martedì 26 maggio 2009

Ancora aggressioni in Chapas

 
Subject: [Ezln-it] Ancora aggressioni in Chapas

La Jornada – Martedì 26 maggio 2009

 

Ondata di aggressioni contro ejidatari del Chiapas che si oppongono alla costruzione

di un'autostrada

 

HERMANN BELLINGHAUSEN

 

Denunciando i soprusi e le aggressioni compiute da presunti evangelici nella comunità tzotzil di Mitzitón, nel municipio San Cristóbal de las Casas, Chiapas, i rappresentanti ejidali e comunali hanno messo a nudo non un problema religoso (che è servito di facciata) bensì manovre governative per imporre il passaggio sulle loro terre della pluriannunciata autostrada per Palenque.

 

I rappresentanti ejidali denunciano le azioni di un gruppo di elementi della Chiesa denominata Alas de Águila, in complicità con il capo della residenza della Procura Agraria di San Cristóbal, Rufino Rosales Suárez. I problemi sono cominciati il 16 aprile, quando Carmen Díaz López, Pablo Díaz López e Antonio Gómez Hernández hanno invaso terreni ad uso comunale senza l'autorizzazione dell'assemblea. Díaz López non vive a Mitzitón, ma nella comunità Nuevo Jardín, municipio de Teopisca, dove è pastore. "Da molti anni sta provocando ed era stato espulso dall'ejido per illeciti commessi per traffico di clandestini", ricordano gli ejidatari.

 

Più di otto anni fa erano stai notificati alle autorità i reati di queste persone, senza effetto alcuno. Ora, l'assemblea informa "al malgoverno" che ha deciso di rimuovere le recinzioni installate dagli invasori. "Chiediamo loro di smetterla di creare conflitti con gli ejidatari di Flores Magón e Mitzitón. Abbiamo deciso di seminare alberi in questa area di uso comune".

 

E sottolineano: "Curiosamente, l'area che hanno invaso si trova all'interno della superficie minacciata dal passaggio dell'autostrada (La Jornada, 21 aprile). Inoltre non sono nemmeno ejidatari riconosciuti, sono solo invasori". 

 

Gli ejidataris denunciano che gli invasori stanno abbattendo alberi ejido, mentre Miguel e Roberto Heredia de la Cruz "sono responsabili di furto con violenza di 130 sacchi di fertilizzante biologico del centro dell'ejido".

 

Compiendo la loro azione, gli invasori hanno rotto tutti i verbali di accordo: "Noi come autorità del villaggio abbiamo rispettato il dialogo, ma quelli che non lo rispettano sono il malgoverno, i pastori e la loro gente; sono loro quelli che provocano e violano gli accordi". In un verbale di assemblea del 19 giugno 2008, "dove figuravano 42 proprietari, furono falsificate dalla Procura Agraria 116 firme; avevano firmato perfino 8 morti e 2 detenuti, inoltre non è mai stato reso noto all'assemblea il contenuto dei verbali". Quegli accordi furono imposti "con minacce ed inganni" alle precedenti autorità della comunità.

 

"Abbiamo dimostrato di essere ben disposti ad arrivare ad un accordo con i nostri compagni campesinos indigeni", dichiarano le vittime. "Il 17 maggio si sono presentati in assemblea due evangelici per chiedere la loro partecipazione nell'ejido, accettando la cooperazione col villaggio, le assemblee, i lavori comunali, e sono stati accolti come ejidatarios, registrati nel registro del villaggio".

 

Gli illeciti di Díaz López risalgono al 1999, "e tuttora tiene il suo gruppo organizzato di delinquenti". Per dieci anni le autorità non hanno prodotto nessun risultato dalle indagini su queste persone. "Eravamo disposti al dialogo, abbiamo firmato accordi, ma vediamo che non c'è rispetto verso la nostra comunità da parte dei funzionari. Non permetteremo la divisione del nostro ejido, né l'esproprio delle nostre terre, né cadremo nelle provocazioni", rimarcano gli ejidatarios. 

 

Infine, esigono "la liberazione immediata dei sette compagni prigionieri politici aderenti all'Altra Campagna dell'ejido San Sebastián Bachajón", così come del maestro Alberto Patishtán Gómez, di La Voz del Amate, detenuto da otto anni e dieci mesi.

 

(Traduzione "Maribel" – Bergamo)


lunedì 25 maggio 2009

Estate in Chiapas

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Presenz/Attiva Compartir autonomia
Chiapas, Messico

Estate 2009, dal 15 luglio al 31 agosto

Martedì 5 maggio 2009
 

Per sostenere le comunità zapatiste
Per conoscere il Messico dal basso che si organizza nell'Otra Campana

L'Associazione Ya Basta e il Coordinamento Toscano di sostegno alla lotta zapatista, saranno in Chiapas e Messico a partire dal 15 luglio e per tutto il mese d'agosto 2009 per:
-  visitare, conoscere e appoggiare direttamente l'autonomia zapatista
-  partecipare ai progetti "Agua para todos" Zona Selva e ai progetti di sostegno all'educazione autonoma Zona Oventic
-  dar vita alle Brigate Sanitarie con il Sistema di Salute Autonomo Zapatista

In Chiapas si configura uno scenario di indurimento dell'offensiva contro le comunità indigene zapatiste.
Una situazione che si inquadra dentro la generale militarizzazione del Messico, cosa che si è vista anche nelle misure del Governo per affrontare l'emergenza sanitaria dell'influenza "suina"
In tutto il paese dietro quella che viene presentata come la guerra al narcotraffico, che è in realtà uno scontro tra apparati, corporazioni di potere, cresce la tendenza, denunciata anche dalle organizzazioni dei diritti umani, a porre in una sorte di stato d'assedio l'intero paese. Una tendenza che per certi versi è stata allargata dalle misure prese dal governo messicano durante l'emergenza sanitaria basta pensare al dispiegamento di soldati nella stessa capitale.
Esercito per le strade, impunità degli apparati polizieschi si accompagnano al tentativo di repressione di movimenti ed istanze sociali come succede da Atenco, a Oaxaca, nel Guerrero. Nel Messico della crisi generalizzata acuita dall'emergenza sanitaria, della mancanza di prospettive per migliaia di persone, del calo delle rimesse dagli USA, quello che viene messo in campo sembra una misura preventiva contro la protesta sociale.
Una sorta di repressione preventiva contro la rivolta destinata a crescere in un paese dove la disuguaglianza sociale, nel tempo della crisi globale, tende ad accrescere in misura drammatica.

In questa situazione l'esperienza dell'EZLN accompagnata dalle realtà sociali che compongono l'Otra Campana rappresenta un alternativa scomoda per tutto il sistema istituzionale complice dell'attuale situazione sociale.

Sostenere le comunità zapatiste nella costruzione quotidiana che le Giunte del Buongoverno e i Municipi Autonomi portano avanti dell'autonomia resa realtà, dell'indipendenza praticata come alternativa concreta è un contributo alla ricerca collettiva nel mondo di costruire oggi "un nuovo mondo possibile".

Torniamo in Chiapas per condividere l'esperienza zapatista ed essere insieme alle donne e gli uomini che dall'altra parte dell'oceano, come tutti noi, sognano un futuro diverso e costruiscono un presente di ribellione.

