martedì 30 settembre 2014

Denuncia dell’Ejido San Sebastián Bachajón

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EJIDO SAN SEBASTIAN BACHAJON ADERENTE ALLA SESTA DICHIARAZIONE DELLA SELVA LACANDONA. CHIAPAS. MESSICO. 27 SETTEMBRE 2014
Alle Giunte di Buon Governo 
Al Congresso Nazionale Indigeno 
Ai compagn@ aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona 
Ai mezzi di comunicazione di massa ed alternativi 
Alla Rete contro la Repressione e per la Solidarietà 
Al Movimento per la Giustizia del Barrio di New York 
Ai difensori dei diritti umani nazionali ed internazionali 
Al popolo del Messico e del mondo
Compagne e compagni
 
Denunciamo che il malgoverno ha aumentato le pene per i nostri compagni Juan Antonio Gómez Silvano, Mario Aguilar Silvano e Roberto Gómez Hernández perché ha cambiato il reato a loro attribuito da lesioni aggravate a tentato omicidio del poliziotto municipale di Chilón, Alfredo Bernabé Aguilar Fuentes, affinché non escano su cauzione e rimangano ancora più tempo ingiustamente in prigione per un reato che non hanno commesso, e che è un reato fabbricato dal malgoverno e per questo sono stati maltrattati e torturati per nove ore dai poliziotti municipali di Chilón, e pure il pubblico ministero di Ocosingo, Chiapas, Rodolfo Gómez Gutiérrez, ha puntato una pistola alla testa del compagno Mario Aguilar Silvano e gli ha anche infilato la testa in un sacco di plastica.
Il giudice Omar Heleria Reyes è complice del malgoverno perché ha firmato l'atto di arresto formale perché così glielo ordina il padrone, il governo, non agiscono così i giudici dei nostri villaggi, ci vogliono saggezza e intelligenza per risolvere i problemi, ma queste persone non fanno altro che violare i diritti e proteggere quelli che fanno il lavoro sporco del malgoverno.
Denunciamo che ai nostri compagni in carcere, Juan Antonio Gómez Silvano, Mario Aguilar Silvano e Roberto Gómez Hernández, nella prigione 16 di Ocosingo, Chiapas, viene chiesto denaro all'interno della prigione da parte dei cosiddetti portavoce o favoriti che collaborano con le autorità della prigione, per questo esigiamo che il malgoverno rispetti la vita e l'integrità dei nostri compagni perché sono prigionieri politici e nessuna persona deve essere molestata in prigione per obbligarla a versare denaro o svolgere lavori contro la dignità della persona.
Chiediamo al malgoverno la liberazione immediata dei nostri compagni JUAN ANTONIO GOMEZ SILVANO, MARIO AGUILAR SILVANO E ROBERTO GOMEZ HERNANDEZ che sono stati torturati dal malgoverno e sono privati ingiustamente della libertà dal 16 settembre 2014 perché lottano per la giustizia e la difesa del proprio territorio.
Chiediamo inoltre la liberazione dei nostri compagni rinchiusi della prigione di Playas de Catazajá, SANTIAGO MORENO PEREZ in carcere dal 2009, EMILIO JIMENEZ GOMEZ in carcere dal luglio 2014 e ESTEBAN GOMEZ JIMENEZ in carcere dal 2013 a Playas de Catazajá e poi trasferito a El Amate.
Chiediamo al malgoverno ed al commissario ejidale filogovernativo di San Sebastián Bachajón, Alejandro Moreno Gómez, di smetterla di depredare territorio e risorse naturali al nostro popolo, perché il popolo continuerà a difenderli. 
Dalla zona nord dello stato del Chiapas, le donne e gli uomini di San Sebastián Bachajón inviano saluti combattivi. 
Mai più un Messico senza di noi.
Distintamente
¡Tierra y libertad! ¡Zapata Vive!
¡Hasta la victoria siempre!
Presos políticos ¡Libertad!
¡Juan Vázquez Guzmán Vive, la Lucha de Bachajón sigue!
¡Juan Carlos Gómez Silvano Vive, la Lucha de Bachajón sigue!
¡No al despojo de los territorios indígenas!
 






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venerdì 26 settembre 2014

Formalizzato l'arresto per gli indigeni tzeltal obbligati a confessare sotto tortura

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Pubblicato da: POZOL COLECTIVO 23 settembre 2014
Chiapas, Messico. 24 settembre. Il giudice di Ocosingo, Omar Heleria Reyes, decreta l'arresto per gli ejidatarios di San Sebastián Bachajón, malgrado il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (Frayba) abbia documentato torture e trattamenti crudeli, inumane e/o degradanti, compiuti da elementi della Polizia Municipale di Chilón contro gli indigeni tzeltal. "I tre indigeni che non sanno né leggere né scrivere, sono stati obbligati a porre la loro impronta digitale sulla deposizione della quale non hanno ricevuto lettura, inoltre non hanno avuto l'assistenza di un interprete", denuncia il Frayba.
Il Frayba inoltre sollecita la Procura Generale dello stato del Chiapas "a svolgere indagini contro i poliziotti municipali di Chilón ed il Pubblico Ministero Rodolfo Manuel Gómez Gutiérrez per il reato di tortura", poiché Mario Aguilar ha denunciato che è stato sottoposto ad asfissia con una borsa di plastica e di aver ricevuto colpi in testa affinché confessasse di aver sparato e ferito un poliziotto municipale.
 
