giovedì 10 gennaio 2013

Gustavo Esteva: In ebollizione

 
 
di GUSTAVO ESTEVA
Siamo in ebollizione. Fervono indignazione e malcontento, se non frustrazione e perfino la disperazione, lo stesso accade con iniziative e mobilitazioni. Siamo in ebollizione, ma sconcertati: confusi e senza accordo, senza concertazione.
Non lo siamo solo noi. In mezzo a una delle peggiori crisi della storia, alla fine di un ciclo e forse di un'epoca, il disincanto verso le istituzioni, i governi e le politiche dominanti è sempre più generalizzato. Le loro risposte insensate alla mobilitazione popolare che si allarga continuano ad aggravare la crisi allargando il solco tra quelli che sono in alto e coloro che stanno in basso.
In questo contesto, le iniziative che gli zapatisti stanno prendendo potrebbero risultare ancora più importanti di quella del primo gennaio 1994 (data dell'insurrezione zapatista in Chiapas, ndt). Vi fu allora un risveglio nazionale e mondiale. Loro furono i primi a dire "basta!" di fronte all'ondata letale del neoliberismo, come riconoscono tutti i movimenti anti-sistemici nati dopo quell'appello. In Messico cambiò l'equilibrio politico delle forze e furono spinti alla sconfitta i piani autoritari di Salinas (presidente messicano dell'epoca, ndt).
Dicendo loro che non erano soli, tuttavia, a loro la signora società civile comunicò allora che non voleva più violenza e chiese loro di tentare una vaga via istituzionale. Gli zapatisti obbedirono. Non solo si convertirono in campioni della nonviolenza attiva e fecero della parola e dell'organizzazione i loro principali strumenti di lotta. Essi si impegnarono anche seriamente nel dialogo e nella trattativa con le istituzioni.
Accadde quel che accadde. Sia il governo federale, nelle amministrazioni successive, come i poteri legislativo e giudiziario, i governi locali e tutti i partiti politici tradirono la parola data e gli accordi (gli Accordi di San Andrés, firmati dall'EZLN e dal governo nel 1995, ndt) e isolarono, diffamarono e attaccarono senza sosta gli zapatisti e lo zapatismo.
Contro ogni previsione, cancellati dai media e dalle classi politiche, sistematicamente aggrediti da gruppi paramilitari o politici nonché dalla polizia, gli zapatisti hanno consolidato e approfondito la loro costruzione autonoma. Ora dimostrano che la alternativa non istituzionale che hanno intrapreso è ormai una realtà, un cammino percorribile ed efficace per l'azione politica. Come resistenza organizzata, pone dei limiti all'offensiva dall'alto. Come impegno radicale, mina le basi dell'esistenza del sistema dell'oppressione e procede nella riorganizzazione della società dal basso.
Milioni di persone, in Messico e nel mondo, attraverseranno i ponti che gli zapatisti cominciano a gettare per concertare l'azione. Hanno imparato, con loro, che per resistere all'orrore che è caduto su di noi non basta dire di no, rifiutando radicalmente politiche e azioni dall'alto che si feriscono e ci depredano. Abbiamo anche bisogno della costruzione autonoma che dà senso all'impegno, prende la forma della nuova società e nella stessa lotta stessa prefigura l'esito. E abbiamo bisogno di fare tutto questo insieme, in accordo. Dobbiamo ascoltarci e farci sentire, comporre tra tutti una sinfonia armoniosa.
Gli zapatisti mostrano chiara consapevolezza delle difficoltà che affronteranno e dei rischi che correranno. Non si fermano per questo. Sono ben consapevole della povera condizione umana di coloro che dirigono le istituzioni. Sanno che il famoso patto dei partiti o le promesse di Peña (attuale presidente messicano, ndt) agli indigeni, citate dal ministro degli interni. non sono che nuove minacce: costoro arretrano verso l'indigenismo dell'omologazione e spacciano come sviluppo i saccheggi che stanno pianificando. Gli zapatisti sanno anche che coloro che non possono pensare o agire al di fuori del quadro convenzionale e si rifiutano di riconoscere che il problema è nel sistema stesso dell'oppressione, non solo nei suoi operatori, continueranno a concentrare l'energia su nuove fantasie a proposito del 2018 (anno delle prossime elezioni presidenziali in Messico, ndt). Ma non trattano i primi come nemici né ignorano i secondi.
Già si realizzano tentativi truffaldini di ridurre le iniziative zapatiste alla questione indigena. E' certamente necessario riattivare il Congresso Nazionale Indigeno (organismo che rappresenta tutti i popoli indigeni del Messico, oltre 50 etnie e oltre und decimo della popolazione del paese, ndt) e tenere il dito sulla piaga della violazione degli accordi di San Andrés, ma non a costo di negare la portata delle attuali iniziative zapatiste che sfidano lo stato delle cose dominante e si propongono, grazie alla sapienza indigena, un cammino di trasformazione che comprende ugualmente indigeni e non indigeni.
Per tutto questo, centinaia di partecipanti al Terzo Seminario Internazionale di riflessione e analisi, che dal 30 dicembre al 2 gennaio dal CIDECI e dalla Universidad de la Tierra, in Chiapas, insieme alle migliaia di persone che lo hanno eguito via internet, hanno celebrato con uno spirito rinnovato l'anniversario della ribellione dell'EZLN. La presenza entusiasta e lucida di collettivi, organizzazioni e movimenti di una dozzina di paesi è servito a dimostrare la rilevanza delle iniziative zapatiste al di là dei nostri confini e per iniziare il lavoro di paziente e serena concertazione della nostra degna rabbia. http://www.jornada.unam.mx/2013/01/07/opinion/018a1pol
da La Jornada di lunedì 7 gennaio 2013. Tradotto da

domenica 6 gennaio 2013

Messico – Un bilancio dal Seminario Internazionale

Costruire alternative dal basso; aspettando prossime iniziative dell'EZLN.