Programma:
Fin dalla metà di luglio e per tutto agosto sarà possibile visitare le comunità zapatiste per ascoltare direttamente le denunce delle provocazioni che vengono compiute contro l'autonomia indigena.

-  Dal 15 luglio Visita Zona Los Altos e altre comunità.
-  Dal 2 agosto visita ai Caracol zapatisti nei giorni dell'anniversario della nascita delle Giunte del Buongoverno
-  Dal 10 al 23 agosto Prima Brigata sanitaria e dal 24 al 31 agosto Seconda Brigata nella zona Selva.
La presenza delle brigate sanitarie è aperta anche a non specialisti per collaborare al Progetto Agua para Todos e visitare le comunità.

Si può scegliere il periodo di permanenza a seconda delle proprie disponibilità.

Coordinamento della presenz/attiva a cura di:
Ass.Ya Basta Nord-est www.yabasta.it mail yabasta@sherwood.it
Ass.Ya Basta Roma moltitudia-yabasta.blogspot.com mail moltitudia_yabasta@yahoo.it
Ass. Ya Basta Napoli www.yabastanapoli.blogspot.com mail yabastanapoli@yahoo.it
Coordinamento Toscano di sostegno alla lotta zapastista http://dignidad-rebelde.blogspot.com
mail coordinamento-toscano-zapatista@inventati.org

L'accusatore e l'accusato.
Ci accusano di molte cose, è vero. E probabilmente siamo colpevoli di alcune, ma ora voglio soffermarmi su una:
Non abbiamo sparato all'orologio del tempo quel primo gennaio, né lo abbiamo trasformato in una festa nostalgica di sconfitta, come hanno fatto col 68 alcun@ di quella generazione in tutto il mondo, come hanno fatto in Messico con l'88 ed ora perfino col 2006. Su questo culto malaticcio per i calendari truccati tornerò poi. Neppure abbiamo modificato la storia per rinominarla dicendo che siamo o fummo gli unici o i migliori, o entrambe le cose (che è ciò che fa quest'isteria di gruppo che è il movimento lopezobradorista, ma tornerò poi su questo). C'è stato e c'è chi ci critica per non aver fatto il salto "nella realpolitik" quando i nostri buoni politici, cioè il nostro rating mediatico, offriva un buon prezzo per la nostra dignità sul mercato delle opzioni elettorali (non politiche).
Ci accusano, in concreto, di non aver ceduto alla seduzione del potere, ciò che è riuscita ad ottenere che gente molto brillante di sinistra dica e faccia cose che sarebbero una vergogna per chiunque. Ci hanno anche accusato di "delirio" o "radicalismo" perché nella VI Dichiarazione denunciamo il sistema capitalista come la causa dei principali mali che angosciano l'umanità. Oggi non insistono più su questo, perché lo dicono perfino i portavoce del capitale finanziario di Wall Street.
Di sicuro, ora che tutto il mondo dice e ridice sulla crisi globale, bisognerebbe ricordare che già 13 anni fa, nel 1996, fu segnalata da uno scarabeo degno e rabbioso. Don Durito de La Lacandona, nella relazione più breve che ho ascoltato nella mia breve età, disse "il problema con la globalizzazione è che poi i globi esplodono". Ci accusano di non rintanarci nella sopravvivenza che, con sacrifici e l'appoggio di quelli in basso negli angoli del pianeta, abbiamo costruito in queste terre indie, e di non rinchiuderci in quello che le menti lucide (così si dicono) chiamano "il laboratorio zapatista" o "la comune della Lacandona".
Ci accusano di venire fuori, sempre, per affrontare il Potere e cercare altre, altri, voi, che lo affrontate senza false consolazioni né conformismi.
Ci accusano di essere sopravvissuti.
E non si riferiscono alla resistenza che 15 anni dopo ci permette di dire che continuiamo a lottare, non solo a vivere.
Quello che li disturba è che siamo sopravvissuti come altro riferimento della lotta, della riflessione critica, dell'etica politica.
Ci accusano, chi l'avrebbe detto, di non esserci arresi, di non esserci venduti, di non aver tentennato.
Ci accusano, insomma, di essere zapatisti dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.
Oggi, 515 anni dopo, 200 anni dopo, 100 anni dopo, 25 anni dopo, 15 anni dopo, 5 anni dopo, 3 anni dopo, dichiariamo: siamo colpevoli. E, dato che è il modo neozapatista, non solo lo confessiamo, ma lo celebriamo.
Non immaginavamo che questo avrebbe disturbato qualcuno che là in alto finge progressismo o si veste di una sinistra giallo scolorito o senza nemmeno colore, ma bisogna dirlo:
L'EZLN vive. Evviva l'EZLN!

Dai discorsi del Subcomandante Marcos durante il Primo Festival della Rabbia Degna

venerdì 22 maggio 2009

Campagna per liberazione prigionieri politici

 
 

La Jornada – Venerdì 22 maggio 2009

 

L'avvocato dei detenuti denuncia che continuano gli abusi contro i suoi assistiti

Esortano a "alzare la voce" per la liberazione dei sette tzeltales arrestati

Gruppi dei diritti umani si appellano agli aderenti nazionali ed internazionali dell'Altra Campagna

HERMANN BELLINGHAUSEN

 

San Cristóbal de las Casas, Chis. 21 maggio. Cresce la protesta per la liberazione dei sette contadini tzeltales di San Sebastián Bachajón, arrestati dal governo del Chiapas tra il 13 e 17 aprile con l'accusa di essere "rapinatori di strada". Tra organizzazioni sociali e dei diritti umani aumenta anche la certezza che sono "prigionieri politici", ostaggi del governo, perché contrastano la realizzazione dei piani di sviluppo turistico nella regione di Agua Azul.

 

Nonostante la liberazione di Miguel Vázquez Moreno, base di appoggio dell'EZLN, una trentina di organizzazioni e collettivi dell'Altra Campagna oggi hanno invitato la Zezta Internazional e gli aderenti di tutto il Messico ad "alzare la voce e le forze" per chiedere la liberazione di Gerónimo Gómez Saragos, Antonio Gómez Saragos, Gerónimo Moreno Deara, Miguel Demeza Jiménez, Sebastián Demeza Reara, Pedro Demeza Reara e Alfredo Gómez Moreno.

 

Chiedono che, secondo "proprie forme e modalità", tutti gli aderenti dell'Altra Campagna "promuovano azioni di propaganda e diffusione su quanto succede in Chiapas, e sulla persecuzione di cui sono vittime i compagni basi di appoggio zapatiste". Propongono che il 30 maggio si realizzi una mobilitazione nazionale ed internazionale, ed il 7 giugno un festival nel Giardino Cuitláhuac, di Iztapalapa.

 

Invitano i partecipanti "a realizzare nei loro luoghi conferenze, incontri e festival informativi". All'appello della Rete Nazionale contro la Repressione e per la Solidarietà si uniscono, tra altri, lo Spazio di coordinamento dell'Altra Campagna nella Valle de México, La Otra Puebla, Colectivo Naucalpan, Coordinadora Valle de Chalco, Frente del Pueblo, Karakola Global, Los Nadies, Partido de los Comunistas, Unidad Obrera y Socialista, e Unión de Vecinos y Damnificados 19 de Septiembre.

