il Comandante Moisés, tra l'intellettuale critico e l'alto capo indigeno zapatista.
Si potrebbe pensare che è la loro morte, perché evocandoli li riportiamo tra noi, tanto simili perché erano, e sono, diversi.
Ma no, è per le loro vite.
Perché la loro assenza non produce in noi frivoli omaggi o sterili statue.
Perché lasciano in noi una pendenza, un debito, un'eredità.
Perché di fronte alle tentazioni alla moda (mediatiche, elettorali, politiche, intellettuali), c'è chi afferma che non si arrende, né si vende, né tentenna.
E lo fa con una parola che si pronuncia in maniera autentica solo quando si vive: "Resistenza".
Là in alto la morte si esorcizza con omaggi, a volte monumenti, nomi a strade, musei o festival, premi con i quali il Potere festeggia il tentennamento, il nome in lettere dorate su qualche parete da abbattere.
Così si afferma quella morte. Omaggio, parole di circostanza, giro di pagina e avanti un altro.
Ma…
Eduardo Galeano dice che nessuno se ne va del tutto finché c'è qualcuno che lo nomina.
Il Vecchio Antonio diceva che la vita era un lungo e complicato puzzle che si riusciva a completare solo quando gli eredi nominavano il defunto.
Ed Elías Contreras dice che la morte deve avere la sua dimensione, e che ce l'ha solo quando si mette di fianco ad una vita. Ed aggiunge che bisogna ricordare, quando se ne va un pezzo del nostro cuore collettivo, che quella morte è stata ed è una vita.
Già.
Nominando Moisés e Don Tomás, li riportiamo, completiamo il puzzle della loro vita di lotta, e riaffermiamo che, qua in basso, una morte è soprattutto una vita.
-*-
V.- Arrivederci.
Don Luis:
Credo che con questa missiva possiamo concludere la nostra partecipazione a questo fruttuoso (per noi lo è stato) scambio di idee. Almeno per ora. 
La pertinenza delle finestre e delle porte che si sono aperte con l'andare e venire delle sue idee e delle nostre, è qualcosa che, come tutto qua, si andrà sistemando nelle geografie e nei calendari ancora da definire.
Ringraziamo di cuore l'accompagnamento delle penne di Marcos Roitman, Carlos Aguirre Rojas, Raúl Zibechi, Arturo Anguiano, Gustavo Esteva e Sergio Rodríguez Lazcano, e della rivista Rebeldía, che è stata anfitrione.
Con questi testi, né loro, né lei, né noi, siamo in cerca di voti, seguaci, fedeli. 
Cerchiamo (e credo troviamo) menti critiche, vigili ed aperte. 
Ora in alto proseguirà il frastuono, la schizofrenia, il fanatismo, l'intolleranza, i tentennamenti mascherati di tattica politica. 
Poi arriverà la risacca: la resa, il cinismo, la sconfitta. 
In basso prosegue il silenzio e la resistenza. 
Sempre la resistenza… 
Bene Don Luis. Salute e che siano vite quelle che ci lasciano i morti. 
 
Dalle montagne del Sudest Messicano.
Subcomandante Insurgente Marcos.
Messico, Ottobre-Novembre 2011
 
 
VI. P.S. ATTACA DI NUOVO.- Non volevamo dire niente. Non perché non avessimo niente da dire, ma perché chi ora si indigna giustamente contro la calunnia analfabeta, ci ha calunniato fino a chiuderci i ponti verso altri cuori. Ora, piccoli noi e piccola la nostra parola, solo pochi, alcuni di quegli ostinati che fanno ruotare la ruota della storia, cercano il nostro pensiero, ci cercano, ci nominano, ci chiamano.
Non volevamo dire niente, ma…
Uno dei tre imbroglioni che si disputeranno il trono sulle rovine del Messico, è venuto nelle nostre terre a chiederci di stare zitti. È lo stesso che è appena maturato e riconosce i suoi errori ed inciampi. Lo stesso che guida un gruppo avido di potere, pieno di intolleranza, che ha cercato, cerca e cercherà in altri la responsabilità dei suoi errori e schizofrenie. Con un discorso più vicino a Gaby Vargas e Cuauhtémoc Sánchez che ad Alfonso Reyes, ora predica e basa le sue ambizioni nell'amore… per la destra.
Quelli che criticavano a Javier Sicilia le sue dimostrazioni di affetto verso la classe politica, criticheranno ora la "Repubblica Affettuosa"? Quelli che predicavano che Televisa era il male da sconfiggere, criticheranno ora l'affettuosa stretta di mani col lacchè dell'orario stellare?
Octavio Rodríguez Araujo scriverà adesso un articolo per chiedere "coerenza, leader, coerenza"? John Ackerman chiederà radicalità sostenendo che è questo quello che la gente vuole e spera? Il ciro-gómez-leyva di La Jornada, Jaime Avilés, lancerà le sue camicie brune a denunciare per negoziare con i cani e gli impresari, il suo odiato López Dóriga? Il laura-bozzo di La Jornada, Guillermo Almeyra, lo giudicherà e condannerà come collaborazionista intonando il ritornello "via, disgraziato!"?
No, guarderanno dall'altra parte. Diranno che è una questione tattica, che lo sta facendo per guadagnare i voti della classe media. Bene, così niente è ciò che sembra: il presidio di Reforma non era stato fatto per chiedere il riconteggio dei voti che avrebbe reso palese la frode, ma affinché la gente non si radicalizzasse; le critiche a Televisa non erano per denunciare il potere dei monopoli mediatici, ma affinché si aprissero le porte di questa impresa (ed essere di nuovo suo cliente con gli spot elettorali). E poi? Le brigate che raccolgono soldi per il teletón?
Ma potremmo intendere che egli stia solo seguendo una tattica (rozza ed ingenua, secondo noi, ma una tattica). Che non creda sul serio che gli impresari lo appoggeranno, che i cani non lo tradiranno, che il PT ed il Movimento Cittadino sono partiti di sinistra, che Televisa sta cambiando, che il suo interlocutore privilegiato in Chiapas deve essere il priismo (come prima fu il sabinismo). Perfino che creda di essere più intelligente di tutti loro e che li imbroglierà tutti facendo finta di servirli o scambiando usi e costumi nell'impossibile gioco politico di "tutti vincono" e "amore e pace".
Ok, è una tattica… o una strategia (in ogni caso non si capisce cosa una ecosa è l'altra). Quello che si capisce è che sta raccogliendo a destra (disertori del PAN inclusi) e che non c'è niente alla sua sinistra. Segue gli stessi passi del suo predecessore, Cuauhtémoc Cárdenas Solórzano, che si alleò con i potenti contando sul fatto che le sinistre non avrebbero potuto fare altro che appoggiarlo "perché non si poteva fare altro". Ok, strategia o tattica, lo spiegheranno i burattini nelle loro sedi. Noi domandiamo solo: quando, in Messico, ha dato risultati positivi alla sinistra, spostarsi a destra? Quando l'essere servili con i potenti è andato oltre il fatto di divertirli? Certo, i "cagnolini" renderanno conto del successo di questa tattica politica (o strategia?), ma non si sta percorrendo la stessa strada… o no?
Nel frattempo, il gruppo di intelligentoni che lo promuove continuerà a fare equilibrismi per giustificare il cambiamento di rotta… o scommetteranno sulla smemoratezza.
In ogni modo, non mancherà chi incolpare del terzo posto, no?
Salve di nuovo.
Il Sup che fuma in attesa della valanga di calunnie che, in nome della "libertà di espressione" e senza diritto di replica, prepara l'opposizione dell'alto.
 