Se dobbiamo fare un bilancio dal Seminario Internazionale in Chiapas, sicuramente è positivo, e torniamo a casa dopo aver ascoltato interessanti contributi di analisi e condivisioni di esperienze; ma, quello che più ci è stato di stimolo, a noi come a tutti i presenti, è stata l'azione e la parola dell'EZLN che dopo alcuni anni di assenza sull'arena pubblica, è tornato a farsi vedere e sentire.

La spoliazione neoliberista.

Lo scenario che ci hanno mostrato intellettuali e movimenti, soprattutto dell'America, è da un lato un'mmagine della devastazione, dall'altro della speranza. Come abbiamo già raccontato nei giorni scorsi, popolazioni indigene e contadine, ed abitanti delle città, ognuno nei sui modi differenti sta affrontanto quella che in tanti definiscono "spoliazione neoliberista". Chi vive nelle zone rurali si scontra con grandi progetti estrattivi (miniere a cielo aperto, monocoltivazioni, OGM, etc..), di infrastrutture e di produzione di energia (dighe, mega progetti eolici, etc..). Chi vive nelle città affronta i continui attacchi ai diritti alla casa, sul lavoro, ad una vita dignitosa ed una alimentazione sana; come alle privatizzazioni e i tagli a servizi. Si parla di una spoliazione, cioè una espropriazione, perchè in ogni luogo in cui si vive ci vengono espropriate le condizioni per la riproduzione della vita: la terra ai contadini, i diritti ed i servizi ai cittadini in generale.

Una dinamica che in America Latina si sta dando in forme molto perverse ed avanzate, se consideriamo che qua le cosiddette "riforme strutturali", cioè il neoliberismo, sono state promosse a partire dagli anni '80. Gustavo Esteva, ha descritto la situazione messicana: un caso particolare se guardiamo ai 100 mila morti e 18 mila desaparecidos denunciati negli ultimi 7 anni, come conseguenza della violenza diffusa della cosiddetta "lotta al narcotraffico" che in realtà uccide tanta gente innocente, soprattutto poveri e attivisti, producendo intere zone in cui le persone hanno paura anche solo di uscire di casa, figuriamoci di organizzarsi e partecipare alla vita pubblica; un caso uguale a tanti altri, quando ci parla del 40% del territorio nazionale dato in concessione a multinazionali straniere del settore estrattivo, della grande forbice della disuguaglianza sociale che ogni anno si fa sempre più grande, dei 20 milioni di emigrati (su una popoliazione di poco più di 100 milioni) a partire del trattato di libero commercio del nord America nel 1994. Ci rammenta Esteva, forse lo avevamo già capito, che questa tendenza verso l'espropriazione di ogni ambito della vita si sta dando ovunque, e chi viene da paesi formalmente democratici o con governi di sinistra non ne è certo esente: "guardate noi e vi state guardando allo specchio, perchè è questa la direzione in cui state andando".

Pablo Gonzales Casanova, altra voce autorevole del panorama di intellettuali ribelli messicani, aggiunge altri elementi alla discussione quando ci parla delle nuove forme di potere emergenti (si riferisce in particolare ai grandi apparati del potere economico transnazionale e alle organizzazioni criminali) che stanno rompendo e superando le forme politiche della mediazione che, soprattutto in Europa, avevamo conosciuto negli ultimi decenni. In questo scenario, anche l'attività dei partiti comunisti o di sinistra all'interno dei parlamenti si rivela inutile per un'alternativa ed è solamente funzionale al sistema. I nuovi movimenti che emergono contro la crisi, secondo questo autore, non si chierano più secondo una logica della "destra/sinistra", ma in una forma nuova del "in alto/in basso", che a nostro parere è un'altra maniera per chiamare quello che nell'ultimo anno è stato nominato "il 99% contro l'1%".

Le alternative.

Di fronte a questo scenario, le uniche possibilità di una reale alternativa possono sorgere solo dal basso, come ci hanno mostrato le varie esperienze di lotta presenti, che a partire dai luoghi di vita costriscono ogni giorno risposte alle loro necessità e conquistano spazi, di libertà e di potere. Sì, perchè non è che la questione del "potere" sia stata elusa dalle discussioni. Gonzalez Casanova, ricordando i 19 anni di lotta politica pubblica dell'EZLN, ha detto che si può lottare anche "in alto" (reclamando diritti ai governi e relazionandosi con partiti), quando ci sono le condizioni, avendo sempre presente quali sono i nostri principi e il terreno da cui veniamo e in cui costruiamo alternative, cioè "in basso". Ha invitato a rispettare le esperienze dei governi del sud America che vengono chiamate "progressiste" (Ecuador, Uruguay, etc..) o "socialiste" (Venezuela e Bolivia), che con tutti i loro limiti e contraddizioni (anche qua si promuovono progetti estrattivi devastanti e si reprimono le popolazioni che vi si oppongono), rappresentano dei tentativi di resistenza al potere del capitale transnazionale. E' chiaro che il "potere" che noi intendiamo è un "potere molto altro", ha detto, rispetto a quello capitalisa, ma anche a quello dei governi progressisti.

Gustavo Esteva ci dice che la lotta contro la spoliazione capitalista e per la difesa dei territori deve andare di pari passo con la costruzione di alternative: "non dobbiamo aspettare e considerare come centralità il quando faremo la prossima grande manifestazione". Ma è necessario cominciare a mettere in pratica esperienze di alternativa a partire dai nostri ambiti di vita e dai nostri spazi collettivi. Anche qua, gli esempi ci vengono dalle comunità zapatiste, ma per venire ad esperienze urbane più vicino alle nostre possiamo vedere quelle del Movimento Popolare La Dignidad che a Buenos Aires, nei loro spazi sociali stanno realizzando progetti educativi, sanitari e di comunicazione.