In conferenza stampa gli indigeni di San Sebastián Bachajón, insieme al loro rappresentante legale, hanno denunciato che nel caso dei loro compagni detenuto Juan Antonio Gómez Silvano, Mario Aguilar Silvano e Roberto Gómez Hernández della comunità Virgen de Dolores "non è stata rispettata la legge, perché non sono stati presentati al pubblico ministero che si trova a 5 minuti dal luogo di detenzione". "Sono stati trattenuti per 9 ore sotto custodia di polizia senza essere presentati al PM", segnalano.
I tre indigeni tzeltal erano stati fermati lo scorso 16 settembre dal comandante Francisco Sánchez Guzmán con l'accusa di aver sparato ai poliziotti di Chilón, malgrado la prova del guanto di paraffina avesse dato esito negativo. Il fermo è iniziato alle 4:30 del mattino e l'ufficiale li ha presentati al PM Ocosingo all'01:30 del pomeriggio, informa l'avvocato difensore. 
"Mostravano evidenti segni di percosse in volto e sul corpo e lesioni interne certificate dal PM", aggiunge il legale. Quando è stato chiesto ai poliziotti il perché del ritardo nel presentare i detenuti, hanno risposto che avevano dovuto pattugliare la città a causa del maltempo nella regione, spiega l'avvocato, anche difensore dei diritti umani, ed aggiunge che la corte suprema stabilisce che tutti gli elementi che derivano da una detenzione come quella degli indigeni tzeltal sono illegali.
Durante la conferenza stampa è stato inoltre spiegato che il reato degli ejidatarios di Bachajón è stato riclassificato da lesioni aggravate a tentato omicidio che non prevede cauzione. La difesa farà appello contro l'arresto per i gravi reati inventati contro gli indigeni. http://www.pozol.org/?p=9851
 
(Traduzione "Maribel" - Bergamo)





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martedì 23 settembre 2014

Editoriale del N. 3 della Revista Rebeldía Zapatista

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La condivisione è qualcosa che va oltre.
Compagne e compagni della Sexta del Messico e del mondo.
Per noi la condivisione è stata uno stringerci la mano, vederci come siamo e che cosa pensiamo.
Conoscerci gli uni con gli altri, noi che siamo in basso e originari di queste terre.
Non rappresentanti, non leader, noi basi dei popoli, nazioni e tribù, noi che non abbiamo avuto l'opportunità di stringerci la mano e conoscerci e toccare i nostri cuori da più di 520 anni.
Alla Realidad, Caracol degli zapatisti, si è realizzata la nostra convivenza di indigeni originari, è diventato realtà l'incrocio di parole degli uni con gli altri e le altre.
Quando parliamo tra di noi basi, non leader, ci capiamo, ci comprendiamo.
E quello che ci fa comprendere subito tra di noi, è la vita che stiamo vivendo, la vita tanto brutta che viviamo, ed oramai non solamente noi che stiamo già così, ma anche gli uomini e le donne poveri che vivono in città. 
Abbiamo parlato di come ci vuole il capitalismo e perché ci tiene così, e che cosa ci succederà se continuiamo a stare come ci vogliono i capitalisti. 
In 5 giorni ci siamo messi d'accordo nelle 28 lingue che hanno parlato in quella riunione, per vedere quale sarà il nostro camminare con i popoli sfruttati delle campagne e delle città.
I nostri orizzonti si sono fatti grandi ed abbiamo convenuto che dobbiamo unirci con le città e le campagne. Dobbiamo condividere con le compagne ed i compagni della Sexta del Messico e del mondo. Per conoscere come sono le loro lotte ribelli e la loro resistenza. Vogliamo che vengano a condividere proprio le compagne ed i compagni di base.
Perché solo chi è alla base e sta in basso sa come deve nascere una nuova società. Non ne sanno niente quelli che vengono dai partiti politici, né dai nuovi partiti politici, né i politici, servitori del capitalismo.
Popoli, nazioni, tribù. Quartieri poveri, i poveri lavoratori e le lavoratrici sfruttati delle campagne e delle città sono coloro che sanno come deve essere un mondo nuovo, un nuovo modo di governare. Perché? Perché loro hanno subito ingiustizia, miseria, disuguaglianza. Hanno sofferto la tristezza, il dolore, l'amarezza, la solitudine. Hanno patito le prigioni, la tortura, le sparizioni. Hanno subito secoli e secoli di inganni, discriminazione, cose molto orribili, crudeltà disumane, hanno subito umiliazioni, depredazioni, sono secoli e secoli di scherni e di vita senza pace per colpa di quelli di sopra, del sistema capitalista. E lì che sono infognati i partiti politici ed i politici. Le nostre spalle sono solo le scale che salgono i politici verso il potere, le nostre spalle sono consumate dal tanto salire e scendere al potere di quei mafiosi.
Abbiamo parlato anche di molte altre cose, sono venute fuori centinaia di proposte ed abbiamo concordato su una: ritornare nei nostri villaggi, nazioni e tribù e fare grande questa prima condivisione, cioè moltiplicare la condivisione e preparare l'altra condivisione con le compagne ed i compagni della Sexta nazionale e mondiale.
Dalla condizione delle basi dei popoli, nazioni e tribù sono emerse molte altre cose ricche e contemporaneamente tanto chiare e veritiere.
Nella condivisione si è comunemente rilevato che c'è sempre stato qualcuno che parlava per noi e di noi, che diceva di lottare per noi e sono stati 520 anni di bugie e di sfruttamento.
Si è condiviso che la lotta del popolo povero del Messico del 1810 e del 1910 è stata sfruttata per portare al potere i latifondisti proprietari terrieri, ed oggi al potere sono i loro trisnipoti che rovinano e distruggono la nostra madre terra di questo paese che si chiama Messico. 
Tutte e tutti siamo tornati con forza e con dignità come i compagni GALEANO E DAVID, che saranno sempre con noi. Come tutt@ i nostri caduti nella lotta. 
Siamo tornati con l'intento di una strada migliore per il nostro futuro.
Abbiamo imparato e sappiamo molto, ma c'è ancora molto da conoscere tra noi originari di questa terra, sia nazionale che mondiale e qui va questo camminare.
Vogliamo lottare insieme anche se non indigeni, compagne e compagni della Sexta, sorelle e fratelli delle campagne e delle città, vi vogliamo per lottare, perché nessuno lotterà per noi. 
Cosicché preparatevi compagne e compagni, per l'incontro di condivisione mondiale dal 22 dicembre 2014 al 3 gennaio 2015.
Da quella condivisione uscirà tutta la nostra saggezza che ci dirà come proseguirà la nostra lotta. 
Che siano le nostre basi a comandare in questa condivisione, che parlino loro, discutano, spieghino le lotte che ognuno fa là dove vive, lavora e lotta.
Perché si è visto che la cosa migliore è che parlino le basi. Non lo diciamo noi zapatisti. Lo dice la realtà di quanto fatto nella condivisione del Caracol della Realidad, dove hanno parlato le basi ed è venuto fuori come deve essere. Il popolo comanda.
 