 

Il presidio di Molino de Flores, Texcoco, dove si trovano 12 prigionieri politici di Atenco, ha ribadito l'impegno "di lottare per la liberzione dei nostri carcerati, dovunque siano". I presenti al presidio hanno dichiarto che gli arresti a San Sebastián sono parte della guerra contro le comunità ribelli che difendono il loro territorio e le loro risorse naturali. "I compagni sono in carcere perchè lottano per la vita, per le loro comunità, perchè si oppongono al potere ed ai piani economici". Esigono che "il governo ed i suoi gruppi paramilitari smettano di attaccare le comunità zapatiste".

 

La Confederazione Generale del Lavoro (CGT) dello Stato Spagnolo si è unita oggi alla convocazione di mobilitazione, ed i collettivi, gruppi, aderenti e simpatizzanti dell'Altra Campagna nello stato di Morelos invitano ad incontrarsi presso il monumento di Zapata, a Cuernavaca, per manifestare il prossimo 30 maggio contro la "detenzione arbitraria di sette compagni e la falsa accusa di rapina" che pesa su di loro.

 

Ricardo Lagunes, difensore dei sette indigeni detenuti a El Amate, informa che "continuano a fare lavori forzatamente per ordine dei "precisos", giorno e notte e dormono sul pavimento, cioè, proseguono le condizioni di maltrattamento e vessazione senza che le autorità facciano nulla per garantire la loro integrità".

 

Dopo un incontro con loro nel parlatorio della prigione di Cintalapa, l'avvocato ha confermato che Gerónimo Moreno Deara, responsabile del Comitato contro la repressione di San Sebastián Bachajón, è ferito a una costola sinistra che sembra essere rotta. Gerónimo riferisce di essere stato portato in un posto e lasciato senza magiare e a dormire sul pavimento, e visitato da alcune persone, apparentemente medici, "che gli hanno dato qualche ricetta e due medicinali, hanno fatto raggi X, ma fino ad ora non hanno fatto niente altro".

 

Interrogato al riguardo, l'incaricato dell'area giuridica di El Amate ha spiegato che avevano trasferito momentaneamente Moreno Deara "perché sul giornale era uscito che era malato e ferito", e siccome non sapevano se questo era avvenuto dentro o fuori, l'hanno spostato momentaneamente "per proteggere la sua integrità". Che le persone che l'hanno visitato erano periti della Procura Generale di Giustizia dello stato, inviati su istruzioni del procuratore. Contraddicendo la versione dell'indigeno, ha detto di ver dato da mangiare al detenuto, ma non ha specificato cosa. Il detenuto è già stato riportato in carcere.

 

(Traduzione "Maribel" – Bergamo)


16 anni fa il primo scontro tra EZLN ed esercito


La Jornada – Venerdì 22 nmaggio 2009

 

Avvenne a Corralchén dove morirono tre militari ed un ribelle

Oggi, 16 anni fa, il primo scontro tra l'Esercito e l'EZLN

 

ELIO HENRÍQUEZ

 

San Cristóbal de Las Casas, Chis., 21 maggio. Questo venerdì si compiono 16 anni dal primo scontro tra militari dell'Esercito Messicano e elementi dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) che avvenne sulla montuosa di Corralchén, nella selva Lacandona, dove fu distrutto l'accampamento ribelle Las Calabazas.

 

Secondo le informazioni fornite allora dall'Esercito federale, il primo scontro armato tra i suoi militari e le allora sconosciute forze zapatiste avvenne il 22 maggio 1993, mentre elementi della truppa stavano facendo addestramento militare sulla catena montuosa di Corralchén.

 

L'informazione fu divulgata in una lettera che il 31 maggio 1993 il tenente colonello José Guadalupe Rodríguez Olvera, capo dell'ufficio di stampa della Segreteria della Difesa Nazionale (Sedena), inviò all'allora direttore di La Jornada, Carlos Payán Velver, dopo la pubblicazione di alcune notizie che si riferivano allo scontro.

 

Nel documento si diceva che da 14 di maggio di quell'anno, personale del 83° Battaglione di Fanteria che stava "realizzando pratiche da addestramento sul terreno su aree disabitate del municipio di Ocosingo, veniva aggredito con armi da fuoco da un gruppo non identificato di individui che presumibilmente realizzava attività illegali".

 

Precisava che nello scontro fu ucciso un ufficiale e feriti un sergente ed un capo, e "nel tentativo di respingere l'aggressione, perdeva non la vita un civile non identificato (nel 1994 si sarebbe saputo che si trattava di un ufficiale dell'EZLN) che portava un fucile mini-14 calibro 223, fatti che sono stati opportunamente messi a conoscenza dell'agente del Pubblico Ministero Federale nella città di Tuxtla Gutiérrez".

 

(…….)

 

Durante la ricerca degli "sconosciuti", un giorno prima dell'omicidio dell'arcivescovo di Guadalajara, Juan Jesús Posadas Ocampo, il 23 maggio 1993, avvenne un secondo scontro tra soldati e zapatisti, mentre questi cercavano di uscire dalla zona. 

 

Nel secondo scontro risultò ferito un altro ufficiale dell'Esercito Messicano. I morti furono il sottotenente José Luis Vera de Jesús e Librado Santís Gómez, elementi della truppa; i feriti, Mauro García Martínez e Lucio Hernández Xolo, oltre allo "sconosciuto".

 

A causa degli scontri e della scoperta e smantellamento dell'accampamento zapatista, l'Esercito Messicano dislocò nella zona migliaia di soldati. Il centro di operazioni fu stabilito a Nazaret, dove la Petróleos Mexicanos aveva gli impianti. Le operazioni erano guidate dallo stesso titolare della Sedena, generale Antonio Riviello Bazán, ma giorni dopo le truppe furono ritirate per ordine del presidente Carlos Salinas de Gortari, poiché nel Congresso degli Stati Uniti stava per essere votato il Trattato di Libero Commercio dell'America del Nord.

 

Questo permise all'EZLN di continuare con i preparativi e sollevarsi in armi il primo gennaio del 1994, davanti allo stupore non solo del paese ma del mondo.

 

In questo contesto è stato oggi presentato il numero 36 della rivista Ecofronteras, nel quale, facendo un bilancio degli oltre 15 anni del sollevamento indigeno, il Colegio de la Frontera Sur (Ecosur) afferma che la nascita e l'evoluzione del movimento zapatista "ha significato un cambiamento sostanziale nel divenire dei popoli indios del Messico".

 

Per Ecosur, "sembra incredibile che lo Stato messicano, con circa trecentomila militari ben armati ed addestrati e con un grande sostegno economico, non sia riuscito a cancellare dalla mappa un esercito indigeno, quasi analfabeta, quasi senza armi, quasi senza cibo… ma con molte speranze".