Sup Marcos: Una morte.. o una vita (2/3)

 


... segue dalla prima arte

Don Luis, credo che concorderà con me che, rispondendo a questi testi provocatori di Tomás Segovia, la riflessione su Etica e Politica deve toccare il tema del Potere. 
Forse in un'altra occasione, e chiamando altri, possiamo scambiare idee e sentimenti (che altro non sono i fatti che animano queste riflessioni), su questo argomento.
Per adesso, vada questa evocazione a Don Tomás Segovia, che dichiarava di non avere tempo di non essere libero e senza imbarazzo confessava: "quasi tutta la vita l'ho guadagnata onestamente, cioè, non come scrittore".
Non solo per portare qui la sua parola irredenta, perché capita a proposito. 
Ma anche, e soprattutto, perché più che il poeta, è il pensatore che ha aperto una terza porta verso il movimento indigeno zapatista. Guardando, vedendo, sentendo ed ascoltando, Don Tomás Segovia attraversò quella porta.
Cioè, capì.
III.- Il Potere e la Pratica della Resistenza.
Municipio Autonomo Ribelle Zapatista San Andrés Sacamchen de Los Pobres, Altos del Chiapas. La mattina del 26 settembre 2011, il comandante Moisés stava andando a lavorare nella sua piantagione di caffè. Come tutti i dirigenti dell'EZLN, non riceveva salario o prebenda alcuna. Come tutti i dirigenti dell'EZLN, doveva lavorare per mantenere la sua famiglia. L'accompagnavano i suoi figli. 
Il veicolo sul quale viaggiavano si ribaltò. Tutti rimasero feriti, ma le ferite subite da Moisés erano mortali. Quando arrivò alla clinica di Oventik era ormai morto.
Nel pomeriggio, com'è abitudine a San Cristóbal de Las Casas rincorrere le voci, la morte di Moisés attrasse giornalisti avvoltoi che pensarono che il morto era il Tenente Colonnello Insurgente Moisés. Quando seppero che non era lui, ma un altro Moisés, il Comandante Moisés, persero ogni interesse. A nessuno di loro importava qualcuno che non era apparso in pubblico come dirigente, qualcuno che era sempre stato nell'ombra, qualcuno che apparentemente era solo un altro indigeno zapatista…
Nel calendario doveva essere il 1985-1986. Moisés seppe dell'EZLN e decise di unirsi allo sforzo organizzativo quando negli altos del Chiapas gli zapatisti si contava sulle dita delle mani… (ed avanzavano le dita). 
Insieme ad altri compagni (Ramona tra loro), cominciò a percorrere le montagne del sudest messicano, ma allora con un'idea di organizzazione. La sua piccola sagoma sbucava dalla nebbia nei territori tzotziles degli Altos. Con la sua parlata lenta snocciolava il lungo elenco di oltraggi perpetrati contro chi è del colore della terra.
"Bisogna lottare", concludeva.
L'alba del primo gennaio 1994, come uno dei combattenti, scese dalle montagne sull'altezzosa città di San Cristóbal de Las Casas. Era nella colonna che prese la presidenza municipale, costringendo alla resa le forze governative che la difendevano. Insieme agli altri membri tzotziles del CCRI-CG, si affacciò al balcone dell'edificio che dava sulla piazza principale. Dietro, nell'ombra, ascoltò la lettura che uno dei suoi compagni faceva della cosiddetta "Dichiarazione della Selva Lacandona" ad una folla di meticci increduli o scettici, e di indigeni colmi di speranza. Con la sua truppa ripiegò sulle montagne alle prime ore del 2 gennaio 1994.
Dopo aver resistito ai bombardamenti ed alle incursioni delle forze governative, tornò a San Cristóbal de Las Casas come parte della delegazione zapatista che partecipò ai cosiddetti Dialoghi della Cattedrale con rappresentanti del governo supremo. 
Ritornò e continuò a percorrere i territori per spiegare e, soprattutto, per ascoltare. 
"Il governo non mantiene la parola", concludeva. 
Insieme a migliaia di indigeni, costruì l'Aguascalientes II, ad Oventik, quando l'EZLN subiva ancora la persecuzione zedillista. 
Fu uno delle migliaia di indigeni zapatisti che, a mani nude, affrontarono la colonna di carri armati federali che volevano posizionarsi ad Oventik nei giorni funesti del 1995. 
Nel 1996, nei dialoghi di San Andrés vigilava, come uno dei tanti, sulla la sicurezza della delegazione zapatista, accerchiata da centinaia di militari. 
In piedi, nelle gelate albe degi Altos del Chiapas, resisteva sotto la pioggia che faceva scappare i soldati a rifugiarsi sotto un tetto. Non si muoveva. 
"Il Potere è traditore", diceva come per scusarsi.
Nel 1997, con i suoi compagni, organizzò la colonna tzotzil zapatista che partecipò alla "Marcia dei 1,111", e raccolse informazioni vitali per fare luce sul massacro di Acteal, il 22 dicembre di quell'anno, perpetrato dai paramilitari sotto la direzione del generale dell'esercito federale, Mario Renán Castillo, e con Ernesto Zedillo Ponce de León, Emilio Chuayfett e Julio César Ruiz Ferro quali autori intellettuali.
Nel 1998, dagli Altos del Chiapas, organizzò e coordinò l'appoggio e la difesa delle compagne e dei compagni sfollati dagli attacchi contro i municipi autonomi da parte del "Croquetas" Albores Guillén e di Francisco Labastida Ochoa.
Nel 1999 partecipò all'organizzazione e coordinamento della delegazione indigena tzotzil zapatista che partecipò alla consultazione nazionale, quando 5 mila zapatisti (2500 donne e 2500 uomini) coprirono tutti gli stati della Repubblica Messicana.
Nel 2001, dopo il tradimento di tutta la classe politica messicana degli "Accordi di San Andrés" (allora si allearono PRI, PA e PRD per chiudere le porte al riconoscimento costituzionale dei diritti e della cultura dei popoli originari del Messico), continuò a percorrere i territori tzotziles degli Altos del Chiapas, er parlare ed ascoltare. E, dopo aver ascoltato, diceva: "Bisogna resistere".
Moisés era nato il 2 aprile 1956, ad Oventik.
Senza che se lo fosse prefissato e, soprattutto, senza guadagnarci niente, divenne uno dei capi indigeni più rispettati nell'EZLN.
Dopo pochi giorni prima della sua morte, lo vidi in una riunione del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell'EZLN, dove si analizzava la situazione locale, nazionale ed internazionale, e si discutevano e decidevano i passi da fare.
Spiegavamo che una nuova generazione di zapatisti stava giungendo ad incarichi di dirigenza. Ragazzi e ragazze nati dopo la sollevazione e che si sono formati nella resistenza, educati nelle scuole autonome, sono ora scelti come autorità autonome ed arrivano ad essere membri delle Giunte di Buon Governo.
Si discuteva e concordava come aiutarli nei loro compiti, come accompagnarli. Come costruire il ponte della storia tra i veterani zapatisti e loro. Come i nostri morti ci lasciano in eredità impegni, memoria, il dovere di andare avanti, di non indebolirsi, di non vendersi, di non tentennare, di non arrendersi.
Non c'era nostalgia in nessuno dei miei capi e cape.
Né nostalgia dei giorni e delle notti in cui, in silenzio, forgiavano la forza di quello che sarebbe stato conosciuto nel mondo come "Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale". 
Né nostalgia per i giorni in cui la nostra parola era ascoltata in molti angoli del pianeta. 
Non c'erano risate, vero. C'erano facce serie, preoccupate di trovare insieme il percorso comune.
C'era, questo sì, quello che Don Tomás Segovia una volta ha chiamato "nostalgia del futuro".
"Bisogna raccontare la storia", disse il Comandante Moisés, a conclusione della riunione. Ed il Comandante tornò nella sua capanna ad Oventik.
Quella mattina del 26 settembre 2011, uscì di casa dicendo "torno subito", ed andò nel suo campo per ricavare dalla terra il sostentamento e il domani.
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Sup Marcos: Una morte... o una vita (1/2)