Esteva ci parla della necessità di ripensare il "lavoro" e di sottrarsi al rapporto di produzione capitalista. Un ambito fondamentale in cui pensare l'alternativa è stato visto in molti interventi in quella che hanno chiamato la "sovranità alimentare", intesa come capacità di decidere noi stessi cosa mangiare e di cominciare a produrlo. Silvia Ribero, sociologa Aymara dalla Bolivia, ci ha raccontato delle coltivazioni OGM come nuove forme che rendono dipendenti e schiavi i contadini, attraverso le leggi sui diritti di proprieà intellettuale, di come queste coltivazioni si stanno espandendo in tanti luoghi; il 40% dell'effetto serra è causato dall'industria alimentare, con tutto il suo sistema di produzione, trasporto e smaltimento dei rifiuti, quando il 70% della produzione alimentare mondiale viene dalla piccola produzione contadina. Gli autori latinoamericani ci hanno parlato delle esperienze degli orti urbani che stanno nascendo in città come la capitale messicana, in Califronia o a Detroit, oppure a Rosario, in Argentina, la città con il più alto numero di questi orti, sorti come risposta delle classi popolari di fronte alla crisi. Anche a Cuba, per affrontare l'embargo dal basso, si fanno orti urbani: un dato interessante è che a L'Avana il 60% di quello che si mangia è prodotto nella stessa città. Non sono mancate testimonianze pure dall'Europa, con Silivia Perez-Vitoria che raccontava dei tanti giovani in Europa, riuniti nella rete "Reclaim the field", che stanno cominciando a reclamare terre da coltivare, come sta avvenendo in maniera diffusa in Andalusia dove tanti giovani hanno occupato le terre come risposta alla disoccupazione.

Aspettando prossime iniziative dell'EZLN.

Non si può parlare del Seminario Internazionale in Chiapas senza fare riferimento agli zapatisi. Sia perchè questo è lo stato in cui sono presenti le loro comunità autonome, sia perchè tutti i presenti vedono in essi un punto di riferimento importante nel loro agire politico, ma soprattutto perchè durante il Seminario l'EZLN ha reso pubblico un suo comunicato dopo alcuni anni di silenzio. Non che in questi anni la costruzione dell'autonomia nei territori ribelli si fosse fermata; chi ha continuato a visitare le comunità aveva visto il sorgere di nuove scuole o cliniche autonome, che la gente ti parlava dei miglioramenti delle condizioni materiali di vita dopo l'occupazione delle terre dal 1994. Però è vero pure che l'EZLN ha rappresentato per tanti nel Messico e nel mondo, non solo un riferimento, ma anche un collante per stare insieme tra tanti che lottiamo e per costruire insieme campagne e percorsi comuni di lotta. Quest'ultimo aspetto è quello che ci sembra possa rimettersi in moto.

Gli zapatisti con la marcia di 50 mila persone il 21 dicembre di hanno mostrato che sono ancora tantissimi, che sono anche di più di prima, e sempre ben organizzati e disciplinati. Ma questo, come abbiamo detto, lo sapevamo già. Col comunicato del 30 dicembre ci hanno detto che prossimamente torneranno a riaprire i contatti con le organizzazioni Aderenti alla Sesta Diciarazione della Selva Lacandona, documento politico che hanno scritto nel 2005, e a partire dal quale si era creato un tentativo di rete tra tanti movimenti che lottano in basso e a sinistra in Messico (prendendo il nome di Otra Campagna), e nel mondo (la Sezta Internacional. Sì, con la "z").

Hanno scritto che prossimamente lanceranno future iniziative. Questo è quello che aspettiamo. Pronti a muoverci dall'Italia, noi insieme a tanti altri del nostro paese che vedono nell'esperienza dell'EZLN un importante punto di riferimento; consapevoli che eventuali iniziative che vengano dal Chiapas serviranno sicuramente a rafforzare i vari tentativi di creare reti di resistenze al neoliberismo globale, e sarà allo stesso tempo una boccata di ossigeno per tutti noi che nel nostro paese ci opponiamo alla barbarie capitalista e proviamo a costruire delle reali alternative.

sabato 5 gennaio 2013

Messico - Il Congresso Nazionale Indigeno, spazio di incontro dei popoli indigeni che lottano per l'autonomia

Ricordando Don Juan, continua la lotta delle comunità indigene ribelli del Messico



Al Seminario Internazionale al CIDECI hanno partecipato rappresentanti del Congresso Nazonale Indigeno (CNI) spazio di incontro che raccoglie numerose comunità indigene del paese, tutte accomunate dalla lotta politica per l'autonomia e la costruzione reale di un'alternativa di vita fondata sulle loro forme tradizionali di organizzazione e di gestione delle risorse del terriotorio.

Del CNI fa parte pure l'EZLN e le sue comunità autonome, come ci hanno ricordato nel loro ultimo comunicato. Infatti questo spazio di incontro tra le comunità indigeni ribelli del Messico nacque proprio nel 1996 durante il viaggio della Comandante Ramona alla capitale del paese. Da allora periodicamente queste comunità si incontrano per discutere dei loro problemi e di come sta crescendo il loro percorso verso l'autonomia.

Durante il tavolo di discussione del CNI al Seminario, tutti gli interventi hanno ricordato Don Juan Chavez, conosciuto da tutti come "Don Juan", dirigente indigeno Purepecha, della comunità di Nurio nello stato del Michoacan, venuto a mancare nel giungo 2012 a causa di un incidente mentre lavorava per ristrutturare la sua casa. Don Juan in questi anni era stato il principale portavoce del CNI, un'autorità morale come dicono qua in Messico; sempre presente in tutte le loro iniziative e in quelle promosse dall'EZLN, e nel 2008 era venuto a visitare l'Europa durante le assemblee di preparazione della Carova Europea di solidarietà alle comunità zapatiste, alla quale poi parteciparono più di 200 europei, tra cui circa 80 italiani.