 

(Traduzione "Maribel" – Bergamo)

giovedì 21 maggio 2009

da la jornada del20/05/09 Rivolta nel carcere di Mexico city soffocata con violenza

El anuncio de que no habría visita familiar desató la protesta, que derivó en motín

Tiburones someten a reos con gas y perros, y después los desnudan

En el Reclusorio Sur, inconformes quemaron dos casetas de vigilancia, varios colchones y basura

Hay 18 lesionados: CDHDF; autoridad niega versión

Refriega dura más de 3 horas

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Más de 100 internos en el Reclusorio Sur se amotinaron ayer tras protestar por la suspensión de la visita familiar, como medida sanitaria por la contingencia del virus de influenza. Elementos del Grupo Táctico Tiburón lanzaron gas lacrimógeno y utilizaron perros de ataque para someter a los inconformes, a los que luego obligaron a desnudarse en el patioFoto Alfredo Domínguez
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Elementos del grupo táctico Tiburón, cuerpo de seguridad de la Dirección General de Prevención y Readaptación Social del gobierno capitalino, controlaron ayer un motín realizado por cerca de 100 presos del Reclusorio Sur. El equipo antomotines lanzó gas lacrimógeno desde las azoteas a uno de los patios centrales, para replegar a los internos, que quemaron dos casetas de vigilancia y colchones en demanda del restablecimiento de la visita familiar, la cual se mantiene suspendida por la contingencia sanitaria ante el virus de la influenza A/H1N1. Aunque las autoridades reportaron saldo blanco, la Comisión de Derechos Humanos del Distrito Federal informó que 18 internos resultaron heridos y dos fueron trasladados al hospital XocoFoto Alfredo Domínguez
Alejandro Cruz Flores
 

La suspensión de la visita familiar en los reclusorios de la ciudad de México, a consecuencia de la alerta sanitaria por el virus de influenza A/H1N1, provocó nuevas protestas de internos.

Esta vez fue en el Reclusorio Sur, donde la inconformidad de los reos, que quemaron dos casetas de vigilancia de los custodios, colchones y basura, dejó saldo de 18 personas lesionadas, según la Comisión de Derechos Humanos del Distrito Federal, dos de las cuales tuvieron que ser trasladadas al hospital de Xoco, luego de que el grupo antimotines Tiburón intervino con violencia para controlar la situación.

Poco antes de las nueve de la mañana, al menos 100 presos de los dormitorios 5, 6 y 7 protestaron luego de que se les informó que no habría visita familiar, y que ésta se llevaría a cabo hoy, toda vez que se realizarían labores de limpieza en el reclusorio, como parte de las medidas de emergencia sanitaria.

Molestos porque todavía ayer se les dijo que sí habría acceso a familiares, los internos salieron al patio para quemar colchones y basura, además de dos casetas de vigilancia, en demanda de que se regularizaran las visitas, lo que motivó el ingreso del Grupo Táctico Tiburón –fuerza de elite del Sistema Penitenciario del Distrito Federal– para tomar el control de la situación.

Ayer nos dijeron que sí iba haber visita, pero hoy a la mera hora nos dicen que no, explicó uno de los reclusos, que pidió el anonimato, y agregó que lo sucedido fue consecuencia del descontento de los internos con la dirección del penal, pues no hay luz, falta agua, y por el desalojo del dormitorio 9 sin explicación alguna, entre otras irregularidades.

Con gas lacrimógeno y perros de ataque los policías ingresaron en el penal y golpearon a los inconformes, además de que los desnudaron y los pusieron en el suelo o contra la pared, para después enviarlos a sus dormitorios.

La protesta duró poco más de tres horas, tiempo durante el cual se permitió el acceso al reclusorio a grupos de familiares, quienes se quejaron de no poder observar con claridad lo que sucedía adentro y sólo pudieron ver la estela dejada por el gas lacrimógeno.

Por su parte, aunque reconoció que en el repliegue de los inconformes se utilizó gas lacrimógeno, Miguel Rivera Villa, director jurídico y de derechos humanos del sistema penitenciario capitalino, negó que hubiera reos lesionados, e incluso dejó entrever que habría castigo para quienes participaron en los disturbios: "lo que sigue ahora es que se reúna el órgano colegiado, que es el Consejo Interdisciplinario, y que por medio de los videos –tomados por las cámaras del reclusorio– se analice quiénes propiciaron estos hechos y vengan las sanciones".

Sin embargo, la segunda visitadora de la Comisión de Derechos Humanos del Distrito Federal, Patricia Colchero, señaló que en la refriega resultaron lesionados 18 internos, de los cuales dos tuvieron que ser hospitalizados, mientras que el resto fue atendido en la enfermería.

Al señalar que hubo reclusos que no fueron informados sobre las disposiciones en torno a la visita familiar, la funcionaria de la CDHDF explicó que los heridos graves fueron trasladados al hospital de Xoco, uno con un golpe en un ojo que en ese momento le impedía ver, y otro que perdió parte de un dedo.

Colchero señaló que estos disturbios son un gran riesgo que se podría evitar si hubiera la información a tiempo, porque la gente entiende perfectamente las medidas sanitarias, pero es necesario también, agregó, que se provea a la población penitenciaria de alimentos y medicamentos suficientes.

Afuera del penal, al menos 400 granaderos formaron un cerco de seguridad ante las protestas de decenas de familiares que exigían saber lo que ocurría en el interior del reclusorio y ver a sus internos. Ellos necesitan comer, están esperanzados en que nosotros les llevemos el alimento, explicó uno de los familiares, que pidió el anonimato, quienes aseguraron que no fueron informados de la suspensión de la visita.

Fue hasta poco antes de la una de la tarde que la situación en el Reclusorio Sur fue controlada. En tanto, en el Oriente un grupo de poco más de 20 familiares de internos realizó una protesta, ya que, aseguraron, no se les informó de la suspensión de las visitas. Con ésta suman cinco las protestas por la falta de visitas ocurridas en los reclusorios Oriente, Norte, Sur y el penal femenil de Santa Martha.

Al respecto, el titular de la Secretaría de Seguridad Pública del Distrito Federal, Manuel Mondragón y Kalb, dijo que la suspensión de la visita se debió a que desde ayer se realizaría limpieza sanitaria en todos centros de reclusión a cargo de la administración local, por instrucciones del jefe de Gobierno, Marcelo Ebrad, para prevenir el brote del virus dentro de los penales de la capital.

Con información de CAG

sabato 16 maggio 2009

da la Jornada del 16/05/2009

Hay protección oficial a narcos, acusa el ERPI

Hemos podido emboscar a soldados y policías, pero no somos asesinos, dice comandante

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Integrantes de la columna guerrillera del comandante Ramiro, del Ejército Revolucionario del Pueblo InsurgenteFoto Lenin Ocampo
Sergio Ocampo Arista
Corresponsal

Sierra de Guerrero. El comandante Ramiro, jefe militar del Ejército Revolucionario del Pueblo Insurgente (ERPI) en el estado y uno de los hombres más buscados por la Procuraduría General de la República y por el gobierno de la entidad, acusó al presidente Felipe Calderón de proteger a Joaquín El Chapo Guzmán, y denunció que el gobernador Zeferino Torreblanca Galindo cobija al ex alcalde de Petatlán Rogaciano Alba Álvarez, presunto capo del narcotráfico y señalado como autor intelectual del asesinato de Digna Ochoa, abogada defensora de los derechos humanos.

En 10 años, afirmó, la presencia del narcotráfico y los grupos paramilitares en la zona de la sierra en la entidad costó la vida a unos 60 militantes del ERPI y simpatizantes que vivían en comunidades de la Tierra Caliente y la Costa Grande.