Subcomandante Insurgente Moisés
Messico, agosto 2014. A venti anni dall’inizio della guerra contro l’oblio.
(Traduzione “Maribel” – Bergamo)






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Genealogia di un ologramma: Marcos, Galeano e noi

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di Martino Sacchi
Pubblicato il 21 settembre 2014 · in Osservatorio America Latina · - CarmillaOnLine
“Iniziò così una complessa manovra di distrazione, un trucco di magia terribile e meraviglioso, un malizioso trucco del nostro cuore indigeno, la saggezza indigena sfidava la modernità in uno dei suoi bastioni: i mezzi di comunicazione. Incominciò allora la costruzione del personaggio chiamato Marcos”.
Nel maggio di quest’anno un gruppo di paramilitari uccide in un’imboscata il maestro Galeano, figura di spicco all’interno dell’escuelita zapatista, un progetto che nel corso del 2013 aveva aperto le comunità zapatiste a migliaia di attiviste e attiviste per farne conoscere i percorsi d’autonomia. Pochi mesi dopo l’attacco paramilitare, esce il comunicato Entre Luz y Sombra (tra la luce e l’ombra) in cui Marcos si destituisce enigmaticamente come portavoce del movimento zapatista, per ricomparire sul palco pochi secondi più tardi come “Subcomandante Galeano”.
Entre Luz y Sombra non è però una semplice commemorazione di un compagno ucciso: parlando di Galeano, il comunicato ripercorre l’intera storia della lotta zapatista. Ripensando a questa storia sembra che, fin dalla presa di San Cristobal de Las Casas nel 1994, Marcos abbia costituito in qualche modo la cartina tornasole di questa lotta: è stato leader militare dell’EZLN, “delegato zero” durante la Otra Campaña (che si opponeva dal basso alla campagna elettorale per le elezioni politiche del 2006), è stato a lungo la faccia senza volto che appariva sui media globali e potente simbolo per movimenti politici da tutto il mondo. Eppure, nel comunicato del maggio scorso, il portavoce dell’EZLN dichiara: “se posso definire il personaggio di Marcos, direi senza indugio che è stato una montatura”. Nient’altro che un “trucco”, un“ologramma”, dunque. Ma c’è di più: questa “montatura”, dopo la escuelita, non è nemmeno più necessaria. Affinché Galeano possa continuare a vivere, un altro dovrà morire, e sarà proprio Marcos. Ma attenzione: ciò che la morte si porterà via al posto di Galeano non sarà “una vita, ma solo un nome, poche lettere prive di senso, senza storia propria, senza vita”.
Cosa è cambiato con l’escuelita zapatista? Cosa significa la “morte”di Marcos? Che cosa è Marcos? Per comprendere l’intelligenza politica di una scelta tanto misteriosa si potrebbe quasi fare una genealogia di questo“trucco” chiamato Marcos: cioè una storia dei modi attraverso i quali il movimento zapatista si è letteralmente reso intellegibile a sé stesso e al mondo. Quando gli indigeni occuparono San Cristobal nel 1994 come un “esercito di giganti”, dice il comunicato, “ci rendemmo conto che quelli di fuori non ci vedevano. Abituati a vederci umiliati, il loro cuore non comprendeva la nostra degna ribellione. Il loro sguardo si era fermato sull’unico meticcio con addosso un passamontagna, ovvero, non guardavano”.
Fu così che questo esercito di giganti si ritrovò costretto a inventare“qualcuno piccolo come loro” affinché attraverso di lui, il mondo intero potesse vederli: “incominciò allora la costruzione del personaggio chiamato Marcos”. E’ una storia vecchia quanto il colonialismo: è la storia che lega capitalismo e modernità in una geografia fatta di centri europei e periferie coloniali, in cui tutto ciò che sta alla periferia esiste solo attraverso le parole di chi sta nel centro. Ma è anche una storia di classe, di “quelli in basso” contro “quelli in alto”, di razza, dei “meticci” e degli “indigeni, e di genere, delle mujeres rebeldes e del patriarcato messicano. Ecco che possiamo porre una prima tesi: ciò che per un certo periodo si è chiamato“Marcos” è stata la mediazione necessaria affinché questa molteplicità di storie divenisse strumento di ribellione per popoli che sono sistematicamente spossessati di ogni strumento: primo fra tutti il linguaggio, la facoltà di parlare ed essere compresi, di denunciare, urlare per dire “non può continuare così”.