La figlia di Don Juan, Margarita, lo ha ricordato come padre e soprattutto come dirigente della sua comunità di Nurio. Infatti, già dagli anni '70 fu uno dei giovani che parteciparono al percorso di lotta che li portò successivamente a recuperare le loro terre. La comunità di Nurio, come altre della loro regione, è famosa per la produzione artigianale di chitarre, tra le migliori prodotte in Messico. Don Juan, insieme ad altri giovani, furono incaricati dalla assemblea di partirire con le chitarre, per visitare le comunità della loro regione partecipando alle feste e le celebrazioni dei santi; il loro compito era quello di cominciare a tessere una rete di contatti ed alleati per la futura occupazione delle terre. Nello stesso periodo, e per lo stesso scopo, altri giovani di Nurio furono mandati a giro per il paese a vendere chitarre per finanziare l'acquisto delle armi, in vista del recupero delle terre. Da allora Don Juan diventò un riferimento per le comunità Purepecha, e negli anni successivi per tutte le comunità indigene ribelli del paese, e non solo. La figlia Margarita ha raccontato come, nel popolo Purecpecha, la morte non è vista come una fine, ma si pensa che "quando l'anima si ricongiunge alla terra, è per far sbocciare la vita". Infatti, nonostante la sua dolorosa scomparsa, la lotta del loro popolo non si ferma; e ce lo hanno dimostrato con la presenza di giovani dirigenti Purepecha, della comunità di Nurio e di Cheran; quest'ultima dallo scorso anno ha cacciato con le armi i gruppi criminali che gestivano il taglio indiscriminato della legna dei loro boschi, e da allora hanno messo in atto un processo di recupero delle forme di organizzazione comunitarie attraverso l'assemblea, cacciando i partiti e istituendo le loro istituzioni comunitarie autonome.

Sono state numerose le testimonianze di comunità del CNI, alcune presenti ed altre che hanno mandato un saluto attraverso una lettera perchè impossibilitate a partecipare a causa della difficile situazione, in molti casi di repressione, che stanno vivendo nei loro territori. Come le comunità Ikoots dell'Istmo di Tehuantepec, che da alcuni anni si battono contro un mega progetto di energia eolica, la cosiddetta energia "pulita", ma che in questo caso prevede l'istallazione di 9000 aerogeneratori da parte di imprese private, la cui energia elettrica non sarà per gli abitanti della regione ma per le istallazioni produttive di queste aziende (tra le imprese coinvolte, c'è pure l'Enel). Oppure gli Yaqui dello stato settentrionale di Chihuaua, che nel territorio desertico in cui vivono, si battono perla difesa dell'unico fiume della zona, che il governo statale vuole deviare per rifornire il distretto industruale della capitale. Oppure i Nahua di Xochimilco, cittadina a sud dell'area metropolitana di Città del Messico, che si battono contro la costruzione di una grande infrastruttura di comunicazione che attraverserà i loro boschi. E tanti altri, che non citiamo per motivi di spazio.

Le testimonianze delle comunità del CNI ci mostrano una fotografia, seppur parziale, della devastazione neoliberista in Messico, di quello che motli autori chiamano neo-estrattivismo, cioè un approccio perverso allo sfruttamento delle risorse che mette al centro solamente gli interessi delle grandi imprese straniere, interessate a saccheggiare tante più risorse possibili ed avere a disposizione infrastrutture di produzione di energia e di vie di comunicaizone funzionali ai loro interessi. Però, le testimonianze delle comunità indigene ribelli ci mostrano pure una fotografia della ribellione e della dignità, quella di migliaia di persone che si battono per difendere il territorio e le loro vite. Soprattutto, queste esperienze di lotta indigene ci mostrano una via reale verso l'alternativa; a partire dall'organizzazione nei luoghi di vita di ognuno e nella costruzione dal basso di esperienze autogestite nella produzione, nella comunicaizone, nella presa delle decisioni sul proprio territorio.

Nelle comunità che costruiscono l'autonomia si parla spesso di mettere in pratica le forme tradizionali di organizzazione. Nonostante questa parola "tradizionale" è vista da noi come qualcosa che rimanda al passato, che guarda indietro, in realtà queste esperienze ci parlano di pratiche rivolte verso il futuro. Alcuni autori parlano del concetto di "antimodernità" per riferirsi a molte di queste lotte, inteso non tanto come il rifiutare la modernità, ma l'opporsi agli assetti gerarchici e alle disuguaglianze della modernità. Per capire meglio questo discorso possiamo pensare a quando alcuni anni fa ci chiamavano "no global", e non eravamo certo contrari al processo in atto di maggiore circolazione di persone, merci e idee nel mondo. Allo stesso modo, i popoli indigeni non vogliono certo tornare al passato, come ci ha mostrato il giovane messicano di Los Angeles, cantante rap, che come migrante nella grande città americana, insieme ad altri cerca di costruire percorsi di alternativa nel quartiere a partire dalle sue origini e dal suo sapere indigeno. Le forme di organizzazione cosiddette "tradizionali" dei popoli indigeni sono quelle che hanno permesso loro difendersi e sopravvivere di fronte agli attacchi dei poteri politici ed economici di turno. Le loro forme di gestione del territorio, anche se chiamate "tradizionali", sono probabilmente le uniche che possono garantire un futuro dignitoso ai territori, ma soprattutto a chi ci abita. Per questo le lotte indigene in Messico, e nel mondo, sono viste da tanti attivisti come degli alleati privilegiati e dei compagni; anche se ci possono sembrare realtà diverse e lontane, sono delle lotte come le nostre contro le ingiustizie e lo sfruttamento perverso delle risorse che viviamo in tutto il mondo.