 

 
Ottobre-Novembre 2011
Chi nomina chiama. E qualcuno accorre, senza appuntamento, senza
spiegazioni, nel luogo in cui il suo nome, detto o pensato, lo sta
chiamando.
Quando ciò accade, si ha il diritto di credere che nessuno se ne va del
tutto finché non muore la parola che chiamando, lo riporta.
Eduardo Galeano.
"Finestra sulla Memoria", da Las Palabras Andantes. Ed. Siglo XXI.
Per: Luis Villoro Toranzo.
Da: Subcomandante Insurgente Marcos.
Don Luis:
Salute e saluti.
Prima di tutto, auguri per il suo compleanno il 3 novembre. Speriamo che con queste lettere riceva anche l'abbraccio affettuoso che, anche se a distanza, le mandiamo.
Proseguiamo quindi in questo scambio di idee e riflessioni. Forse ora più solitari per la confusione mediatica che si solleva intorno alla definizione dei nomi dei tre bricconi che si disputeranno la guida sugli insanguinati suoli del Messico.
Con la stessa frenesia con cui spediscono le loro fatture per "spese di promozione immagine", i mezzi di comunicazione si allineano alle diverse parti. Tutti concordano che le scempiaggini che esibiscono con impudicizia i rispettivi aspiranti, si possono coprire solo facendo più rumore sopra quelle dell'avversario.
Il periodo dell'ansia degli acquisti natalizi coincide con la vendita delle proposte elettorali. Chiaro, come la maggioranza degli articoli che si vendono in questo periodo dell'anno, senza garanzia alcuna e senza la possibilità di restituzione.
Dopo le esequie del suo ex-segretario di governo, Felipe Calderón Hinojosa è corso gioioso "all'estremo saluto" per dimostrare che ciò che importa è consumare, non importa che i sottosegretari di Stato siano morituri e con indeterminata data di scadenza.
Ma, anche in mezzo al rumore ci sono suoni per chi sa cercare ed ha la determinazione e la pazienza sufficienti per farlo.
Ed in queste righe che le mando ora, Don Luis, palpitano morti che sono vite.
 
I.- Il potere del Potere.
"La libertà di scelta ti permette di scegliere la salsa con
la quale sarai mangiato."

Eduardo Galeano.
"Finestra sulle Dittature Invisibili" Ibid.
"Che ci governino, giudichino e se ne occupino le puttane,
visto che i loro figli hanno fallito"
dal blog laputarealidad.org
 