Ma se Marcos è questa mediazione, in che senso ora, dopo l’escuelita, non è più necessaria? Per capirlo è utile notare come, facendo questa genealogia dell’ologramma-Marcos, incontriamo due tipi diversi di rotture, di discontinuità, di cambiamenti nel modo in cui lo zapatismo si è presentato nel corso della sua storia.
Ci sono discontinuità verso l’esterno. C’è, ad esempio, un superamento della tradizione avanguardista e guevarista a lungo centrale in Latinoamerica, così come della non-violenza della teologia della liberazione: entrambe tradizioni che hanno influenzato lo zapatismo. In questo senso è anche significativo che l’insurrezione zapatista scoppi nel contesto della sconfitta sandinista nel 1990 e l’affermarsi del capitalismo neoliberale.
Dall’altro lato, e questo è l’elemento più importante, lo zapatismo ha posto delle discontinuità dal suo interno. In parole più semplici, è un movimento che è stato capace di reinventarsi costantemente, dettandosi da solo i tempi di questo cambiamento. Spesso, qui in Italia, ci interroghiamo sulla difficoltà di uscire da una logica “reattiva” rispetto al potere: notiamo come il nostro mobilitarsi sia spesso la “risposta” a uno sgombero, a degli arresti o a un corteo nazionale di cui, anche quando delle contraddizioni esplodono, abbiamo difficoltà a trattenere la potenza politica. Ecco, potremmo dire che lo zapatismo ha saputo dare una durata a questi momenti di rottura senza per questo rimanere sempre uguale a sé stesso. Ma soprattutto, ha saputo decidere i tempi e gli spazi di questo cambiamento, la sua “geografia” e il suo“calendario”, in maniera autonoma.
Proseguendo nella nostra genealogia, ci accorgiamo quindi che questo processo di cambiamento politico coincide anche con un progressivo decentramento della figura di Marcos che, da leader-simbolo negli anni ‘90 diviene progressivamente marginale: niente più che un “trucco” o “ologramma”dopo l’escuelita di quest’anno. Fare una genealogia dello zapatismo significa dunque cercare di comprendere la relazione tra questi due movimenti: il decentramento di Marcos da un lato, le forme di autorganizzazione dall’altro. E’ attraverso la messa in relazione di questi due processi, quasi due facce della stessa medaglia, che è possibile cogliere l’autonomia zapatista.
Senza entrare troppo nei dettagli, possiamo semplicemente dire che il progressivo decentramento di Marcos corrisponde a un decentramento dell’Esercito Zapatista (struttura tutt’ora gerarchicamente militare) e alla venuta in primo piano della base sociale (della popolazione delle comunità, le cosiddette “bases de apoyo”).
Nel 2003 già nascevano le Giunte di Buon Governo, istituzioni municipali che si prendevano carico dell’amministrazione dei territori occupati secondo il principio del “comandare obbedendo”. Le Giunte di Buon Governo sostituivano gliaguascalientes, luoghi in cui la base sociale incontrava l’esercito zapatista, e ponevano al centro dell’agenda politica le pratiche quotidiane dell’autogoverno nelle comunità. Le Giunte del 2003 sono quindi una delle discontinuità che scandiscono questo doppio movimento dell’autogoverno e del personaggio-Marcos.
Si tratta di un processo che attraversa la storia dello zapatismo fin dal periodo di clandestinità negli anni ‘80, quando un manipolo di guerriglieri marxisti leninisti arrivano nella selva e decidono di imparare dagli indigeni anziché semplicemente “organizzarli”, e che giunge fino a noi e alla escuelita, durante la quale gli attivisti non hanno incontrato i quadri dell’esercito ma proprio la popolazione comune. Nel 2006, con la Otra Campana e la Sexta Declaracion de la Selva Locandona, incontravamo una ulteriore discontinuità: fine di ogni speranza di contrattazione con le istituzioni e sempre più forte legame con i movimenti anticapitalisti globali.
L’escuelita del 2013-14 è dunque l’ultima di queste continue riconfigurazioni del progetto politico zapatista. Si tratta, in sintesi, di un progressivo costituirsi di un soggetto collettivo, dotato di un proprio linguaggio, calendario e geografia, e di cui Marcos è stato tanto lo strumento quanto il prodotto.