Lo scorso anno avemmo l'onore di conoscere Don Juan nella sua casa a Nurio. Era molto interessato a conoscere le forme di organizzaizone della gente in Italia. Gli raccontammo delle esperienze dei centri sociali, e del progetto di comunicazione di GlobalProject, visto che anche loro stavano discutendo di istallare una progetto di comunicazione comunitaria, che pensando allora nella forma di una radio. Ci disse che guardava con interesse quello che si muoveva in Europa, ed i movimenti giovanili dei precari e degli studenti. Quello che ci mancava, a suo parere, era il controllo e la gestione di un territorio, come movimenti sociali urbani.

Don Juan stava allora lavorando nella ristrutturazione della sua casa, attività che poi ha causato l'incidente della sua morte. Ci disse che nei '90, dopo anni di lotta per il recupero delle loro terre, e dopo che era diventato nonno, aveva pensato di dedicarsi alla famiglia e a sistemare la sua casa. Nel gennaio 1994, dopo l'insurrezione zapatista, disse a sua moglie: "Cara, devo partire", e da allora aveva continuamente girato per l'attività politica dentro il moviemnto indigeno. In quesi ultimi anni il movimento indigeno messicano, ed in generale quello legato all'EZLN, aveva avuto un momento di riposo per quanto riguarda la presenza nell'arena pubblia, e per questo Don Juan aveva ritrovato il tempo di dedicarsi alla sua casa e la famiglia. Adesso pare che sia giunto il momento di rimettersi in cammino, in tanti, tra l'EZLN, popoli indigeni e lotte sociali che lottano in basso e a sinistra. Immaginiamo che Don Juan avrebbe di nuovo detto alla moglie che era tornato il momento di partire. Ma, se lui non ci potrà essere, si metteranno in cammino sicuramente i giovani dirigenti delle sue comunità e di altri popoli indigeni e lotte sociali messicane e del mondo, come le nuove generazioni di precari che negli ultimi tempi hanno fatto sentire la loro voce e la loro rabbia.

> tratto da www.globalproject.info

venerdì 4 gennaio 2013

E’ il tempo della ribellione


La Jornada – Giovedì 3 gennaio 2013
La lezione dell'EZLN: non si può mettere a tacere la storia, affermano Villoro e Navarro a chiusura dell'incontro
Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de Las Casas, Chis., 2 gennaio. Celebrando "il fragore del silenzio dei nostri fratelli zapatisti che hanno svegliato il mondo - anche i più increduli - tornando ad accendere la fiamma della speranza", i filosofi Luis Villoro e Fernanda Navarro hanno salutato il Terzo Seminario Internazionale di Riflessione e Analisi Pianeta Terra, Movimenti Antisistemici che si è chiuso oggi.
Nel loro messaggio, Villoro e Navarro affermano: Ci hanno dato una nuova lezione: che la storia non si può mettere a tacere. Non molto diverso è quello che sono venuti a dire in questo particolare dialogo interculturale le voci dell'America indigena, da esperienze differenti, cariche dell'energia (newen, la chiamano i mapuche) del divenire della storia.
Nella sessione finale sono risuonate forte le voci dell'intellettuale di lingua mapundungun Luis Cárcamo-Huechante e del dirigente amazzonico dell'Ecuador Severino Sharupi Tapuy. Non sono tempi per procedere lentamente, ha detto il secondo, in rappresentanza dell'importante Confederazione Nazionale Indigena dell'Ecuador (Conaie). Ha esposto una valutazione dell'impatto del movimento indigeno sulla vita del suo paese nei passati 20 anni, non esente da autocritiche, perché ha ammesso che, a dispetto dei risultati, hanno commesso errori legati all'intenzione di prendere il potere (e sono stati vicino a farlo, abbattendo tre presidenti e ottenendo una nuova Costituzione).
Secondo Sharupi, non si è costruito un potere dal basso per l'idea di prendere il potere esistente. Le sue parole risultano urgenti: Non è più il momento di resistere soltanto. È il momento di fare un passo avanti. È il tempo della parola e della ribellione. La consonanza con i messaggi zapatisti che hanno permeato questo seminario internazionale è evidente: Siamo un popolo in costruzione, ha detto, e paradossalmente ha concluso: Come la tartaruga che è lenta, ma, siccome procede sulle sue quattro zampe, non cade.
Il dire facendo/fare dicendo degli ecuadoriani si sposa anche, senza ripeterlo, con l'uso della parola che ha caratterizzato il movimento zapatista del Chiapas nei due stessi decenni in cui la Conaie ha percorso le proprie strade, e non è la prima volta che si incrociano. 
Cárcamo-Huechante, mapuche cosmopolita per l'esilio, ha parlato a nome della Comunità di Storia Mapuche, organizzazione di lotta culturale in Cile che ha trovato nei libri e nella radio strumenti di autonomia. Ha descritto l'esperienza di auto-pubblicarsi, con una visione propria della storia, la geografia, l'interpretazione del territorio e la comprensione della legge.
L'opera collettiva Historia, colonización y resistencia en el País Mapuche è una pietra miliare nell'attuale e contundente risveglio dei popoli di Wall Mapu, in Cile (e Argentina). Continuano ad essere colonizzati dallo Stato cileno, tradizionalmente razzista e che li ha perseguitati e derubati. Dalla dittatura di Pinochet viene loro applicata l'infame legge antiterrorista. 
Ma anche in Ecuador, col suo governo più progressista (ma fondamentalmente favorevole alle estrazioni minerarie, dice Sharupi), si applica una legge simile contro i dirigenti indigeni.
Insieme a queste voci, quelle di Félix Díaz, qarashé della comunità qom dell'Argentina; del mapuche Andrés Cuyul, e quelle del Congresso Nazionale Indigeno del Messico, sentite ieri. Tutti questi interventi sono stati tradotti o commentati in tzeltal e tzotzil, in considerazione del pubblico locale venuto ad ascoltare gli analisti, i dirigenti ed i saggi, come Luis Villoro e Jean Robert.
Fedele al pensiero attivo che ha caratterizzato la sua vita, Robert ha parlato con generosità del mondo contadino, dove risiede la resistenza, ed ha avvertito del pericolo della sua scomparsa di fronte al disastro ecologico che si diffonde nel pianeta. La parola chiave per lui è costruzione. 
Anche Villoro e Navarro, rispondendo all'appello zapatista dichiarano: dietro quel silenzio ci invitano, ci incitano a far camminare la parola, la loro parola, per mostrare quello che loro hanno ottenuto resistendo e costruendo un mondo nel quale tutto quello che ha vita si ama e si rispetta, perché ha cuore. http://www.jornada.unam.mx/2013/01/03/politica/005n1pol