Devo averlo letto o sentito da qualche parte. Era qualcosa come "il Potere non è avere tanti soldi, ma mentire e fare che ti credano molti, tutti, o almeno tutti quelli che contano."
Mentire in grande e farlo impunemente, questo è il Potere. 
Bugie giganti che includono accoliti e fedeli che diano loro validità, certezza, status.
Bugie che diventano campagne elettorali, programmi di governo, progetti alternativi di nazione, piattaforme di partito, articoli su giornali e riviste, commenti in radio e televisione, slogan, credo.
E la bugia deve essere così grande da non essere statica. Deve cambiare, non per diventare più efficace, ma per provare la lealtà dei suoi seguaci. I maledetti di ieri saranno i benedetti appena girate alcune pagine del calendario. 
È il Potere - o la sua vicinanza - il grande corruttore?
A lui arrivano uomini e donne con grandi ideali, ed è l'agire perverso e corruttore del Potere quello che li obbliga a tradirli fino ad arrivare a fare il contrario e contraddittorio?
Dal pieno impiego alla guerra sanguinosa (e persa)…
Da "la mafia nel potere" alla "repubblica amorevole"…
Da "seimila pesos al mese bastano per tutto" a "alla fine nemmeno un sondaggio mi è favorevole"…
Da "Dio mio, rendimi vedova" a "Lupita D´Alessio, fammi leonessa di fronte all'agnello"…
Dal gruppo San Ángel allo Yunque totalmente scoperto…
Da… da… da… scusate, ma non trovo niente di significativo che abbia detto Enrique Peña Nieto…
Anzi, trovo che non abbia detto proprio niente, come se si trattasse di una pessima comparsa, di quelle che si vedono nei teleromanzi che balbettano qualche cosa che nessuno capisce. Visto che è così evidente, non gli farebbe male iscriversi al CEA di Televisa (secondo il programma di studi, al primo anno insegnano "espressione verbale").
So bene che sui mezzi di comunicazione si "è letta" la fotografia della lista di Peña Nieto come unico candidato del PRI (dove appaiono i personaggi principali di questo partito), come dimostrazione del sostegno del partito a questo signore. 
Mmh… a prima vista mi era sembrata la foto di una notizia giornalistica su un nuovo colpo al crimine organizzato. Che era stata smantellata una banda di ladri e che il giubbotto antiproiettile, col quale normalmente presentano gli "indiziati", era stato sostituito dalla camicia rossa.
Poi ho guardato la foto con più attenzione. Beh, quelli non stanno dando dimostrazione di sostegno. È una banda di avvoltoi che si è resa conto che Peña Nieto non è altro che un burattino orfano e che bisogna metterci mano perché, se arriverà alla presidenza, di lui non importerà, ma piuttosto il ventriloquo che lo muove.
La sua designazione come candidato alla presidenza sarà un'ulteriore dimostrazione della decomposizione del Partito Rivoluzionario Istituzionale, e la disputa per vedere chi lo guiderà sarà a morte (e tra i priisti questa non è un'immagine retorica).
Sarà così patetica la situazione che perfino Héctor Aguilar Camín si offrirà per l'adozione… e l'urgente alfabetizzazione della creatura.
Alla fine, continuiamo a chiedere:
È il Potere che corrompe o si deve essere corrotto per accedere al Potere, per restarvi… o per aspirarvi?
Durante uno dei lunghi viaggi dell'Altra Campagna, passando per la capitale del Chiapas, Tuxtla Gutiérrez, dissi che la poltrona governativa chiapaneca doveva avere qualcosa che trasformava persone mediamente intelligenti in stupidi finqueros con pose da piccoli tiranni. Julio guidava, Roger era il copilota. Uno dei due disse "oppure erano già così, ed è per questo che sono diventati governatori".
Poi aggiunse, parola più, parola meno, il seguente aneddoto: "Passando davanti all'edificio in cui era riunito il congresso, una signora sentì gridare: "Ignorante! Idiota! Puttana! Ladro! Criminale! Assassino!" ed altri epiteti più rudi. La signora, inorridita, si rivolge ad un uomo che fuori dall'edificio legge un libro. "È uno scandalo", gli dice, "noi li manteniamo con le nostre tasse e questi deputati non fanno altro che litigare e insultarsi". L'uomo guarda la signora, poi l'edificio legislativo e, tornando al suo libro, dice alla signora: "non stanno litigando né insultandosi, stanno facendo l'appello".
-*-
II.- Il Potere e la Riflessione sulla Resistenza.
La sinistra è la Voce dei Morti
Tomás Segovia. 1994.
Mmh… il Potere… la prova inconfutabile, il sogno degli intellettuali dell'alto, la ragion d'essere dei partiti politici…
Ora, morto il maestro Tomás Segovia, lo nominiamo, lo evochiamo e lo riportiamo a sedersi tra noi per rileggere, insieme, alcuni dei suoi testi.
Non le sue poesie, ma le sue riflessioni critiche sul e rispetto al Potere.
Pochi, molto pochi, sono stati e sono gli intellettuali che si sono impegnati a capire, non a giudicare, questo nostro accidentato percorso che chiamiamo "zapatismo" (o "neozapatismo" per alcuni). Nell'elenco striminzito ci sono, tra gli altri, Don Pablo González Casanova, Adolfo Gilly, Tomás Segovia e lei Don Luis.
Abbracciamo tutti loro, e lei, come solo abbracciano i morti, cioè, per la vita.
E chi ora ricorda Tomás Segovia solo come poeta, lo fa per scindere quell'uomo dal suo essere libertario. Siccome Don Tomás non può fare niente ora per difendersi e difendere la sua parola completa, si sprecano gli omaggi "taglia e incolla", che pubblicano e riprendono i pezzi gentili, lascia nell'oblio quelli scomodi… fino a che altr@ incomod@ li ricordano e li citano.
E per non interpretare le sue parole (che può essere intesa come una forma gentile di usurpazione) trascrivo parti di alcuni scritti.
Nel 1994, in piena euforia accusatoria della destra, quella sì istruita perché la guidava Octavio Paz (uno dei suoi cortigiani era l'impresario Enrique Krauze - oh, non si offuschi Don Krauze, agli intellettuali non si può rimproverare di essere di destra o di sinistra, ma, come nel suo caso, che per emergere, invece di usare l'intelletto, ricorrano all'adulazione di ganster come quelli che ora sono al governo -), Tomás Segovia scrisse (le sottolineature sono mie):
Che prevalga una o un'altra forma di fascismo, la verità e la giustizia prendono la forma della Resistenza. 
Ma si può dire che la sinistra è per costituzione resistenza. Senza dubbio la sinistra nel nostro secolo è piombata in un irrimediabile errore storico, e questo errore è stato credere che la sinistra potesse prendere il potere. La sinistra al potere è una contraddizione, la storia di questo secolo ce l'ha abbondantemente dimostrato (…).
Oggi è chiaro, mi sembra, che la sinistra non è diversa dalla destra, collocate entrambe in una relazione opposta ma simmetrica rispetto al potere: la sinistra è innanzitutto l'altro del potere, l'altro ambito e l'altro senso della vita sociale, quello che resta sepolto e dimenticato nel potere costituito, la riscossa del represso, la voce della vita in comune soffocata dalla vita comunitaria, la voce dei diseredati prima di quella dei poveri (e quella dei poveri solo perché sono in maggioranza, ma non esclusivamente, i diseredati) - la sinistra è la Voce dei Morti.
Una delle idee che più ci hanno fatto danno è stata l'idea di "reazionario", che ci ha fatto pensare che la destra che si oppone al progresso, è resistenza e parla in nome del passato, delle radici, di tutto quanto è "superato". Così la sinistra si convinceva che la resistenza è il potere nella misura in cui continuava ad essere di destra e si opponeva al progressismo della sinistra nel tentativo disperato di conservare i suoi privilegi e il suo dominio, senza vedere che il potere, sia di destra che di sinistra, è solo resistenza nel significato diverso e molto più semplice: nel rifiutarsi di essere sostituito da un altro potere, sia di sinistra che di destra; ma che di fronte alla storia il potere è sempre progressista.
In Messico, normalmente, questo si vede con particolare nitidezza data la crudezza dei rapporti di potere in questo paese: oggi sappiamo con chiarezza che nessun governo è stato più deciso ed attivamente progressista di quello di Porfirio Díaz, e che ai nostri giorni è il PRI quello che monopolizza e sfrutta la retorica del progresso, del cambiamento, della modernizzazione, del superamento dei nostalgici "emissari del passato", e perfino di democrazia.
(E questo mi fa pensare che anche la democrazia al potere o del potere è una contraddizione: la democrazia non è "demoarchia" - il popolo al potere è un'utopia o una metafora, molto pericolosa da prendere alla lettera, perché "il popolo", supponendo che esista o anche se non esiste se non come entelechia, è per definizione ciò che non è al potere, l'altro del potere.)
Ma i miei affascinanti colleghi, quando si consegnano al Governo ben consci che le sue promesse sono false, sono sedotti? Impossibile: la seduzione è desiderio allo stato puro, implica la visione folgorante che il tuo piacere è il mio piacere. Non è possibile una visione in cui il piacere del Potere sia il piacere del "popolo".
E nel 1996 segnalò:
Parallelamente, in un paese che non pratichi più la proibizione violenta delle espressioni dirette della vita sociale primaria, l'ideologia del potere ci ricatterà chiamandoci puttane - cioè disgregatori, negativi, risentiti, violenti -, o tenterà di persuaderci, come i politologi ed altri intellettuali cercano di persuadere gli zapatisti, come tentano di persuadermi i miei colleghi (incominciando da Octavio Paz), che la "vera" via di esprimerci e di influire sulla vita sociale è entrare nelle istituzioni - o in quell'istituito in generale.