Eppure c’è nell’escuelita e nel comunicato Entre Luz y Sombraqualcosa di particolarmente importante, che getta luce su tutte le precedenti discontinuità (ne ho citate alcune arbitrariamente e a titolo di esempio). Anche dopo questa simbolica morte di Marcos e rinascita di Galeano, morte di un nome che troppo a lungo è stato associato a una leadership, è chiaro che la persona-Marcos continuerà a svolgere un ruolo chiave nella lotta del sud-est messicano. Ma ciò che è importante capire è la sostanza estremamente materiale di questo ologramma: i tanti modi verticali attraverso cui lo zapatismo si è rapportato con il potere e con il mondo, avevano sempre delle condizioni di possibilità orizzontali nelle reti di cooperazione e autogoverno che venivano sperimentate nei pueblos della gente comune.
Lo scontro verticale con il potere e con i media che, come si è detto,“sfidava la modernità in uno dei suoi bastioni: i mezzi di comunicazione”, ha potuto esistere solo grazie a qualcosa che stava fuori da questo teatro mediatico, cioè l’apprendimento quotidiano all’autorganizzazione. Il 21 dicembre 2012, anno della fine del mondo seconda la tradizione Maya, gli zapatisti hanno nuovamente invaso San Cristobal dopo dieci anni in cui poco si è saputo di loro fuori dal Chiapas. Ma a differenza del 1994, l’hanno fatto in silenzio e senza armi.
Questo non è pacifismo, ma la potenza silenziosa di chi sa che ora ha le forze materiali per smettere di parlare il linguaggio mediatico che è stato a lungo costretto a utilizzare per farsi ascoltare. Nella marcia silenziosa, il personaggio-Marcos già moriva, non più necessario: negli anni di silenzio, le pratiche di autogoverno si erano sviluppate. Si trattava ora di mostrare che fuori dai riflettori mediatici un altro tempo di lotta aveva continuato a battere nelle comunità. Si trattava di mostrare ciò che a lungo e in silenzio si andava ancora costruendo, passo a passo, con tentativi e ripensamenti. E così, venne inaugurata una “piccola scuola zapatista”.
Ovviamente uno scontro “verticale” con il potere e i media c’è sempre stato e continuerà ad esserci, come la guerra paramilitare e la morte di Galeano ha mostrato. Ma è sul piano “orizzontale” e quotidiano che la risposta politica viene messa in pratica. L’escuelita zapatista non è stata una piattaforma politica tra realtà di movimento e quadri dell’EZLN, ma un momento in cui gente qualsiasi è stata ospitata in casa da indigeni zapatisti. Anziché scrivere un manifesto politico ci si è sforzati di comunicare tra lingue diverse delle quali, questa volta, lo spagnolo coloniale era quella straniera e i dialetti indigeni quella quotidiana. Si è imparato che “tradurre” è sempre cosa complicata, sia che si tratti di una lingua che di una pratica politica.
Abbiamo lavorato nei campi, letto libri e condiviso il cibo, ma non per imparare un modello di autonomia da esportare nei nostri paesi di provenienza. Al contrario, abbiamo sperimentato la differenza e il duro tentativo di dialogo tra lotte e vite completamente diverse tra loro. Non conosco di nessuna altra rete di popoli in guerra nel mondo intero capace di un simile sforzo umano e organizzativo. Fa sorridere pensare come qualcosa di così vero, così fisico e palpabile, sia stato reso possibile da un “ologramma”, durato vent’anni.
“Avevamo bisogno di tempo per incontrare chi ci vedesse non dall’alto, non dal basso, ma di fronte, che ci vedesse con uno sguardo da compagni”
Ghost Track
[Due segnalazioni di libri sullo zapatismo, usciti in Italia recentemente e complementari. Il primo, di Alessandro Ammetto, osservatore attento della ribellione zapatista sin dai suoi inizi (Ed. Red Star Press, 2014), s'intitola Siamo ancora qui. Uno storia indigena del Chiapas e dell'EZLN ed è tra i testi più completi e dettagliati in circolazione sulla storia del movimento zapatista e sul contesto politico, storico e sociale che ha preceduto l'insurrezione del 1994 e che ha segnato tutte le evoluzioni successive della lotta. Il secondo, di Andrea Cegna e Alberto "Abo" di Monte (AgenziaX, 2014) completa la storia e la arricchisce di testimonianze dirette e recenti. Si basa sull'esperienza della escuelitama anche sul raccordo di più voci di movimenti, media indipendenti e militanti tra Messico e Italia (tra cui il centro per i diritti umani Frayba, la Brigada Callejera di Città del Messico, Promedios, Centro de medios libres, alcuni storici comitati italiani e artisti solidali come Rouge, 99 posse, Lo stato sociale e Punkreas). S'intitola20zln. Vent'anni di zapatismo e liberazione. F. L.]http://www.carmillaonline.com/2014/09/21/genealogia-ologramma-marcos-galeano/





