giovedì 7 maggio 2015

Subcomandante Moises: Sulle Elezioni. Organizzarsi.

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Aprile 2015.
Ai compagni della Sexta:
A quelli che stanno leggendo perché gli interessa sebbene non siano della Sexta:

In questi giorni, come ogni volta che avviene questa cosa che chiamano “processo elettorale”, sentiamo e vediamo che se ne escono col fatto che l’EZLN chiama all’astensione, cioè che l’EZLN dice che non si deve votare. Dicono questa e altre stupidaggini, poiché hanno la testa grande per niente, visto che non studiano la storia e neppure ci provano. E questo seppure scrivano libri di storia e biografie e prendano i soldi per tali libri. Ovvero, guadagnano per dir bugie. Come i politici.
Chiaro che voi sapete che a noi non interessano le cose che fanno quelli di sopra per cercare di convincere la gente di sotto del fatto che la tengano in considerazione.
Come zapatisti che siamo non chiamiamo a non votare e nemmeno a votare. Come zapatisti che siamo ciò che facciamo, ogni volta che è possibile, è dire alla gente che si organizzi per resistere, per lottare, per ottenere ciò di cui si ha bisogno.
Noi, come molti altri tra i popoli originari di queste terre, ormai conosciamo il modo di fare dei partiti politici, e si tratta di una brutta storia di brutta gente.
Una storia che per noi come zapatisti che siamo ormai storia passata.
Credo che fu il defunto Tata Juan Chávez Alonso a dire che i partiti politici dividono i popoli, li mettono gli uni contro gli altri, li fanno litigare perfino tra parenti.
E di quando in quando, lo vediamo accadere in queste terre.
Voi sapete che in varie comunità nelle quali stiamo, c’è gente che non è zapatista, che vivacchia senza organizzarsi e aspettando che il malgoverno gli passi la sua elemosina per farsi qualche foto per dimostrare che il governo è buono.
Allora vediamo che, ogni volta che ci sono elezioni, alcuni si vestono di rosso, altri di azzurro, altri di verde, altri di giallo, altri trasparenti, e così combattono tra di loro, a volte tra gli stessi familiari. Perché combattono? Ebbene, per vedere chi li comanderà, a chi obbediranno, che gli darà ordini. E pensano che se vince il tale colore, chi ha appoggiato quel colore riceverà più elemosina. E allora li vediamo dire che sono ben decisi e consapevoli nell’aderire a un partito, e a volte arrivano ad ammazzarsi per un fottuto colore. Perché sono quelli che già comandano a volere l’incarico, a volte vestendosi di rosso, o di azzurro, o di verde, o di giallo, o mettendosi un nuovo colore. E dicendo che fanno parte del popolo e che bisogna appoggiarli. Ma non fanno parte del popolo, sono gli stessi governanti che un giorno sono deputati locali, un altro sono sindaci, un altro sono funzionari di partito, poi sono presidenti municipali e così via, saltando da un incarico all’altro, e anche da un colore all’altro. Sono gli stessi, gli stessi cognomi, sono i parenti, i figli, i nipoti, gli zii, i cugini, i parenti, i cognati, i fidanzati, gli amanti, gli amici degli stessi bastardi e bastarde di sempre. E dicono sempre la stessa roba: dicono che salveranno il popolo, che ora si comporteranno bene, che non ruberanno più così tanto, che aiuteranno i poveracci, che li tireranno fuori dalla miseria.
Ebbene, si spendono i loro soldi, che ovviamente non sono loro bensì sono presi dalle imposte. Però queste bastarde e bastardi non spendono i soldi per aiutare o sostenere i poveracci. No. Li spendono per mettere i loro nomi e le loro foto nella propaganda elettorale, negli annunci delle radio e televisioni commerciali, nei loro giornali e riviste a pagamento, e compaiono perfino al cinema.
Ebbene, quelli che nelle comunità sono sostenitori sfegatati di un partito al momento delle elezioni e molto consapevoli del loro colore, quando alla fine viene fuori chi ha vinto passano tutti a quel colore, perché pensano che così gli verrà dato il loro regalino.
 







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SupGaleano: Il Muro e la Crepa- Primi Appunti sul Metodo Zapatista