venerdì 9 dicembre 2011

Messico – Trovato morto don Trino

Gravi episodi di violenza contro attivisti sociali


Lo abbiamo già scritto in questi mesi che il Messico è un paese in guerra. Decine di omicidi ogni giorno, con un saldo di più di 50 mila morti negli ultimi 5 anni.

In questi giorni stanno avvenendo gravi episodi contro attivisti sociali del paese, soprattutto del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità, movimento che in questi mesi ha rotto il silenzio intorno al clima di guerra e di violenza che sta devastando il paese.

Mercoledi sera è stato trovato il cadavere di Trinidad de la Cruz, detto don Trino, leader della comunità di Xayakalan, nello stato di Michoacan, poche ore dopo la liberazione dei 12 membri del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità che erano stati sequestrati insieme a lui. Il suo corpo torturato, ed ucciso con 4 colpi di arma da fuoco.

Poche ore prima, il Movimento per la Pace aveva denunciato il sequestro di altre due membri nello stato di Guerrero, Eva Alarcón e Marcial Bautista, attivisti della Organización de Campesinos Ecologistas de la Sierra.

Questi gravi episodi si aggiungono all'omicidio di un altro membro del movimento, Nepomuceno Moreno Muñoz, successo nel centro della città di Hermosillo lo scorso 28 novembre, e il tentato omicidio contro Norma Andrade, cofondatrice dell'organizzazione Nuestras Hijas de Regreso a Casa, associazione di familiari di vittime del femminicidio nel nord del paese.

Nella comunità di Xayakalan, comunità fondata nel 2009 dopo il recupero delle terre da parte di indigeni nahua, l'assassinio di don Trino si somma a 27 suoi compagni uccisi e 4 desaparecidos.

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Chi era Don trino e quale fu la sua lotta?

di Gloria Munoz Ramirez

Trinidad de la Cruz Crisóstomo, si faceva chiamare il Trompas per motivi di sicurezza, di fronte a le permanenti minacce che aveva ricevuto dal crimine organizzato e dai paramilitari. E' un signore anziano, nahua, "valoroso e compromesso col popolo", come lo definiscono i suoi compagni. Trinidad, o Don Trino, era a capo della incaricato della guardia comunitaria dopo che il 29 giugno 2009 gli indigeni nahuas recuperarono questo terreno che per 40 anni fu invaso per presunti piccoli proprietari provenienti dalla comunità di La Placita, municipio di Aquila.

Conosciuto anche come El Maíz oEl Maizón, Don Trino occupò gli incarichi massimi che si può avere in una comunità: giudice tradizionale in varie occasioni e rappresentante del possesso della terra. Fu anche comandnate della guardia comunitaria e il primo con questo incarico nel nuovo villaggio di Xayakalan, fondato sulle terre recuperate.

Intevistato due giorni dopo il recupero delle terre, ancora con i posti di blocco in allerta e la tensione per lo scontro, Don Trino raccontò con visibile orgoglio quello che successe quella mattina: "gli invasori de La Placita a colpi di arma da fuoco, ferendo uno dei nostri compagni, pero noi andammo avanti fino a che arrivammo con le nostre camionette alle terre". Immediatamente istallarono un accampamento e circa 500 guardie comunitarie cominciarono a vigilare, per prevenire nuove provocazioni.

Conteso dai narcos

Questo territorio è stato conteso per anni da narcotrafficanti, investitori immobiliari, presunti piccoli proprietari e imprese minerarie, pero appartiene ai nahua. "Potemmo recuperare le nostre terre grazie a che tutti ci partecipammo alla riorganizzazione della nostra polizia tradizionale. Adesso da qui non ce ne andiamo, per questo abbiamo la nostra polizia". "Non vogliamo la violenza, non è nostra intenzione. Stiamo solamente difendendo le nostre terre. Vogliamo lavorarle, solo questo. Quello che stiamo facendo è totalmente legale, pacifico, civile e costituzionale", insisteva.

In successive interviste e chiacchierate informali che abbiamo avuto con lui in questi due anni, Trinidad de la Cruz avvertì che "solamente morti" li potevano cacciare da lì. Questo 6 di dicembre fu sequestrato da un gruppo armato, davanti a 12 persone del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità che si trovavano in una carovana di osservazione a Ostula e che furono minacciate, anche se poi le lasciarono in libertà. Oggi si è trovato il corpo senza vita di Don Trino in una località del municipio di Coahuayana.

Intervistati per telefono, lo scorso 14 novembre, informarono gli abitanti intervistati, che don Trino fu "duramente picchiato, di fronte alla comunità, con un arma R-15 da Priciliano Corona Sánchez, alias Chalano, con la complicità di Iturbide Alejo, alias Turbinas, e Margarita Pérez, alias La Usurpadora, persone che abitano a Xayakalan e lavorano per il crimine organizzato".