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martedì 16 settembre 2014

Omaggio ai 20 anni di lotta al Festival di Fotogiornalismo di Perpignan

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La fotogiornalista Cristina Mastrandrea ci segnala che a Perpignan, Francia, al festival del FotogiornalismoVisa Pour l'Image-Perpignan - è stato reso omaggio al popolo zapatista ed ai suoi 20 anni di lotta con questo bel lavoro del fotografo francese Mat Jacob, proiettato su mega schermo nella piazza principale della città:
 





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Proteste in Chiapas contro i megaprogetti

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Pubblicato da: POZOL COLECTIVO
Chiapas, Messico, 13 settembre. “Esprimiamo la nostra protesta e preoccupazione di fronte al saccheggio delle nostre terre con i mega progetti imperialisti”, dichiarano le comunità che formano la Red Contra las Altas Tarifas de Energía Eléctrica “La Voz de Nuestro Corazón”, tra cui figurano La Grandeza, El Madronal, Rancheria Santa Anita, Teopisca, Nuevo Tepeyac, La Gloria, Santa Lucia, San Vicente, Oxchuc, Candelaria el Alto, San Juan de las Tunas, Guadalupe Xuncalab e Marcos E. Becerra.
All'interno dei megaprogetti che denunciano gli indigeni degli Altos del Chiapas, ci sono miniere, parchi eolici, strade, strutture tecnologiche, centrali idroelettriche. Inoltre aggiungono che "inoltre c'è l'inganno della cosiddetta Crociata Nazionale Contro la Fame che attraverso la distribuzione di cibo e case sono una trappola per le donne e gli uomini dei nostri villaggi e la sola cosa che generano è creare sempre più dipendenza e farci dividere all'interno delle nostre comunità".
In un comunicato le/gli ejidatari organizzati spiegano che tali programmi governativi "sono una modo dei grandi impresari per approfittarsi della povertà della gente e vendere le nostre terre alla Banca Mondiale ed alle multinazionali di Canada, Europa e Stati Uniti, cambiando le leggi a loro favore, come è stato per la riforma Agraria ed Energetica”.
“Ci dichiariamo contrari a tutte queste riforme per che portano inquinamento dell'acqua e dell'aria, la morte degli animali ed anche degli esseri umani", affermano gli agricoltori indigeni e rivolgono un appello "a tutt@ i compagni dei villaggi e dei quartieri ad organizzarsi nei modi che ritengono opportuni per difendere i nostri diritti di popoli e difendere la nostra terra e territorio”.
“Impariamo a lavorare la nostra terra. Difendiamo i nostri diritti. Non lasciamoci ingannare dai partiti politici”, esortano le contadine e i contadini. Nello stesso tempo esprimono la loro solidarietà con le comunità che stanno lottando contro la costruzione dell'Autostrada San Cristobal-Palenque, “vi diciamo che non siete soli, noi vigileremo su quanto potrebbe accadere”, sottolineano.





