martedì 31 dicembre 2013

Subcomandante Marcos: Rewind 1 (1/2)

 

(Nel quale si riflette sulle/sugli assenti, le biografie, narra il primo incontro di Durito col Gatto-Cane, e parla di altri temi che non fanno al caso, o cosa, come detterà il post scriptum impertinente)
Novembre-Dicembre 2013
A me pare che abbiamo fatto molta confusione sulla questione della Vita e della
Morte. Mi sembra che quella che chiamano la mia ombra qui sulla terra, sia la mia
autentica sostanza. Mi pare che, guardando le cose spirituali, siamo
come ostriche che osservano il sole attraverso l'acqua e pensano che
l'acqua torbida sia la più fine delle atmosfere. Mi sembra che il mio corpo
non sia altro che le azioni del mio essere migliore. Di fatto, che si prenda il mio corpo
chiunque voglia, che se lo prenda, dico: non sono io.
Herman Melville "Moby Dick".

Da molto tempo sostengo che la maggioranza delle biografie non sono altro che una menzogna documentata, e a volte, non sempre, ben scritta. Il biografo medio ha una convinzione previa ed il margine di tolleranza è molto ridotto, se non inesistente. Con questa convinzione comincia a frugare nel puzzle di una vita che gli è estranea (per questo il suo interesse nel fare la biografia), e raccoglie i pezzi falsi che gli permettano di documentare la propria convinzione, non la vita recensita.
La cosa certa è che forse potremmo conoscere con certezza data e luogo di nascita, e, in alcuni casi, data e luogo di morte. Oltre a ciò, la maggior parte delle biografie dovrebbero rientrare nel genere dei "romanzi" o della "fantascienza".
Che cosa resta dunque di una vita? Tanto o pco, diciamo noi.
Tanto o poco, dipende dalla memoria.
O, piuttosto, dai frammenti che quella vita ha impresso nella memoria collettiva.
Se questo non vale per biografi ed editori, poco importa alla gente comune. Normalmente quello che realmente importa non appare sui mezzi di comunicazione, né si può misurare coi sondaggi.
Ergo, di una persona assente abbiamo solo pezzi arbitrari del complesso puzzle fatto di brandelli, squarci e propensioni che si conoscono come "vita".
Quindi, con questo inizio confuso, permettetemi di prendere qualcuno di questi pezzi frammentari per abbracciare ed abbracciarci per il passo che oggi ci manca e che ci è necessario…
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Un concerto nel silenzio messicano. Don Juan Chávez Alonso, purépecha, zapatista e messicano, fa un gesto come per allontanare un insetto fastidioso. È la sua risposta alle scuse che gli porgo per uno dei miei rozzi spropositi. Siamo in territorio Cucapá, in mezzo ad un terreno sabbioso. In quelle coordinate geografiche e quando nel calendario è indicata la Sesta 2006 nel Nordovest del Messico, nella grande tenda da campeggio che usa come alloggio, Don Juan prende la chitarra e chiede se vogliamo ascoltare un pezzo che ha composto. Qualche accordo ed inizia un concerto che, letteralmente, narra l'insurrezione zapatista del primo gennaio 1994 fino alla presenza della Comandanta Ramona nella formazione del Congresso Nazionale Indigeno.
Poi il silenzio, come fosse una nota in più.
Un silenzio nel quale tacevano a voce alta i nostri morti.
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Anche nel nordest messicano, la follia sanguinaria del Potere tinge di assurdi ancora impuni il calendario del basso. 5 giugno 2009. L'avidità e il dispotismo governativi hanno dato fuoco ad un asilo infantile. Le vittime mortali, 49 bambini e bambine, sono gli effetti collaterali quando si distruggono archivi compromettenti. All'assurdo che siano i genitori a seppellire i figli, segue quello di una giustizia debole e corrotta: i responsabili non ricevono un mandato di cattura, bensì poltrone nel gabinetto del criminale che, sotto l'azzurro di Azione Nazionale, tenterà di occultare il bagno di sangue nel quale ha sommerso il paese intero.
Dove i biografi interrompono gli appunti "perché pochi anni di vita non sono redditizi", la storia del basso apre il suo quaderno di altri assurdi: con la sua ingiusta assenza, questi bimbi hanno partorito altri uomini e donne. Da allora, i loro genitori innalzano la domanda di giustizia più grande: che l'ingiustizia non si ripeta.
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"Il problema con la vita è che alla fine ti uccide", avrebbe detto Durito, le cui fantastiche storie cavalleresche divertivano tanto la Chapis. Tuttavia lei avrebbe domandato, con quell'impertinente miscuglio di ingenuità e sincerità che sconcertava chi non la conosceva, "e perché un problema?". Don Durito de La Lacandona, scarabeo di origine e di mestiere cavaliere errante, avrebbe evitato di polemizzare con lei, dato che, secondo un presunto regolamento della cavalleria errante, non si deve contraddire una signora (soprattutto se la signora in questione ha buone conoscenze "molto in alto", aggiungeva Durito che sapeva che la Chapis era religiosa, suora, sorella, o come voi chiamate le donne che fanno della fede la loro vita e professione).
La Chapis non ci conosceva. Voglio dire, non come chi ci guarda da fuori e scrive su di noi, parla… o sparla (sapete bene quanto le mode siano passeggere). La Chapis era con noi. E lo era tempo prima che uno scarabeo impertinente si presentasse sulle montagne del sudest messicano e si dichiarasse cavaliere errante.
E forse a farla essere tra noi era che alla Chapis non sembrava inquietare tanto la faccenda della vita e della morte. Quell'atteggiamento tanto nostro, dei neozapatisti, in cui tutto si inverte e non è la morte che preoccupa ed occupa, ma la vita.