Convertido en leyenda en las comunidades de la sierra, Omar Guerrero Solís –según el gobierno, ése es el nombre original del comandante Ramiro– habló con La Jornada luego de 19 años de participar en organizaciones guerrilleras: a los 14 años de edad con el Partido de los Pobres (PDLP, fundado por el extinto guerrillero Lucio Cabañas Barrientos), luego con el Ejército Popular Revolucionario (EPR) y ahora con el ERPI. "Soy más hombre de acción que de rollo", se definió al inicio de la plática, realizada en la Sierra Madre del Sur.

Sentado con su AK-47 hecho en China, con uniforme verde olivo, todavía de aspecto joven (tiene 33 años), habla de su lucha: "esta revolución que estamos impulsando es por las ideas y sobre todo para acabar con tantas injusticias que padecen los campesinos y obreros de nuestro país, y no vamos a parar hasta que acabemos con el gobierno de los ricos.

Para ello vamos a utilizar palos y piedras, pero sobre todo las armas, porque el enemigo tiene armas modernas y sofisticadas, pero no tiene al pueblo de su lado. Sólo que no alcancen las armas, entonces sí se utilizarán más garrotes y machetes.

Recordó que se fue a la sierra a los 14 años, influido por Lucio Cabañas: guardando la distancia, hay una similitud con él, ya que empezó en la lucha pacífica, y yo también; siempre al lado de la gente pobre y humilde, pero cuando lo empezaron a perseguir eligió la lucha armada, al igual que yo. No es que me compare con él, pero así empecé, participando en las marchas en la lucha legal y pacífica, exigiendo obras; ése fue el delito que cometimos al luchar por la gente humilde.

En estos momentos de crisis económica nosotros llamamos al pueblo a dejar la camita y a la mujer, aunque no se quiera. Hay que alzar la voz. Los invitamos a sumarse a la lucha armada. Yo sé que es muy duro, porque van a morir sus hijos... nuestros hijos, hermanos y amigos, pero con tantas cosas que nos hace el gobierno de los ricos no queda otro camino.

El gobierno, abundó, se está armando, y a la par divide a los ciudadanos por medio de la religión, los partidos políticos y ahora los cárteles. Aquí ya estamos varios compañeros, que también piensan en sus casas, en sus familias, pero están esperando que esto reviente de una vez por todas, expresó.

Hace como tres años llegamos a una comunidad de la Tierra Caliente y me llamaba la atención porque estaba vacía, no había jóvenes, porque se habían ido a Estados Unidos. Sólo había mujeres, niños y ancianos. Mucha gente murió con la esperanza de hacer la revolución y nosotros no los vamos a defraudar, anunció.

Advirtió también que si el Ejército o la policía estatal y federal incursionan en las comunidades y las reprimen, "los vamos a enfrentar. En muchas ocasiones hemos estado a punto de emboscarlos, pero no somos asesinos; son de nuestra clase y nosotros somos guerrilleros que buscamos el cambio de este cochino sistema capitalista.

"Ojalá encabezaran los operativos en nuestra contra el general (Guillermo) Galván, el presidente Calderón o el gobernador (Torreblanca), y que no manden a la gente pobre, a los soldados y policías", retó.

Acusó a Torreblanca de proteger al ex alcalde priísta de Petatlán Rogaciano Alba Álvarez: "Son del mismo cártel; (este último) ya no se deja ver, pero de manera constante estamos enfrentando a sus pistoleros y gatilleros, sobre todo en la zona de la sierra, donde tenía el poder, era amo y señor. Él decidía todo".

A partir de este gobierno de Torreblanca, añadió, han querido formar grupos paramilitares, pero cuando surgen los ubicamos y los hemos golpeado y desbaratado, y lo vamos a seguir haciendo. En la sierra de Guerrero podemos decir con toda seguridad que los grupos paramilitares y Rogaciano ya no tienen presencia, a diferencia de las partes bajas de la sierra; muchos de los familiares de la gente que ha mandado matar Rogaciano están incorporados a las columnas guerrilleras del ERPI. Hace unos meses, por cierto, Rogaciano bautizó a un grupo como Ejército de Liberación del Pueblo (ELP), pero es falso, no existe, por eso nadie le hizo caso.

Está muy claro, insistió, que Calderón y Zeferino cobijan a Alba Álvarez: "se instalan retenes militares, y es extraño que (el presunto capo) pasa por ellos y no lo detienen. El Ejército sólo ataca a un cártel, como sucedió en los últimos días en San Miguel Totolapan y en Arcelia, o en Zihuatanejo, donde catearon casas".

También arremetió contra el director de la policía investigadora ministerial, Erit Montúfar Mendoza: "él sabe que le conozco muchas cosas; en los pueblos de la Tierra Caliente lo acusaban de apoyar a los narcos de la región, y de otros ilícitos".

El problema con Montúfar empezó cuando "una vez en la comunidad de Las Pozas, municipio de Coyuca de Catalán, hubo un ataque a uno de los familiares de Erit, y ahí mataron a uno de ellos; luego me responsabilizó del crimen, y desde entonces me persigue impulsando operativos. Pero lo que sucedió en esa ocasión fue que la gente de los pueblos aledaños ya estaba cansada de tanto abuso, y fue la que se insurreccionó y actuó. Lo cierto es que en ese asesinato del que me culpa nada tuve que ver".

–¿Qué opina de que el gobierno federal dice que está combatiendo al narcotráfico en el país?

–Esa estrategia de combatir al narco es falsa. Aquí en Guerrero, por ejemplo, participa en las reuniones que llevan a cabo el Ejército y el gobierno del estado; golpea a un cártel y protege al otro, pero en esencia son iguales, porque asesinan, secuestran, y torturan. Aquí el cártel del Chapo Guzmán le está sirviendo al estado, y viceversa; ahora, el problema está en que los cárteles de la droga le están haciendo el trabajo sucio al gobierno mexicano.

 

martedì 12 maggio 2009

Fw: [coordinamento-toscano-zapatista] proiezione del video "la degna rabbia" all'università di firenze

 
----- Original Message -----
Sent: Tuesday, May 12, 2009 1:46 PM
Subject: [coordinamento-toscano-zapatista] proiezione del video "la degna rabbia" all'università di firenze

MERCOLEDì 13 MAGGIO ore 16.00
Università di Firenze, Polo di Novoli: D6 004

il coordinamento toscano in sostegno alla lotta zapatista presenta il video

"LA DEGNA RABBIA"

VOCI E TESTIMONIANZE DALLA LOTTA ZAPATISTA

IN OCCASIONE DEL PRIMO FESTIVAL INTERNAZIONALE DELLA RABBIA DEGNA

>> http://dignidad-rebelde.blogspot.com/2009/03/video-la-degna-rabbia-un-altro-mondo-un.html



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mercoledì 6 maggio 2009

Il FPDT di Atenco esprime solidarietà agli indigeni arrestati

 
 

La Jornada – Martedì 5 maggio 2009

 

Dallo zapatismo abbiamo appreso il senso della vita:

lottare e resistere, dice il FPDT

Il FPDT esprime la sua solidarietà con gli otto indigeni reclusi a El Amate

Hermann Bellinghausen - Inviato

 

San Cristóbal de las Casas, Chis. 4 maggio. A tre anni dalla repressione contro il Fronte dei Popoli in Difesa della Terra (FPDT) di San Salvador Atenco e la permanenza in carcere di 12 membri, più altri due perseguiti e sotto minaccia, l'organizzazione atenquense ha diffuso un messaggio di riconoscimento e gratitudine a "tutto lo zapatismo", ed esprime la sua solidarietà con gli otto tzeltales dell'EZLN e dell'Altra Campagna attualmente rinchiusi a El Amate.