giovedì 3 gennaio 2013

Messico – Interviste ad alcuni movimenti partecipanti al Seminario Internazionale del CIDECI

Testimonianze di lotte dal basso contro la spoliazione neoliberista

In questi giorni al Seminario Internazionale "..pianeta terra: movimenti antisistema.." hanno partecipato organizzazioni e movimenti sociali provenienti dal Messico e altri paesi dell'America. Movimenti diversi tra loro, alcuni contadini, altri indigeni ed altri urbani. Chi si organizza nella propria comunità, chi lo fa nelle assemblee dei condomini, o chi si riprende spazi sociali nel quartiere. Tutte queste lotte sono risposte alla spoliazione della vita e del territorio da parte dei grandi interessi del capitale e delle riforme neoliberiste. E tutte praticano una forma di fare politica che si basa sulla consapevolezza che l'unica alternativa per la vita e la dignità può solo venire dall'autorganizzazione dal basso a partire dei luoghi di vita e di socialità.

Pubblichiamo di seguito delle interviste ad alcuni di questi movimenti, come testimonianze di risposte organizzative dal basso alla devastazione del neoliberismo e del potere del denaro.

Il Movimento Popolare La Dignidad (MPDL) di Buenos Aires in Argentina. E' una componente del movimento che negli anni scorsi era chiamato dei Piqueteros, disoccupati che a partire da metà anni '90 iniziarono ad organizzarsi e lottare, fino a diventare il perno del movimento che durante la grande crisi del 2001 fece cadere il governo. Se in quei primi anni i piqueteros lottarono soprattutto per beni materiali di prima necessità e per servizi richiesti al governo, il MPDL ha continuato negli anni successivi organizzandosi nei quartieri, riprendendosi spazi sociali e mettendo in atto una costruzione di alternativa che loro chiamano "prefigurazione"; con questo termine si riferiscono al fatto che i processi che mettono in atto sono una prefiguarazione, un'anticipazione della società futura per cui lottano. Nei loro spazi stanno discutendo e realizzando progetti per una nuova educaizone, per la salute, e per una comunicazione indipendente, attraverso una radio e una televisione comunitaria...guarda il video

Il Movimento per la Giustizia nel Barrio è invece un esperienza nata nel 2004 nel quartiere di Harlem a New York. Di fronte alle minacce di sgombero dei loro palazzi da parte di grandi immobiliari, in un contesto di gentrificazione del loro quartiere, gli abitanti messicani immigrati cominciarono ad organizzarsi e realizzarono una serie di iniziative per difendere le loro case. Il movimento in quetsi anni è cresciuto, fino a contare attualemtne 750 persone, organizzate in assemblea per ogni palazzo in cui è presente il movimento. Non più solo migranti messicani e latini, ma pure asiatici, neri e bianchi, che a partire da una lotta di resistenza hanno cominciato a discutere sulle loro necessità nel quartiere. Dal 2006 sono Aderenti alla Otra Campagna dell'EZLN e le figure ed i simboli dell'immaginario zapatista sono sempre presenti nelle loro manifestaizoni nel quartiere. Realizzano iniziative di solidarietà con le comunità zapatiste ed altre lotte nel mondo, e per solidarizzarsi con le comunità autonome del Chiapas sotto attacco alcuni anni fa hanno occupato il consolato messicano a New York...guarda il video

Il Movimento Contadino di Santiago el Ester (MOCASE) è un'organizzaizone nata nel 1990 da alcune famiglie che si opposero all'espropriazione delle loro terre da parte di multinazionali che volevano istallare monocoltivazioni di cotone. Attualmente sono più di 9000 famiglie, organizzate in 5 differenti regioni, nel nord dell'Argentina. Negli anni hanno subito repressioni, con attivisti ammazzati e tanti altri arrestati o con ordini di cattura. Anche loro, a partire da una mera resistenza alla spoliazione neloiberista, hanno messo in moto un processo di costruzione di alternativa dal basso, inaugurando nel 2007 una loro scuola di agricoltura biologica, e itsallando loro progetti produttivi autogestiti. Una grande vittoria del movimento è che, di fronte agli anni passati in cui molti giovani emigravano alle città perchè vedevano nel campo solo povertà ed emarginazione, adesso i giovani restano perchè vedono nelle loro comunità un contesto che offre loro delle adeguate condizioni materiali ed una vita dignitosa...guarda il video