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lunedì 15 settembre 2014

Pronunciamento del CNI e EZLN per la libertà di Mario Luna

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Settembre 2014.
ALLA TRIBU’ YAQUI:
AL POPOLO DEL MESSICO:
ALLA SEXTA NAZIONALE E INTERNAZIONALE:
AI GOVERNI DEL MESSICO E DEL MONDO:
“Esigiamo la cancellazione immediata degli ordini di arresto e della fabbricazione di delitti contro i membri della tribù yaqui e condanniamo la criminalizzazione della loro lotta, dicendo ai malgoverni emanazione dei partiti politici, che il fiume yaqui è stato storicamente il portatore della continuità ancestrale della cultura e del territorio della tribù yaqui e, noi che costituiamo il Congresso Nazionale Indigeno, reiteriamo che se toccano uno di noi toccano tutti, e pertanto risponderemo di conseguenza dinanzi a qualsiasi tentativo di reprimere questa degna lotta o qualsiasi altra lotta” (Caracol di Oventic, 7 luglio 2003, comunicato congiunto CNI-EZLN).
Non hanno potuto uccidere i nostri popoli. Infatti come semi continuano a crescere. Ci hanno voluto uccidere con armi da fuoco; non riuscendoci hanno cercato di ucciderci con le malattie, e di nuovo hanno fallito. I potenti hanno usato molte strade per sterminare noi indigeni.
Oggi ci vogliono uccidere con l’energia eolica, con le autostrade, con le miniere, con le dighe, con gli aeroporti, con il narcotraffico; oggi, soprattutto, ci ferisce che ci vogliano uccidere nel Sonora, con gli acquedotti.
Il passato giovedì 11 settembre, membri, apparentemente, della Procura Generale di Giustizia dello stato di Sonora, hanno trattenuto il nostro fratello Mario Luna, portavoce della tribù yaqui, accusandolo falsamente di crimini che sono stati fabbricati ad arte; con ciò pretendono di incarcerare la lotta stessa della tribù yaqui per difendere le acque che nel 1940, dopo una lunga guerra, furono riconosciute come sue da parte di Lázaro Cárdenas e che dal 2010 i padroni del denaro vogliono portarsi via, attraverso l’acquedotto Independencia, calpestando una risoluzione della Suprema Corte di Giustizia della Nazione e calpestando tutti i diritti che le Convenzioni Internazionali ci riconoscono.
L’acquedotto Independencia non serve manco per scherzo affinché i poveri abbiano acqua e progresso, come lo chiamano quelli di sopra: serve affinché i ricchi si portino via l’acqua appartenuta da secoli agli yaqui. Invece di alimentare campi e seminativi, vogliono portarsi via l’acqua per i grandi industriali di Sonora.
Questa spoliazione è stata la bandiera del progresso dei malgoverni, come quelli di Guillermo Padrés Elías, Governatore dello Stato, e di Enrique Peña Nieto, capo supremo dei paramilitari alla testa del megaprogetto. Ma così come il dittatore Porfirio Díaz proclamò lo sterminio dei nostri popoli, e in particolar modo della tribù yaqui, in nome del progresso, noi sappiamo che gli sproloqui di Padrés y Peña Nieto sono menzogne; perché questi megaprogetti possano esistere, noi popoli originari dobbiamo scomparire, ma una volta per tutte diciamo a voi di sopra che sparire non rientra nei nostri piani. Se avete arrestato il nostro fratello Mario Luna, è perché ha rifiutato di vendersi, di arrendersi, perché è stato fratello nella lotta di tutti noi che vogliamo che questo mondo cambi in basso e a sinistra.
Noi non chiediamo nulla ai malgoverni, ma in questo momento vogliamo invece dire chiaro una cosa: che la libertà del nostro compagno Mario Luna non vi appartiene e che non gliela potete togliere come nulla fosse. Vi diciamo che questa libertà è sua e del suo popolo e che dovete restituire quel che avete preso con la forza.
Al nostro compagno Mario diciamo che noi camminiamo insieme da più di 500 anni, che la sua tribù cammina nella lotta, senza che importi se i codardi governanti li deportino come schiavi dall’altro lato del paese: gli yaqui tornano a Vícam, Pótam, Tórim, Bácum, Cocorit, Huiriris, Belem y Rahum, perché è lì che scorre il loro sangue; che noi siamo yaqui, anche se siamo zoque o mame o tojolabal o amuzgo o nahua o zapotechi o ñahto o di qualsiasi altra lingua, e come yaqui che siamo non lasceremo che ci rubino la nostra acqua e tantomeno la nostra libertà.
Esigiamo la liberazione immediata di Mario Luna, esigiamo la cancellazione degli ordini di arresto e della fabbricazione di delitti contro membri della tribù yaqui e, insieme, esigiamo la libertà di tutte e tutti i nostri prigionieri e in particolare quella dei nostri fratelli nahua Juan Carlos Flores Solís ed Enedina Rosas Vélez, prigionieri del malgoverno dall’aprile di quest’anno, accusati allo stesso modo di falsi delitti, con il fine di frenare la lotta del Fronte dei Popoli in Difesa dell’Acqua e della terra di Morelos, Puebla e Tlaxcala contro il progetto integrale di Morelos.
Messico, settembre 2014.
MAI PIU’ UN MESSICO SENZA DI NOI.
PER LA RICOSTITUZIONE INTEGRALE DEI NOSTRI POPOLI.
CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO.
COMITATO CLANDESTINO RIVOLUZIONARIO INDIGENO-COMANDO GENERALE DELL’EZLN






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La nuova battaglia di Atenco