 

"Ad Atenco sapevamo che la sua parola era già impressa nella storia universale e la sua lotta vive nei nostri cuori", dice il FPDT. "Sappiamo che nel cuore zapatista ci sarà sempre un piccolo posto per gli uguali, che sempre ci sarà la parola seria e compromessa della sua lotta ribelle".

 

Ricordando il contesto in cui avvenne l'aggressione, nel maggio del 2006, contro i contadini di Mexico e decine di aderenti dell'Altra Campagna dell'EZLN che solidarizzavano con loro, il FPDT ha dichiarato: "Sappiamo anche che avete in corso una guerra di bassa intensità contro il malgoverno. Che la situazione che state affrontando è una guerra sempre meno occulta. Che da tutti i fronti cercano di minare la resistenza, vogliono distruggere uno dei processi sociali più importanti in Messico e nel mondo".

 

Gli atenquensi alludono all'attuale momento della lotta zapatista, e lo fanno con ferma solidarietà: "Quindi capiamo l'aggressione che hanno subito in questi giorni i nostri fratelli indigeni dell'ejido di San Sebastián Bachajón, municipio di Chilón, fermati e torturati dal governo di Juan Sabines, accusati di essere assalitori e narcotrafficanti; ugualmente, la recente aggressione armata subita dai compagni della Giunta di Buon Governo del Caracol IV, di Morelia, addetti allo stabilimento balneare El Salvador".

 

Rilevano che l'aggressione contro l'EZLN è latente, "perché voi avete costruito un contropotere capace di confrontarsi con lo Stato; il suo processo è uno sforzo molto importante per costruire la democrazia dal basso, ed un colpo a voi sarebbe una vittoria del potere politico ed economico non solo del nostro paese, ma mondiale. Per questo vi diciamo che la lotta zapatista è nostra per quanto possibile, secondo le nostre capacità, siamo con voi".

 

Il messaggio dice ai ribelli del Chiapas: "Da voi abbiamo appreso il senso della vita: lottare e resistere. Dal vostro grido abbiamo conosciuto il messaggio che si deve alla vita: la dignità ribelle. Dal vostro cuore che muove il mondo, abbiamo preso la ragione unica e vera della lotta: l'amore. Così è per noi come per molti, abbiamo preso dal vostro volto coperto l'identità dei nascosti, di quelli che non vogliono più essere invisibili per assumere il loro ruolo nella storia, quelli che si trasformano nei motori del cammino dell'umanità".

 

Il FPDT ricorda che nel 2001, quando iniziò la sua resistenza alla fine vittoriosa contro la costruzione dell'aeroporto voluto dal governo di Fox, "molta gente ci diceva: 'non si può sconfiggere il governo' ". Ma, prosegue, "ci siamo guardati intorno ed abbiamo cercato altri che come noi stavano lottando.

 

"Sapevamo di non essere gli unici. E dappertutto c'eravate voi, c'era una lunga scia colma di dignità e di speranza che annunciava il vostro passaggio, apparivano sempre gli occhi brillanti e le dolci mani della resistenza, delle piccole donne e piccoli uomini che ci insegnavano il cammino che costruisce la giustizia e la libertà".

 

(Traduzione "Maribel" – Bergamo)

martedì 5 maggio 2009

I maiali più pericolosi sono quelli in doppiopetto di Mike Davis *

La febbre suina e il mostruoso potere dell'industria della carne

I maiali più pericolosi sono quelli in doppiopetto

di Mike Davis *

Venerdì 1 maggio 2009
Le orde di springbreakers sono tornate quest'anno da Cancún con un souvenir invisibile però sinistro.

La febbre suiina messicana, una chimera genetica probabilmente concepita nelle cloache di qualche porcile industriale, all'improvviso minaccia di attaccare la febbre al mondo intero. Le prime manifestazioni in tutto il Nordamerica rivelano un'infezione che già si propaga con una velocità maggiore della più recente pandemia ufficiale, l'influenza di Honk Kong del 1968.
Rubando i riflettori al nostro ultimo assassino ufficialmente designato, il H5N1 – che muta con velocità – questo virus suino è una minaccia di potenza sconosciuta. Senza dubbio sembra più letale della SARS del 2003, però essendo un'influenza può risultare più duraturo e meno incline a ritornare nella sua tana segreta.
Dato che le influenze stagionali domestiche del tipo A causano la morte di fino a un milione di persone ogni anno, basta un modesto incremento della virulenza, specialmente se combinata con un'alta incidenza, per produrre una carneficina simile a una guerra su vasta scala.
Nel frattempo, una delle prime vittime è stata la confortante fede, predicata per molto tempo dai pulpiti dell'Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), nel fatto che le pandemie possano essere contenute dalla rapida risposta delle burocrazie mediche, indipendentemente dalla qualità della salute pubblica locale.
Dalle prime morti causate dal H5N1 a Hong Kong nel 1997, l'OMS, con l'appoggio della maggioranza dei servizi nazionali di salute, ha promosso una strategia incentrata sull'identificazione e l'isolamento di un ceppo pandemico nel quadro locale, seguite da una somministrazione di massa di antivirali e vaccini (se disponibili).
Un esercito di scettici ha posto in questione, e a ragione, questa tattica di controinsurrezione virale, sostenendo che oggi i microbi possono viaggiare per il mondo (letteralmente, nel caso della influenza aviaria) in maniera più veloce di quanto i funzionari dell'OMS o quelli locali possano reagire all'insorgenza iniziale della malattia. Inoltre gli scettici puntano il dito sulla primitiva e spesso inesistente sorveglianza della connessione tra infermità umana e animale. Però il mito di un intervento audace, preventivo (e a basso costo) contro l'influenza aviaria è risultato di grande importanza per la causa dei paesi ricchi, come Usa e Gran Bretagna che preferiscono investire nelle proprie linee Maginot biologiche che incrementare consistentemente l'aiuto ai fronti epidemici fuori dal loro territorio, così come per le transnazionali farmaceutiche, che si sono opposte alle richieste del terzo mondo di produrre in forma pubblica e generica antivirali critici, come il Tamiflu della Roche. In ogni caso è probabile che la febbre suina mostri che la versione OMS/CDC del modo di affrontare una pandemia – senza un nuovo ed ampio investimento in vigilanza, infrastrutture scientifiche, salute pubblica di base e accesso globale ai farmaci vitali – appartiene alla stessa classe di gestione del rischio piramidale dei derivati di AIG o dei titoli di Madoff.