Felix Diaz, è un rappresentante della comunità Qom, in Argentina, circa 800 famiglie che resistono all'espropriazione del loro territorio, oltre che all'emarginazione e al razzismo in cui sono relegati per la loro condizione di popolazione indigena. Privati, lo Stato, un prgetto di parco nazionale, sono in tanti che da ogni lato cercano di accaparrarsi del loro ambiente di vita. La comunità per farsi sentire ha bloccare la strada che attraversa il loro territorio per mesi, azione che ha costretto Felix ed altri suoi concittadini a rifugiarsi in latitanza per un anno e mezzo a causa di ordini di cattura su di loro. Recentemente hanno fatto un presidio per 4 mesi nella capitale, ma la lotta per la difesa del territorio continua...guarda il video

mercoledì 2 gennaio 2013

Voci dal Seminario di riflessione e analisi: PlanetaTierra


La Jornada – Mercoledì 2 gennaio 2013
 
Hermann Bellinghausen. Inviato.San Cristóbal de las Casas, Chis., 1º gennaio. Ci troviamo di fronte all'opportunità di organizzare a livello mondiale un'immensa rete di collettivi a difesa del territorio, della terra e della Terra, ha dichiarato Pablo González Casanova davanti a un auditorium strapieno dell'Università della Terra in questa città; ciò, in riferimento alla persistente e crescente costruzione dell'autonomia delle comunità zapatiste. "Questo è il compito fondamentale, se pensiamo alla 'altra politica', costruita dal basso".
La proposta zapatista, ha aggiunto, è una nuova alternativa al vecchio dilemma riforma/rivoluzione che ha caratterizzato il dibattito e le lotte della sinistra nel XX° secolo. Siamo di fronte ad un nuovo momento che cambia la geometria politica, che va oltre l'opposizione destra-sinistra, parlando, come fanno gli zapatisti, del sopra e del sotto.
González Casanova sostiene che il mondo affronta una crisi ad ampio spettro, più grande di una crisi finanziaria o economica. Non ciclica, né di breve o lunga durata, dovuta al modello di accumulo intrapreso dal capitalismo nella sua fase attuale che mette in rischio la sopravvivenza stessa del mondo.
Ha rimarcato la novità del modo di presentare le alternative rivoluzionarie, lì dove le grandi trasformazioni promulgate da Lenin e Mao sono fallite. Ha origine il sudest messicano, abitato dai popoli maya, e rappresenta un progetto universale, non per una nuova politica indianista o solo indigenista, ma di emancipazione umana che, per quanto possibile, sarà pacifica.
Il sociologo messicano si domanda: che cosa hanno Cuba e la sua rivoluzione per continuare ad esistere dove altre esperienze come quella sovietica o quella del Vietnam hanno portato al tipo di capitalismo che attualmente guida quelle nazioni? È la combinazione di Marx e Martí, ha azzardato. Sostiene che oggi è l'esperienza del Venezuela quella che è arrivata più lontano nel continente, senza ignorare quello che succede in Ecuador, Bolivia ed Uruguay, che pure essendo insufficiente, punta a come può resistere l'attuale fase di ricolonizzazione e saccheggio del capitalismo.
Mentre nei loro cinque caracoles nella selva e sulle montagne del Chiapas migliaia di basi di appoggio zapatiste celebrano a porte chiuse il 19° anniversario dell'insurrezione dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), in questa città si svolge il Terzo Seminario di riflessione e analisi Pianeta Terra: movimenti antisistemici, dove questa sera è intervenuto González Casanova.
Uno striscione sul portone del caracol di Oventic, negli Altos, recitava in caratteri rossi e neri: "Lunga vita ai compagni aderenti all'Altra Campagna del Messico e del mondo". Le guardie incappucciate indicavano ai giornalisti che si poteva riprendere o fotografare solo questo. Su altri due striscioni si leggeva la richiesta di liberazione immediata di Francisco Santiz López, base di appoggio dell'EZLN, ed Alberto Patishtán Gómez, aderente all'Altra Campagna. Ieri sono giunti nei caracol migliaia di indigeni in numerosi gruppi provenienti dalle diverse comunità.
Il terzo seminario internazionale ha fatto da eco al deliberato silenzio della marcia zapatista questo 21 dicembre. Ed anche per riannodare il dialogo della società civile e degli intellettuali che continuano ad essere interlocutori dello zapatismo; ora, dopo il recente comunicato del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno, Comandancia Generale dell'EZLN, e le lettere al governo federale passato e nuovo del subcomandante Marcos. Tutto conferma il vigore e l'urgenza dell'autonomia comunitaria che nelle montagne del Chiapas oggi rappresenta l'esperienza di autogestione più estesa e longeva al mondo, in permanente resistenza.
Il Congresso Nazionale Indigeno (CNI) si è espresso ampiamente attraverso la voce del dirigente purépecha Salvador Campanur, della comunità autonoma di Cherán, Michoacán, come spazio di riflessione ed incontro di tutti i popoli e nazioni indios disposti a procedere in autonomia, libertà e resistenza. Non a caso la figura ed il nome di don Juan Chávez Alonso, morto mesi fa, è risuonata per bocca di sua figlia Margarita, arrivata qui dalla comunità di Nurío, e di altri suoi compagni.
Erano presenti per salutare e ribadire la loro lotta i wixaritari di Jalisco e la difesa contro le imprese minerarie nel deserto sacro di Wirikuta; gli yaquis che difendono il loro fiume omonimo contro la barbarie del governo panista di Sonora, e gli amuzgos di Suljaá, Gueriero, per voce della sua Radio Ñomndaá. L'Assemblea dei Popoli Indigeni dell'Istmo in Difesa della Terra e del Territorio ha insistito nel denunciare gli abusi colonizzatori delle multinazionali dell'energia eolica che infestano le comunità zapotecas di Unióne Hidalgo e Juchitán, come i popoli ikoot di San Dionisio e San Francisco del Mar, nel sud di Oaxaca. Le spagnole Mareña Renovables, Femosa ed altre, con l'inganno, violando i diritti dei popoli, ed appoggiate dal governo oaxaqueño, hanno causato grandi danni sociali ed ambientali, e minacciano di causarne ancora di più se i popoli non le fermeranno.
Dal suo inizio, il seminario ha adottato come indirizzo di riflessione la condizione dell'ascolto attento: È un nuovo tempo delle lotte dei popoli, ha detto il giorno 30 l'antropologa femminista Mercedes Oliveira, al CIDECI-Università della Terra. Hanno partecipato Jerome Baschet, Xóchitl Léyva e Ronald Nigh, anche come attenti ascoltatori del silenzio e della parola dei ribelli che l'Anno Nuovo del 1994 si sono sollevati in armi contro il malgoverno e quasi due decenni dopo sono ancora presenti e contano. Ora annunciano nuove iniziative ed azioni. Anche Sylvia Marcos ha affermato quello che ha sentito dall'impressionante silenzio e dai corpi dei 40 mila zapatisti che il 21 dicembre hanno sfilato in cinque città del Chiapas, e dopo le più recenti parole dell'EZLN.
Hanno illustrato le loro lotte ed affinità anche Emory Douglas, figura storica del partito delle Pantere Nere statunitensi; Andrés Cuyul, rappresentante del popolo mapuche; la cineasta e nazionalista portoricana Ivonne María Soto, e Juan Haro, del Movimento per la Giustizia del Barrio di New York. Il pensatore belga François Houtart, nella sua interpretazione del disastro capitalista, ha affermato che esiste una resistenza generalizzata contro la disuguaglianza economica ed il sistema che si è costruito nel mondo, e che di fronte alla crisi della logica dello sviluppo dobbiamo trovare alternative e non solo regolamentazioni; bisogna ripensare in maniera completa la realtà della Terra e la realtà umana.
Gustavo Esteva ha parlato di questa crisi all'interno della crisi del capitalismo ed enumerato i dati minimi delle condizioni di disastro sociale, politico, economico, alimentare, ambientale e di vita in cui si trova il Messico, ed ha invitato a consolidare le vie dell'autonomia, l'autosufficienza alimentare, la difesa delle risorse e, soprattutto, il pensiero libero, decontaminato, senza il quale non sarà possibile la costruzione di un mondo diverso.
Poco prima, Silvia Ribeiro aveva tracciato le coordinate dell'imminente appropriazione, da parte di Monsanto e simili, del mais e della vita in Messico, aiutati dall'entusiasmo riformatore dei legislatori di tutti i partiti che spianano la strada alle multinazionali ed alle loro coltivazioni transgeniche, per di più, con diritto di brevetto. 
Ben riassume quello che il CNI ed i relatori sono venuti ad esporre in questo seminario internazionale molto partecipato, la gratitudine di Margarita Chávez Alonso a suo padre per avere insegnato il percorso dell'EZLN alle comunità di Michoacán. http://www.jornada.unam.mx/2013/01/02/politica/005n1pol -  (Traduzione "Maribel" - Bergamo)