Gli abitanti, che non dicono il proprio nome per paura di una rappresaglia, affermarono che nello scorso giugno, "el Chalano minacciò di morte don Trino e Pedro Leyva, che alla fine fu assassinato lo scorso 6 di ottobre". Dissero anche che il 15, 16 e 17 settembre scorsi, El Chalano stava ricercando gli incaricati dell'ordine a Xayakalan, pero fortunatamente potettero scappare e si salvarono la vita.

in occasione del secondo anniversario del recupero delle terre, i nahuas di Ostula denunciarono che "la guerra che attualmente vive la nostra comunità e che è un capitolo piccolo della guerra che soffre la nostra nazione intera, la possiamo contare con numeri: 26 abitanti morti, 4 desaparecidos, decine di vedove e orfani e centinaia di persone cacciate dalle loro terre". A queste cifre si sommano gli assassini di Pedro e Trinidad.

L'agosto passato avemmo un ultimo incontro con lui. Era da poco passato l'uragano Beatriz, che aveva distrutto tutte le precarie costruzioni del villaggio, ma nonostante questo, affermò: "qui tutti continuiamo al nostro posto. Se l'uragano non ci ha cacciato, fiuguriamoci il governo".

La polizia comunitaria di Ostula è composta da circa 500 membri e la sua funzione, spiegò il dirigente e un gruppo di abitanti, "è controllare il perimetro delle terre in conflitto". Non è, continua, "per affrontare la delinquenza organizzata, nè per disarmare nesusno, nè intervenire in altre cose, ma solamente per proteggere il territorio che ci appartiene".

La risposta del governo all'organizzazione "non è stata buona", continuò don Trino, sotto l'ombra di una palapa Xayakalan. "Il governo non vuole che abbiamo la nostra polizia. Non gli piace perchè non la comandano loro, però qui siamo sempre stati autonomi. Esigiamo il riconoscimento della nostra polizia, però se non ce lo danno, in ogni modo continuiamo".

Ostula è una delle tre comunità nahuas del litorale del Pacifico michoacano. Le altre due sono Pomaro e Coire. Insieme posseggono più di 200 mila ettari di territorio tra la costa e le montagne della Sierra Madre del Sud fino al fino al Guerrero e Oaxaca. Nei più di mille ettari di Xayakalan attualmente abitano circa 250 persone appartenenti a 40 famiglie. Questo è un territorio vigilato.

I nahuas esigono il riconoscimento delle loro terre e dei suoi organi di autodifesa, ma fino ad ora non c'è niente. Mentre, mantengono il possesso del terreno e la disposizione della loro polizia per difenderlo., perchè la comunità non ha potuto svolgere le consultazioni a casusa della violenza. Questo 6 di dicembre si doveva svolgere l'assemblea che, per ovvie ragioni, è stata sospesa.

Un altro dato è che l'assemblea generale decise di non partecipare alle elezioni statali del Michoacán, lo scorso 13 novembre. "I partiti politici quando vengono a cercare voti ti parlano bene, però dopo non ti conoscono. Qui non entrano", segnalò Don Trino.

tratto da Desinformemonos

mercoledì 7 dicembre 2011

Messico - Don Trino, storia di un sequestro annunciato

di Gloria Munoz Ramirez

Il 6 dicembre,membri del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità che hanno partecipato a una brigata di osservazione nella comunità di Ostula, Michoacán, furono scesi dal loro veicolo e minacciati con armi di grosso calibro da un commando mentre uscivano dalle terre recuperate di Xayakalan in direzione del centro di Ostula, dove si sarebbe svolta una consulta interna della comunità per decidere se accettavano o no di consegnare una parte delle loro terre ai piccoli proprietari di Aquila. I sequestratori hanno liberato il gruppo di 12 persone del Movimento, i quali si trovano in un buon stato, ma hanno sequestrato don Trinidad de la Cruz Crisostomo, conosciuto come don Trino o il Trompas, uno dei principali leader della comunità, incaricato della guardia comunitaria dopo che il 29 giugno 2009 gli indigeni nahuas recuperarono questo terreno che per 40 anni fu invaso per presunti piccoli proprietari provenienti dalla comunità di La Placita.

Abitanti della comunità di Xayakalan intervistati telefonicamente informano che i membri della carovana sono stati intercettati da un gruppo armato legato al crimine organizzato e portati nella montagna, li hanno minacciati e poi lasciati liberi. Tutti sono salvi, ad eccezione di don Trino, la cui sorte non si conosce.

Trinidad de la Cruz Crisóstomo, si faceva chiamare il Trompas per motivi di sicurezza, di fronte a le permanenti minacce che aveva ricevuto dal crimine organizzato e dai paramilitari. E' un signore anziano, nahua, "valoroso e compromesso col popolo", come lo definiscono i suoi compagni. In tutte le interviste e chiacchierate informali che ho avuto con lui, avvertiva che quelle terre appartenevano agli abitanti di Ostula e che "solamente morti" li potevano cacciare da lì. Oggi il Trompas è desaparecido e del suo sequestro furono testimoni 12 persone del Movimento per la Pace.

Lo scorso 14 novembre, informano gli abitanti intervistati, don Trino fu "duramente picchiato, di fronte alla comunità, con un arma R-15 da Priciliano Corona Sánchez, alias Chalano, con la complicità di Iturbide Alejo, alias Turbinas, e Margarita Pérez, alias La Usurpadora, persone che abitano a Xayakalan e lavorano per il crimine organizzato".

Gli abitanti, che non dicono il proprio nome per paura di una rappresaglia, affermano che nello scorso giugno, "el Chalano minacciò di morte don Trino e Pedro Leyva, che alla fine fu assassinato lo scorso 6 di ottobre".

In occasione del secondo anniversario del recupero delle terre, i nahuas di Ostula denunciarono che "la guerra che attualmente vive la nostra comunità e che è un capitolo piccolo della guerra che soffre la nostra nazione intera, la possiamo contare con numeri: 26 abitanti morti, 4 desaparecidos, decine di vedove e orfani e centinaia di persone cacciate dalle loro terre". A queste cifre si somma l'assassinio di pedro e il sequestro di don Trino.


Ostula: "Da qui nessuno ci caccia"

Il 29 giugno 2009 i nahuas di Ostula recuperarono più di mille ettari di terre, monti e spiagge "che per 40 anni furono in mano di piccoli proprietari di La Placita". Da quel momento quelle terre portano il nome di Xayakalan.

"Abbiamo potuto recuperare quelle terre", segnalò il Trompa in un intervista concessa a Desinformémonos lo scorso agosto, "grazie a che tutti ci siamo riorganizzati nella nostra polizia tradizionale. Adesso da qui non ce ne andiamo, per questo abbiamo la nostra polizia", disse.

Poco più di due anni dopo aver recuperato queste terre, il Trompas assicurò: "Tutti restiamo qui. Se l'uragano Beatriz non ci ha cacciato, meno che mai il governo".