Non è solo che il sistema di allerta in caso di pandemia ha fallito, ma che realmente non esiste, né negli USA né in Europa.
Forse non sorprende che il Messico non abbia la capacità e la volontà politica di affrontare le infermità degli allevamenti e l'impatto che hanno sulla salute pubblica; però la situazione non cambia molto al nord della frontiera, dove la vigilanza è smembrata tra le differenti giurisdizioni statali, e le transnazionali dell'allevamento mostrano lo stesso disprezzo per la salute che normalmente mostrano per i lavoratori e gli animali.
Nella stessa maniera, un decennio di allarmi del mondo scientifico su questi temi non ha portato ad assicurare il trasferimento di tecnologia avanzata per l'analisi virale ai paesi che sono sulla traiettoria di una probabile pandemia. Il Messico ha esperti di fama mondiale in materia di malattie infettive, ma ha dovuto mandare le prove ad un laboratorio a Winnipeg (che ha meno del 3 % della popolazione di Città del Messico) per identificare il genoma del ceppo. Per questo si è perso quasi una settimana.
Però nessuno era meno allertato dei leggendari controllori di malattie di Atlanta. Secondo il Washington Post, i CDC [sigla del Centro di controllo e prevenzione delle malattie di Atlanta] si sono accorti del contagio sei giorni dopo che il governo messicano aveva cominciato a varare misure di emergenza. Di fatto, "i funzionari di salute pubblica USA ancora sono in gran parte all'oscuro di quello che succedendo in Messico, a due settimane dal contagio".
Non ci dovrebbero essere scuse. Non è stato un evento improvviso. Il paradosso centrale di questo panico per la febbre suina è che, per quanto inaspettata, era già stata prevista con precisione.
Sei anni fa, Science dedicò un articolo importante (dell'ammirabile Bernice Wuethrich) per provare che, dopo anni di stabilità, il virus della febbre suina nordamericana ha compiuto un salto evolutivo vertiginoso.
Da quando fu identificata, all'inizio della Grande Depressione, la febbre suina H1N1 si era solo leggermente allontanata dal suo genoma originale. E tuttavia, nel 1998 si sono aperte le porte dell'inferno. Un ceppo altamente patogeno ha cominciato a decimare la popolazione di un allevamento di maiali in Carolina del Nord, e delle versioni nuove e più virulente hanno iniziato ad apparire quasi ogni anno, tra di loro una strana variante del H1N1 che conteneva i geni interni del H3N2 (l'altra influenza tipo A che circola tra umani).
Ricercatori intervistati da Wuethrich si preoccupavano che uno di questi ibridi si potessero convertire in influenza umana (si crede che le pandemie del 1957 e 1968 siano state originate da un misto di virus aviario e umano nel maiale) e insistevano sulla necessità di creare un sistema di vigilanza ufficiale sulla febbre suina; un ammonimento che, naturalmente, è rimasto inascoltato in una Washington preparata per bruciare migliaia di milioni di dollari in fantasie di bioterrorismo mentre non si faceva caso ai pericoli più ovvi.
Ma cosa ha causato l'accelerazione dell'evoluzione della febbre suina? Probabilmente la stessa dinamica che ha favorito la riproduzione della influenza aviaria.
Da molto tempo i virologi credono che il sistema di agricoltura intensiva del sud della Cina sia il motore principale della mutazione dell'influenza, sia stanziale che episodica. (Più raro è che si dia un passaggio diretto dagli uccelli ai maiali e/o agli esseri umani, come successe con la H5N1 nel 1997.)
Ma l'industrializzazione transnazionale della produzione di bestiame ha superato il monopolio naturale della Cina sull'evoluzione dell'influenza. Come molti scrittori hanno sottolineato, l'allevamento di animali è stato trasformato nei decenni recenti in qualcosa che assomiglia più all'industria petrolchimica che alla famiglia felice di allevatori che sono presentati nei libri per bambini.
Per esempio nel 1965 negli USA c'erano 55 milioni di maiali in più di un milione di allevamenti; oggi esistono 65 milioni concentrati in 65 mila installazioni, la metà delle quali contiene più di 5 mila animali: in sostanza si tratta di una transizione dalle vecchie porcilaie ai mastodontici inferni di escrementi, nei quali decine, centinaia di migliaia di animali con sistemi immunitari deboli soffocano tra il calore e lo sterco e si scambiano patogeni a velocità vertiginosa con i loro compagni e la loro patetica prole.
Chi ha viaggiato nella zona di Tar Heel, in Carolina del Sud, o a Milford, in Utha – in cui le sussidiarie della Smithfield Foods producono ogni anno più di un milione di maiali ognuna, così come creano centinaia di pozze piene di merda tossica – potrà capire fino a che punto le agroindustrie hanno interferito con le leggi della natura.
L'anno scorso una commissione convocata dal Centro di Investigazione Pew ha emesso un rapporto sulla produzione animale negli allevamenti industriali, nel quale si sottolineava il pericolo acuto che "la continua circolazione di virus … in grandi strutture incrementerà le opportunità di generazione di virus nuovi, mediante mutazione o eventi ricombinanti, che potranno propiziare una trasmissione più efficace da umano a umano".
La Commissione avvertiva anche che l'uso promiscuo di antibiotici nelle fabbriche di maiali (alternativa più economica che il sistema di drenaggio o ambienti più umani) favorisce l'aumento di infezioni da stafilococchi resistenti agli antibiotici e che l'insieme dei reflui producono un incubo di E. coli e Pfisteria (il protozoo del giorno del giudizio, che ha ucciso più di mille milioni di specie nell'estuario della Carolina e contagiato dozzine di pescatori).
Senza dubbio qualsiasi tentativo di migliorare questa nuova ecologia patogena dovrà scontrarsi con il mostruoso potere esercitato dalle lobby del conglomerato degli allevatori come Smithfield Foods (maiali e manzi) e Tyson (polli). I Commissari del Centro Pew, capeggiati da John Carlin, ex governatore del Kansas, hanno denunciato gli ostacoli frapposti alla loro indagine da parte delle corporation, compreso la minaccia di bloccare i finanziamenti a ricerche di questo tipo.
Inoltre si tratta di un industria altamente globalizzata con un equivalente peso politico. Così come il gigante dei polli Charoen Pokphand, con sede a Bangkok, è riuscito a sopprimere delle indagini sul suo ruolo nella propagazione della influenza aviaria in tutta l'Asia, è probabile che l'epidemiologia forensedel focolaio della febbre suina sbatta contro le barriere corporative dell'industria del maiale. Questo non significa che non si troverà la pistola fumante. Ci sono già versioni sulla stampa messicana che riguardano la gigantesca sussidiaria della Smithfield Foods nello Stato di Veracruz.
Però quello che più importa (in particolare considerando la minaccia costante del H5N1) è la configurazione generale del fenomeno: il fallimento dell'OMS contro le pandemie, l'ulteriore declino della salute pubblica mondiale, il ferreo controllo delle grandi case farmaceutiche sulle medicine vitali e la catastrofe planetaria di una produzione d'allevamento industrializzata e ecologicamente disordinata.

* Autore di libri sulla minaccia della febbre aviaria: Il mostro alle nostre porte e Città di Quarzo.