Governatore del Chiapas chiede compimento Accordi di SanAndres

 

La Jornada – Mercoledì 2 gennaio 2013
 
 
Dalla Redazione
San Cristóbal de las Casas, Chis. 1° gennaio. Il governatore Manuel Velasco Coello ha chiesto il rispetto degli accordi di San Andrés in materia di diritti e cultura indigeni, come concordati nel febbraio del 1996 dall'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) ed il governo federale. 
Nel 19° anniversario dell'insurrezione armata dell'EZLN, Velasco Coello ha reso nota la sua posizione di fronte alla rinascita della lotta zapatista; ha annunciato azioni di governo e manifestato la sua disponibilità e sostegno ad ogni iniziativa che contribuisca alla pace giusta e degna.
Il governo del Chiapas, ha dichiarato, si impegna a rispettare le proprietà zapatiste che oggi sono ad uso e beneficio sociale, nel contesto del rispetto di ogni forma di proprietà della terra. Rispetteremo il diritto alla resistenza e all'autodeterminazione degli zapatisti. 
Il governo statale sarà attento alla proposta e implementazione di ogni programma statale di sviluppo nelle comunità con presenza zapatista, ha promesso Velasco. 
Non è nostro obiettivo la divisione delle comunità, ma il benessere, lo sviluppo e l'unità di tutti i popoli indigeni del Chiapas, ha affermato. 
Manuel Velasco ha dichiarato che il suo governo si adopererà per la difficile e tesa situazione nelle comunità zapatiste Comandante Abel e San Marcos Avilés, nella regione nord, cercando di contribuire ad una soluzione duratura e giusta. In quelle località le basi zapatiste lottano per la loro autonomia.
Sulla richiesta di liberazione del professore tzotzil Alberto Patishtán Gómez e di Francisco Santiz López, originario del municipio di Tenejapa, il governo statale ritiene necessaria la loro immediata scarcerazione. 
Il governatore considera che il veemente silenzio dell'EZLN è un'opportunità per costruire un movimento per la pace con giustizia. 
Ciò nonostante, il governo del Chiapas ritiene che sono i fatti programmati e coerenti, e non le vaghe dichiarazioni, a poter spianare la strada ad una soluzione giusta e duratura; fatti che, a loro momento, dovranno essere vagliati da parte dell'EZLN e della società nel suo insieme, completando così e continuando il non facile processo di soluzioni ferme e durature.
Le mobilitazioni zapatiste del 21 dicembre scorso non sono passate inosservate dal nuovo governo dello stato, sono un fatto trascendente che deve segnare l'inizio di un processo di soluzioni ferme e durature, ha detto Velasco Coello. 
Nel 19° anniversario dell'insurrezione armata, il governatore del Chiapas ha affermato che le ultime parole dello zapatismo sono costruttive, pacifiche, politiche ed arricchiscono la pluralità. http://www.jornada.unam.mx/2013/01/02/politica/007n1pol


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