La polizia comunitaria di Ostula è composta da 500 membri e la sua funzione, spiega il Trompas e un gruppo di abitanti, "è controllare il perimetro delle terre in conflitto". Non è, continua, "per affrontare la delinquenza organizzata, nè per disarmare nesusno, nè intervenire in altre cose, ma solamente per proteggere il territorio che ci appartiene".

La risposta del governo all'organizzazione "non è stata buona", continuò don Trino, sotto l'ombra di una palapa Xayakalan. "Il governo non vuole che abbiamo la nostra polizia. Non gli piace perchè non la comandano loro, però qui siamo sempre stati autonomi. Esigiamo il riconoscimento della nostra polizia, però se non ce lo danno, in ogni modo continuiamo".

Ostula è una delle tre comunità nahuas del litorale del Pacifico michoacano. Le altre due sono Pomaro e Coire. Insieme posseggono più di 200 mila ettari di territorio tra la costa e le montagne della Sierra Madre del Sud fino al fino al Guerrero e Oaxaca. Nei più di mille ettari di Xayakalan attualmente abitano circa 250 persone appartenenti a 40 famiglie. Questo è un territorio vigilato.

I nahuas esigono il riconoscimento delle loro terre e dei suoi organi di autodifesa, ma fino ad ora non c'è niente. Mentre, mantengono il possesso del terreno e la disposizione della loro polizia per difenderlo.http://desinformemonos.org/2011/12/ostula/

Un altro dato è che l'assemblea generale decise di non partecipare alle elezioni statali del Michoacán, lo scorso 13 novembre. "I partiti politici quando vengono a cercare voti ti parlano bene, però dopo non ti conoscono. Qui non entrano", segnalano gli intervistati.

tratto da Desinformemonos

Ejidatarios di Bachajón denunciano l’ingerenza del governo


La Jornada – Mercoledì 7 Dicembre 2011
HERMANN BELLINGHAUSEN
 
Dopo aver recuperare per due giorni la proprietà del loro ejido in cui si trova la cabina di riscossione per l'ingresso alle cascate di Agua Azul (il "centro ecoturistico" più pubblicizzato dal governo del Chiapas), gli ejidatarios di San Sebastián Bachajón aderenti all'Altra Campagna denunciano l'intervento del segretario di Governo in persona, sabato scorso, che ha offerto denaro e minacciato di ricorrere alla polizia per sgomberarli.
Gli ejidatarios hanno protestato con una manifestazione sulla strada Ocosingo-Palenque, senza bloccare il traffico, per denunciare il governatore Juan Sabines Guerrero ed il segretario di Governo, Noé Castañón, come "complici" delle autorità ejidali filogovernative, capeggiate da Francisco Guzmán Jiménez (Goyito), nell'esproprio delle terre di proprietà collettiva.
Riferiscono che il 30 novembre, gli ejidatarios aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona avevano ripreso le installazioni e la cabina di riscossione "allo scopo di recuperare quello che il commissario ufficiale, in complicità con gli enti del governo, vogliono toglierci: più di 600 ettari di terra, falsificando un provvedimento che non è neppure conforme al decreto presidenziale del 29 aprile 1980."
Per tale ragione, gli ejidatarios hanno occupato il luogo per due giorni, "aspettando che arrivasse il commissario ufficiale a spiegare quello che stava facendo senza il consenso del massimo organo ejidale, poi, improvvisamente, è apparso l'interessato, 'l'angelo custode' degli sporchi politici"; cioè, il segretario Castañón, "che è intervenuto come se fosse un altro membro dell'ejido, perché Goyito gli ha dato il 'permesso' di fare quello che vuole sulle nostre terre", sostengono gli indigeni. Il quale ha detto loro che il recupero era un modo di "provocare altra violenza".
Il funzionario "ha mostrato un accordo già redatto, che non sappiamo nemmeno dove sia stato fatto, obbligandoci a firmare, come se stessimo chiedendo la carità, mentre il nostro obiettivo era recuperare le terre su cui hanno illegalmente costruito un centro di pronto intervento con la presenza permanente della polizia preventiva".
Sostengono: "Non siamo spinti da interessi economici, tuttavia ci hanno offerto dei soldi". Dicono che il segretario li ha avvertiti che "se non accettavamo, la polizia ci avrebbe sgomberato con la violenza".
Il commissario ufficiale si era impegnato a convocare ad un'assemblea degli ejidatarios per domenica 4 dicembre ad Alan Sac Jun, ma non l'ha mai fatto. Si è riunito solo col gruppo filogovernativo a Pamalá ("tana di topi" lo chiamano), "come se fossero gli unici proprietari", mentre gli altri aspettavano nella casa ejidale del Centro Alan Sac Jun.
Gli indigeni affermano che in questo gruppo ci sono "i veri responsabili di quello che sta succedendo nel nostro ejido, in complicità col malgoverno che finanzia la morte, la violenza, l'abuso e la repressione".
Ed avvertono: "Che sia chiaro chi sono i responsabili, perché questa volta non cadremo nelle loro bugie e dimostreremo chi siamo e che cosa vogliamo". Infine, annunciano che "in questi giorni" occuperanno nuovamente la cabina di riscossione. http://www.jornada.unam.mx/2011/12/07/politica/024n1pol


venerdì 25 novembre 2011

I cattolici manifestano in Chiapas contro le impreseminerarie, la militarizzazione....

 

La Jornada – Venerdì 25 novembre 2011
I cattolici manifestano in Chiapas contro le imprese minerarie, la militarizzazione, la violenza contro gli immigrati, l'uso degli ogm e l'inquinamento e chiedono la liberazione di Alberto Patishtán
Elio Henríquez. San Cristóbal de las Casas, Chis., 24 novembre. Con in testa i vescovi Felipe Arizmendi Esquivel ed Enrique Díaz Díaz, circa 8 mila cattolici hanno fatto un pellegrinaggio in questa città per manifestare contro lo sfruttamento minerario, la distruzione della natura, l'uso di transgenici, la militarizzazione, il consumo di droga, l'alcolismo e gli abusi contro gli immigrati.
Con striscioni, fiori, foglie di palma, croci, immagini religiose e bandiere, i cattolici hanno sfilato fino alla piazza della Cattedrale, dove si è svolta una messa di due ore con riti indigeni, durante la quale è stata chiesta la liberazione di Alberto Patihstán Gómez, in carcere da 10 anni, accusato di un'imboscata che provocò la morte di sette poliziotti e che un mese fa è stato trasferito nella prigione di Guasave, Sinaloa.
Durante l'omelia, Arizmendi Esquivel ha detto, facendo riferimento ad un passo della bibbia: "I leoni sono le imprese minerarie che con i loro progetti vogliono impadronirsi dei territori dei contadini, le autorità corrotte che si vendono e non difendono il bene delle comunità e quelli che si dedicano al disboscamento delle foreste (...), i grandi produttori di alcolici, le autorità che non applicano debitamente le leggi contro la corruzione". I leoni sono anche "gli spacciatori, piccoli e grandi; i capi di cartelli ed i loro luogotenenti; quelli che estorcono e sequestrano per denaro; quelli che uccidono chi non eseguono i loro ordini criminali; quelli che catturano e maltrattano gli immigranti che arrivano da noi".
Il pellegrinaggio al quale hanno partecipato i cattolici di 54 parrocchie della diocesi, è partito alle ore 10:00 da tre punti diversi della città sotto una leggere pioggerellina. (...) 
"Siamo testimoni che alcuni programmi governativi creano dipendenza e povertà, e ci preoccupa che i cosiddetti 'macroprogetti', provenienti da interessi transnazionali, vogliono appropriarsi e controllare il territorio e le risorse naturali del nostro stato; in molte comunità questo provoca divisioni e scontri". (…)
 