PACO IGNACIO TAIBO II SULL'INFLUENZA IN MESSICO

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Noi prigionieri in Messico
tra i fantasmi della peste

di PACO IGNACIO TAIBO II

CITTA' DEL MESSICO - State tranquilli, amici miei. Non è così terribile come vi dicono, questa non è la città di appestati che vi hanno descritto. Viviamo in un perenne stato di shock, d'accordo. Però esaminate le cifre, la dimensione del fatto. Città del Messico è una metropoli di oltre venti milioni di abitanti, la più popolosa del mondo. Sapete quanti sono i presunti contagiati? Due o tremila al massimo, che fa una percentuale dello 0,0001 eccetera. Tutto molto relativo. Tuttavia, siamo calati in uno scenario straordinario. Spettatori e protagonisti di uno spettacolo da pellicola di fantascienza.

I cinema sono chiusi, i teatri sono chiusi. Niente partite di calcio allo stadio, ristoranti con le serrande abbassate. Scuole primarie ferme come la maggior parte degli uffici pubblici. Ma la gente continua ad andare al lavoro, i servizi di trasporto - metropolitana, pullman, taxi - funzionano regolarmente. Le strade però sembrano quasi deserte. Prive di colori. Mancano le nuvole immobili nel cielo, le pozzanghere, le insegne giallognole al neon, il calore del pomeriggio. Ti fermi un istante, e ti rendi conto che il frastuono di questa città - il torrente della maledetta baraonda di fumo e di clacson, di marmitte che strepitano, di semafori rossi: la sinfonia delle sette di sera - suona lontano, ovattato.

Hai solo occhi per questi fantasmi che camminano in silenzio con le loro mascherine sul volto, mantenendo cinquanta centimetri di rigorosa distanza l'uno dall'altro. Fantasmi che sollevano la mascherina e si arrestano un istante per ingozzarsi lungo la strada in quei piccoli posti dove ancora continuano a dare da mangiare, guardandosi intorno furtivi. Prendi nota, compare. A Città del Messico battono simultanemente i cuori del Primo e del Terzo Mondo. Il paradosso malvagio è che in questa città ci sono più studenti universitari che a New York, più clochard che a Parigi, più poveri che a Nuova Delhi, più morti ammazzati che nell'Inghilterra di Jack lo Squartatore, una polizia più corrotta che in Thailandia. E alcuni tra i migliori scrittori del mondo.

Bene, la verità è che siamo una razza abituata a sopravvivere. Da un paio di giorni la gente di Città del Messico sta cominciando ad abituarsi allo spettacolo. All'inizio sembrava solo una influenza un po' più aggressiva, ed è questo che ha prodotto le morti: l'automedicazione, la convinzione di potersi tranquillamente curare a casa. Adesso va molto meglio, ora se individui il virus nelle prime lo puoi tranquillamente curare: a livello di base distribuiscono degli anti-virali che fermano la febbre. Il governo federale sosteneva di aver messo a disposizione un vaccino, ma era una bugia: per fortuna c'è una tale diffidenza nei confronti delle autorità che nessuno ha prestato attenzione. L'espansione del virus è ormai controllata, contenuta.

Vivo in una bolla. Nel mezzo di una tana, e aspetto. Mi sento bene fisicamente, ma sono stato costretto a interrompere le poche cose che avevo da fare. Ho rinunciato ad un paio di presentazioni di libri, dovevo partecipare al Festival letterario di Acapulco. Passo il mio tempo in casa, leggo, mi appunto qualcosa. E rifletto. Rifletto sulla disinformazione, sul tanto rumore che è stato fatto per presentare questa come una città di appestati. Ci si concentra sulla malattia, e si dimentica la crisi politica permanente di questo paese, la vergognosa inefficienza del governo federale, la spaventosa crisi economica che ci divora, l'arroganza delle organizzazioni criminali e dei politici, i quotidiani massacri dei narcotrafficanti. Inizia l'epidemia e noi tutti messicani cominciamo a tremare.

Ma cosa sta accadendo davvero? In quasi due settimane dicono siano morte in tutto il paese circa centocinquanta persone, ma nessuno ancora sa esattamente le cause di tutti questi decessi. Il numero dei contagiati ve l'ho detto. Ma ci raccontano - ma vi raccontano - un'altra storia, la storia di una metropoli e di un paese di appestati.

(Testo raccolto da Massimo Calandri)
(4 maggio 2009 – La Repubblica)

 




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lunedì 4 maggio 2009

Gloria Munoz Ramirez - A tre anni da Atenco

 
 

Los de Abajo

 

A tre anni dalla repressione

Gloria Muñoz Ramírez

 

Questa settimana si compiono tre anni dalla repressione poliziesca contro il Fronte dei Popoli in Difesa della Terra (FPDT) di San Salvador Atenco, i fioristi di Texcoco e uomini e donne solidali dell'Altra Campagna. L'anniversario rafforza la lotta per la liberazione dei 12 prigionieri politici e la domanda di punizione dei responsabili dell'aggressione nella quale sono stati violati i diritti umani dei 207 detenuti iniziali che furono picchiati, torturati e violentati, in un operativo al quale parteciparono i tre livelli di governo, e che lasciò un saldo di due giovani assassinati.

 

In mezzo all'attuale contingenza epidemiologica e del bombardamento mediatico dell'Istituto Federale Elettorale, attivisti ed organizzazioni del Messico e di alcuni paesi organizzano giornate di lotta per la liberazione di Ignacio del Valle, Felipe Álvarez e Héctor Galindo, carcerati in condizioni deplorevoli nella prigione di massima sicurezza di El Altiplano, e Juan Carlos Estrada, Román Ordóñez, Jorge Ordóñez, Alejandro Pilón, Narciso Rellano, Inés Rodolfo Cuéllar, Édgar Eduardo Morales, Julio César Espinosa, Pedro Reyes e Óscar Hernández, di Tacotalpa, reclusi a Molino de las Flores, Texcoco.

 

La storia non è cominciata a maggio del 2006, bensì il 23 ottobre 2001, quando il governo federale annunciò l'esproprio di 5 mila ettari di terra per la costruzione di un aeroporto a Texcoco. I contadini protestarono e si mobilitarono quel giorno e non cessarono la lotta e la mobilitazione fino al 6 agosto 2002, quando ottennero la cancellazione degli espropri e si aggiudicarono una delle vittoriei più notevoli nella storia recente della difesa della terra.

 

Dopo la vittoria il FPDT ed i contadini strinsero alleanze e impegni di solidarietà con altri movimenti. Nell'aprile del 2006 accolsero L'Altra Campagna, guidata dal subcomandante Marcos, mentre appoggiavano i floricoltori di Texcoco ai quali veniva impedito di vendere i fiori al mercato.

 

Il 3 e 4 maggio 2006 arrivò la vendetta dello Stato. Una repressione "esemplare" contro il movimento dei floricoltori, i contadini del FPDT ed i membri dell'Altra Campagna che erano accorsi in solidarietà. Arrivano quindi le vessazioni, torture, pestaggi, violenze ed abusi sessuali su circa 50 donne. 

 

Oggi, quelli che ordinarono le violazioni sono liberi. Nelle prigioni rimangono 12 persone che non sono colpevoli. La loro libertà è quella di tutti.

 

(Traduzione "Maribel" – Bergamo)

I: Guerra di contro insurrezione

Inviato dal mio telefono Huawei -------- Messaggio originale -------- Da: Annamaria <maribel_1994@yahoo.it> Data: lun 8 mar 2021, 16:3...