Ma la Chapis non era solo tra noi. È chiaro che fummo solo una parte del suo cammino. E se ora vi racconto qualcosa di lei non è per fornire appunti per la sua biografia, ma per dirvi quello che qua sentiamo. Perché la storia di questa credente, la sua storia con noi, è di quelle che fanno dubitare gli atei fanatici.
"La religione è l'oppio dei popoli"? Non lo so. Quello che so è che la spiegazione più brillante che ho sentito sulla distruzione e spopolamento che la globalizzazione neoliberale opera in un territorio, l'ha data non un teorico marxista-leninista-ateista-e-altri-ista, ma… un parroco cristiano, cattolico, apostolico e romano, aderente alla Sexta, e confinato dall'alto clero ("per pensare troppo", mi disse come chiedendo scusa) in uno dei deserti geografici dell'altopiano messicano.
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Credo (forse mi sbaglio, non sarebbe la prima volta e, certamente, non sarà l'ultima) che molta gente, se non tutta, che si è avvicinata a quello che si conosce come neozapatismo, l'ha fatto cercando risposte a domande fatte nelle storie personali di ognuno, secondo il proprio calendario e geografia. E che ha indugiato solo l'indispensabile per trovare la risposta. Quando si sono accorti che la risposta era il monosillabo più problematico della storia, si sono voltati da un'altra parte ed hanno seguito quella direzione. Non importa quanto dicano e si dicano che continuano a stare qua: sono andati via. Qualcuno più velocemente di altri. E la maggioranza di loro non ci guardano, o lo fanno con la stessa distanza e sdegno intellettuale mostrati calendari prima che albeggiasse il gennaio del 1994.
Credo di averlo detto prima, in qualche altra missiva, non sono sicuro. Ma dico, o ribadisco, che quel pericoloso monosillabo è "tu". Così, minuscolo, perché questa risposta era ed è intima per ognuno. Ed ognuno la prende con rispettivo terrore.
Perché la lotta è collettiva, ma la decisione di lottare è individuale, personale, intima, come lo è quella di continuare o tentennare.
Voglio dire che le poche persone che sono rimaste (e non mi riferisco alla geografia ma al cuore) non hanno trovato questa risposta? No. Quello che cerco di dire è che la Chapis non venne a cercare quella risposta alla sua personale domanda. Lei già conosceva la risposta ed aveva fatto di quel "tu" la sua strada e meta: il suo essere credente e conseguente.
Molte altre, molti altri come lei, ma diversi, si sono risposti in altri calendari e geografie. Atei e credenti. Uomini, donne ed otroas di tutti i calendari. Sono quelli, quelle, ésoas, che sempre, vivi o morti, si pongono di fronte al Potere non come vittime, ma per sfidarlo con la multipla bandiera della sinistra del basso. Sono le nostre compagne, compagni e compañeroas… benché nella maggioranza dei casi né loro né noi lo sappiamo… non ancora.
Perché la ribellione, amici e nemici, non è patrimonio esclusivo dei neozapatisti. È dell'umanità. E questo è qualcosa che bisogna celebrare. Da tutte le parti, tutti i giorni e a tutte le ore. Perché anche la ribellione è celebrazione.
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Non sono pochi né deboli i ponti che, da tutti gli angoli del pianeta Terra, sono stati lanciati fino a questi suoli e cieli. A volte con sguardi, a volte con parole, sempre con la nostra lotta, li abbiamo attraversati per abbracciare quell'uno altro che resiste e lotta.
Forse di questo e nient'altro si tratta "l'essere compagni": di attraversare ponti.
Come in questo abbraccio fatto lettere per le sorelle della Chapis alle quali, come a noi, manca e, come noi, hanno bisogno di lei.
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"L'impunità, caro Matías, è qualcosa che solo la giustizia
può concedere; è la Giustizia che esercita l'ingiustizia".
Tomás Segovia, ne "Cartas Cabales".
Già prima ho detto che, secondo la mia umile opinione, ognuno è l'eroe o l'eroina della propria storia individuale. E che nel sedativo autocompiacimento di raccontare "questa è la mia storia personale", si pubblicano fatti e misfatti, si inventano le fantasie più incredibili, ed il narrare aneddoti somiglia troppo al fare i conti dell'avaro che ruba il non suo.
L'ancestrale affanno di trascendere la propria morte trova nelle biografie il sostituto dell'elisir dell'eterna giovinezza. Chiaro, anche nella discendenza. Ma la biografia è, per così dire, "più perfetta". Non si tratta di qualcuno a cui si somiglia, è "l'io" esteso nel tempo grazie alla "magia" della biografia.
Il biografo di sopra ricorre a documenti d'epoca, forse a testimonianze di familiari, amici o compagn@ della vita di cui la morte si appropria. I "documenti" hanno la stessa certezza delle previsioni meteorologiche e le testimonianze ovviano alla sottile separazione tra il "io credo che…" ed il "io so che…". E la "veridicità" della biografia si misura per la quantità di note a piè di pagina. Per le biografie vale la stessa regola delle fatture per spesa per "immagine" del governo: quanto più sono voluminose, tanto più sono corrette.
Attualmente, con internet, twitter, facebook ed equivalenti, i miti biografici smussano le loro fallacie e, voilà, si ricostruisce la storia di una vita, o suoi frammenti, che poco o niente hanno a che vedere con la storia reale. Ma non importa, perché la biografia è pubblicata, stampata, circola, è letta, citata, recitata… come la menzogna.
Controllate nelle moderne fonti documentali delle biografie future, cioè, Wikipedia ed i blog, Facebook ed i rispettivi "profili". Ora fate il confronto con la realtà:
Non vi fa rabbrividire pensare che, forse, in un futuro…
.........segue



 

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