lunedì 21 novembre 2011

Previsioni per il 2012


Los de Abajo
Gloria Muñoz Ramírez
 
Un esempio di cosa potrebbe succedere nel 2012 è accaduto domenica scorsa nella comunità purépecha di Cherán, durante le elezioni per governatore, sindaci e deputati locali dello stato di Michoacán. L'intera comunità ha deciso in assemblea di non partecipare al voto, perché, hanno detto in un comunicato, ci siamo resi conto che i partiti politici non fanno altro che creare divisioni nella società e dare briciole a simpatizzanti e militanti; e che questi riempiono le loro tasche per recuperare molto più del denaro spese nelle campagne elettorali, perché molte volte superano il limite autorizzato dagli organismi elettorali.
Dal 15 aprile scorso Cherán rappresenta una delle resistenze più emblematiche contro il crimine organizzato e, soprattutto, contro le istituzioni dei tre livelli di governo che, per omissione o coinvolgimento, hanno agito in complicità con la delinquenza che opera impunemente in questa regione della meseta purépecha. Non è poco quello che hanno ottenuto in questa comunità in questi sette mesi, perché anche se i governi statale e federale non hanno risposto alla loro richiesta di garantire la sicurezza della popolazione ed impedire il disboscamento clandestino dei suoi boschi, le ed i comuneros lavorano alla ricostituzione dell'organizzazione comunitaria, affrontando di giorno in giorno la sfide di decidere il proprio destino.
Mentre i tre principali partiti: PAN, PRI e PRD litigano per il risultato elettorale che ha relegato all'ultimo posto il PRD, che dal 2001 era al governo da uno dei suoi principali bastioni, la comunità di Cherán si è trincerata nel suo territorio e non ha permesso l'ingresso della macchina elettorale perché, ha denunciato "i partiti politici corrotti lavorano solo a beneficio dei ricchi, mentre a noi, i poveri, ci porta… la crisi".
Bisogna dire che il Tribunale Elettorale Giudiziario della Federazione aveva dato parere favorevole a che la popolazione eleggesse il suo sindaco col metodo dei suoi usi e costumi; ma la scelta di deputati e governatore doveva passare per la via elettorale. Questo è stato respinto dall'assemblea che ha deciso, al posto delle elezioni, di rafforzare la sicurezza della comunità e continuare la procedura di elezione delle sue autorità secondo le proprie regole.
Al terminare della giornata, accompagnata da una brigata dell'Altra Campagna e dai mezzi di comunicazione alternativi che hanno realizzato una copertura eccezionale, i comuneros di Cherán hanno dichiarato che non abbasseranno la guardia né si daranno per vinti, perché "crediamo che la nostra lotta è giusta e soprattutto necessaria, perché non potevamo continuare a vivere con la paura". http://www.jornada.unam.mx/2011/11/19/opinion/017o1pol
Gloria Muñoz Ramírez
 
Un esempio di cosa potrebbe succedere nel 2012 è accaduto domenica scorsa nella comunità purépecha di Cherán, durante le elezioni per governatore, sindaci e deputati locali dello stato di Michoacán. L'intera comunità ha deciso in assemblea di non partecipare al voto, perché, hanno detto in un comunicato, ci siamo resi conto che i partiti politici non fanno altro che creare divisioni nella società e dare briciole a simpatizzanti e militanti; e che questi riempiono le loro tasche per recuperare molto più del denaro spese nelle campagne elettorali, perché molte volte superano il limite autorizzato dagli organismi elettorali.
Dal 15 aprile scorso Cherán rappresenta una delle resistenze più emblematiche contro il crimine organizzato e, soprattutto, contro le istituzioni dei tre livelli di governo che, per omissione o coinvolgimento, hanno agito in complicità con la delinquenza che opera impunemente in questa regione della meseta purépecha. Non è poco quello che hanno ottenuto in questa comunità in questi sette mesi, perché anche se i governi statale e federale non hanno risposto alla loro richiesta di garantire la sicurezza della popolazione ed impedire il disboscamento clandestino dei suoi boschi, le ed i comuneros lavorano alla ricostituzione dell'organizzazione comunitaria, affrontando di giorno in giorno la sfide di decidere il proprio destino.
Mentre i tre principali partiti: PAN, PRI e PRD litigano per il risultato elettorale che ha relegato all'ultimo posto il PRD, che dal 2001 era al governo da uno dei suoi principali bastioni, la comunità di Cherán si è trincerata nel suo territorio e non ha permesso l'ingresso della macchina elettorale perché, ha denunciato "i partiti politici corrotti lavorano solo a beneficio dei ricchi, mentre a noi, i poveri, ci porta… la crisi".
Bisogna dire che il Tribunale Elettorale Giudiziario della Federazione aveva dato parere favorevole a che la popolazione eleggesse il suo sindaco col metodo dei suoi usi e costumi; ma la scelta di deputati e governatore doveva passare per la via elettorale. Questo è stato respinto dall'assemblea che ha deciso, al posto delle elezioni, di rafforzare la sicurezza della comunità e continuare la procedura di elezione delle sue autorità secondo le proprie regole.
Al terminare della giornata, accompagnata da una brigata dell'Altra Campagna e dai mezzi di comunicazione alternativi che hanno realizzato una copertura eccezionale, i comuneros di Cherán hanno dichiarato che non abbasseranno la guardia né si daranno per vinti, perché "crediamo che la nostra lotta è giusta e soprattutto necessaria, perché non potevamo continuare a vivere con la paura". http://www.jornada.unam.mx/2011/11/19/opinion/017o1pol

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