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“Non gli daremo mai la soddisfazione di installare il loro maledetto aeroporto sulle nostre terre”
Gloria Muñoz Ramírez / Carolina Bedoya Monsalve 
L'elicottero presidenziale sorvola la manifestazione dei contadini di Atenco che si oppongono alla costruzione del multimilionario progetto dell'aeroporto. Non è da escludere che lo stesso presidente Enrique Peña Nieto stia monitorando coloro che da sempre considera nemici, gli stessi contro i quali ordinò la repressione nel 2006 [allora era governatore dello stato dove si trova Atenco ed ordinò un operativo di polizia che portò all'omicidio di due ragazzi, più di 200 arrestati e circa 30 donne fermate che furono violentate dai poliziotti, n.d.t.]. Il corteo si dirige verso il Tribunale Superiore Agrario (TSA) nella capitale Città del Messico, a cui chiedono di prendere in considerazione il ricorso che hanno presentato contro il cambio di uso dei loro terreni da proprietà collettiva (ejidal) a proprietà privata. Cioè, chiedono che gli rendano le loro terre, che sono inalienabili.
I volti scuri degli abitanti di Atenco sono conosciuti. C'è Ignacio del Valle e Trinidad Ramirez, simboli della resistenza di 13 anni fa. Ci sono anche rappresentanti di otto comunità del municipio di Atenco. Uomini e donne tornano a battere i loro machete sul cemento. Fazzoletti rossi al collo, e portano anche pannocchie di mais. Alcuni decidono di piantarle nei giardini del Tribunale Agrario mentre aspettano la delegazione. È la prima volta che tornano a scendere in piazza dopo l'annuncio presidenziale trionfalista del nuovo aeroporto che, inoltre, non sarà solo un ampliamento dell'attuale, ma dal 2020 lo sostituirà.
Mentre il governo federale inonda tutti gli spazi di comunicazione a livello nazionale ed ha messo in moto una campagna propagandistica internazionale per diffondere le “bontà” di un'opera progettata 15 anni fa, i contadini raggruppati nel Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra (FPDT) affermano che “è un inganno”, visto che “è una menzogna che le terre collettive non saranno occupate, come invece assicurano le autorità”, dichiara Ignacio del Valle, il dirigente rimasto in carcere per quattro anni (dal 2006 al 2010) come vendetta per la lotta che guidò nel 2001, dopo che il governo di Vicente Fox pubblicò i decreti di esproprio di più di 5 mila ettari di terra nella regione di Texcoco per la costruzione del nuovo aeroporto di Città del Messico. La vittoria giunse un anno dopo con l'abrogazione di tale decreto. E adesso, il progetto è stato rilanciato.
“Terra si, aerei no”, è il grido che riempie la piazza. Ignacio del Valle spiega che “il decreto di esproprio è stato annullato nel 2002 grazie ad una resistenza di più di nove mesi, dove abbiamo dimostrato al mondo che queste terre le abbiamo ereditate e non si toccano. Oggi si riattiva questo progetto che per noi rappresenta la morte”.
In realtà i governi federali precedenti non hai mai rimosso l’attenzione su questa vicenda. In questi 13 anni hanno proseguito la costruzione dell'infrastruttura parallela all'aeroporto. Hanno ingannato la gente andando casa per casa a chiedere che vendessero le loro terre. Questa strategia governativa ha raggiunto il culmine nel giugno scorso, quando in una assemblea che il Fronte dei Villaggi ha definito illegale, è stato imposto il cambio del regime di proprietà della terra e con questo si sono aperte le porte alla privatizzazione. Per questo, la battaglia ora è far dichiarare illegale quell’assemblea dai tribunali.
Lizbet e Carmen, che fanno parte del FPDT, dichiarano ad Ojarasca che "l'aeroporto significa la distruzione della nostra identità e della nostra vita come popolo originario, la distruzione del futuro". Quest'opera, aggiungono, "distruggerà la storia, la cultura e gli stili di vita comunitari, trasformando San Salvador Atenco nel 'cortile' dell'aeroporto."
È stato lo scorso 3 settembre che Enrique Peña Nieto ha dichiarato ufficialmente ciò che gli abitanti di Atenco sapevano da tempo: una mega opera che occuperà 4 mila e 600 ettari dei 12 mila 500 di riserva naturale dei terreni federali adiacenti all'attuale aeroporto.
“La nostra opposizione è la stessa del 2001, con gli stessi timori ma con qualche certezza, cioè che il governo con i suoi inganni vuole rompere il tessuto sociale delle nostre comunità”, afferma Ignacio del Valle ed aggiunge che non conosce il numero esatto di ettari di terre che saranno realmente danneggiati, perché i terreni confinano anche con altre comunità, ma che solo ad Atenco almeno 80 persone saranno colpite in maniera diretta; e le terre fertili dell’altopiano della regione ne subiranno le conseguenze.
La mobilitazione è accompagnata da organizzazioni e persone solidali. Felix Rojas, contadino di Jalisco, denuncia che “Atenco è un simbolo di ciò che sta succedendo in tutto il paese: l'espropriazione della terra e della vita comunitaria. Io penso che tutti noi messicani dobbiamo sentire Atenco come nostro, perché questo tipo di opere non rappresenta il progresso per i contadini. I problemi che sta vivendo Atenco oggi sono gli stessi che stanno accadendo o che accadranno in tutto il paese e non possiamo restare indifferenti di fronte a questo”.
Nel 2001, quando l'allora presidente Vicente Fox annunciò il decreto di esproprio, Ernesto Cruz era solo un bambino. Oggi, lui e molti altri ragazzi, alcuni tra i quali non sanno lavorare la terra, sentono un attaccamento verso essa e l'obbligo di continuare a difenderla. "Il governo dice che queste terre non servono più a niente, ma per noi vivere nel campo significa molto. Qui la terra è tanto buona che da sola ci fornisce il cibo, dai vegetali fino all'erba medica; noi sappiamo che questa terra non ci lascerà mai morire di fame, come invece succede nelle città", dice il giovane, machete in mano.
Il governo, dice, confonde la gente. Prima dice di non sapere niente dell'acquisto di terre ed ora dice il contrario, che è vero che sono stati comprati 550 ettari di terre ejidales, ma che erano terreni improduttivi. Parte di queste terre che si stanno rubando appartengono alla laguna di Xalapango che è l'ultimo bacino naturale di quello che fu il lago di Texcoco. In questo luogo arrivano le anatre provenienti dal Canada, cresce spontaneamente l'alga spirulina e sono presenti circa 144 specie, alcune endemiche." 
"Loro sono sicuri di aver già vinto, ma sappiamo anche che temono i popoli che si organizzano e così vinceremo questa battaglia. Non gli daremo mai il gusto di installare il loro maledetto aeroporto sulle nostre terre", afferma María de Lourdes, contadina di San Miguel de Tocuila.






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I: Guerra di contro insurrezione

Inviato dal mio telefono Huawei -------- Messaggio originale -------- Da: Annamaria <maribel_1994@yahoo.it> Data: lun 8 mar 2021, 16:3...