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3 maggio 2015
Buona sera, giorno, notte a chi ci ascolta e chi ci legge, indipendentemente da calendari e geografie.
Il mio nome è Galeano, Subcomandante Insurgente Galeano. Sono nato all'alba del 25 maggio 2014, per volere collettivo e non mio, e nemmeno di altri, altre e otroas. Come il resto delle mie compagne e compagni zapatisti, mi copro il volto quando è necessario mostrarmi, e mi scopro per nascondermi. Nonostante non abbia ancora compiuto un anno di vita, il comando mi ha assegnato il compito di guardia, vedetta o sentinella in uno dei posti di osservazione di questa terra ribelle.
Siccome non sono abituato a parlare in pubblico, tantomeno di fronte a così tante e così (scusate, dev'essere il singhiozzo da panico del palcoscenico), dicevo così raffinate personalità, vi ringrazio per la comprensione per i miei balbettii ed inciampi nella difficile e complicata arte della parola.
Ho assunto il nome di Galeano, il nome di un compagno zapatista, un maestro ed organizzatore, indigeno che fu aggredito, rapito, torturato ed assassinato da paramilitari patrocinati da una presunta organizzazione sociale: la CIOAC-Histórica. L'incubo che si concluse con la vita del compagno maestro Galeano, iniziò l'alba del 2 maggio 2014. Da quell'ora, noi, zapatiste e zapatisti, abbiamo iniziato la ricostruzione della sua vita. 
In quei giorni la direzione collettiva dell'EZLN decise di far morire il personaggio autonominato SupMarcos, allora portavoce degli uomini, donne, bambini ed anziani zapatisti. Da allora, l'incarico di portavoce dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale è stato assunto dal Subcomandante Insurgente Moisés. Per sua voce parliamo, attraverso i suoi occhi guardiamo, nei suoi passi camminiamo, noi siamo lui.
Mesi dopo quel 2 maggio, la notte è scesa sul Messico aggiungendo un nuovo nome alla già la lunga lista del terrore: "Ayotzinapa". Come è già avvenuto altre volte nel mondo, una geografia del basso veniva segnalata e nominata da una tragedia studiata ed eseguita, cioè, un crimine.
Abbiamo già detto, per voce del Subcomandante Insurgente Moisés, cosa ha significato Ayotzinapa per zapatiste e zapatisti. Col vostro permesso e delle mie compagne e compagni cape e capi zapatisti, riprendo le sue parole.
Ayotzinapa è dolore e rabbia, ma non solo. È anche e soprattutto l'ostinato impegno dei genitori e compagni degli assenti.
Alcuni di questi genitori che non hanno lasciato cadere la memoria, ci hanno fatto l'onore della loro condivisione e sono qui con noi in terre zapatiste. 
Abbiamo ascoltato la parola di Doña Hilda e Don Mario, madre e padre di César Manuel González Hernández, ed abbiamo la presenza e la parola di Doña Bertha e Don Tomás, madre e padre di Julio César Ramírez Nava. Con loro reclamiamo i 46 assenti.
A Doña Bertha e Don Tomás chiediamo di far arrivare queste parole agli altri familiari degli assenti di Ayotzinapa. Perché è stata la loro lotta a far avviare questo semenzaio.
Credo che più di una, uno, unoa, della Sexta e dell'EZLN concorderanno con me che avremmo preferito che non fossero qui. Voglio dire che avremmo voluto che fossero qui ma non per dolore e rabbia, ma per un abbraccio tra compagni. Che non fosse successo nulla quel 26 settembre. Che il calendario avesse dato una mano amica ed avesse saltato quella data, e che la geografia si fosse persa e non si fosse fermata ad Iguala, Guerrero, Messico.
Ma se dopo quella notte di terrore la geografia ha raggiunto gli angoli più remoti del pianeta, e se il calendario resta fisso su quella data, è stato per il vostro impegno, per la grandezza della vostra semplicità, per la vostra dedizione incondizionata.
Non abbiamo conosciuto i vostri figli. Ma conosciamo voi. E vorremmo che la nostra ammirazione e rispetto sia per voi una certezza, anche nei vostri momenti di dolore e solitudine.
È vero, non possiamo riempire le strade e le piazze delle grandi città. Ogni mobilitazione, per piccola che sia, per le nostre comunità rappresenta una perdita importante nella loro economia, già di per sé difficile, come quella di milioni di persone, sostenuta con difficoltà dalla ribellione e resistenza che dura da oltre due decenni. Dico nelle nostre comunità, perché i nostri aiuti non sono la somma di individualità, ma sono azione collettiva, pensata ed organizzata. Sono parte della nostra lotta. 
Non possiamo emergere nelle reti sociali, né far arrivare le vostre parole oltre i nostri cuori. Non possiamo nemmeno aiutarvi economicamente, anche se sappiamo che questi mesi di lotta vi hanno segnato nella salute e nelle condizioni di vita.
Succede anche che il nostro essere ribelli ed in resistenza il più delle volte è visto con sospetto e sfiducia. Movimenti e mobilitazioni che si svolgono da diverse parti, preferiscono non rendere esplicita la nostra simpatia. Sensibili al "cosa diranno" mediatico, non vogliono che la loro causa sia associata in alcun modo "agli incappucciati del Chiapas". Lo capiamo, non lo discutiamo. Il nostro rispetto per le ribellioni che pullulano nel mondo include il rispetto delle loro valutazioni, dei loro passi, delle loro decisioni. Rispettiamo, ma non ignoriamo. Siamo attenti ad ognuna delle mobilitazioni che affrontano il Sistema. Cerchiamo di comprenderle, cioè, di conoscerle. Sappiamo che il rispetto nasce dalla conoscenza, e che la paura e l'odio, queste due facce del disprezzo, non poche volte nascono dall'ignoranza.
La stragrande maggioranza nel mondo, non solo nel nostro paese, è come voi, sorelle e fratelli familiari degli assenti di Ayozinapa. Persone che devono combattere giorno e notte per un pezzo di vita. Gente che deve lottare per strappare alla realtà qualcosa per sopravvivere.
Chiunque in basso, uomo, donna, otroa, che conosca la storia che vi addolora, simpatizza con la vostra lotta per chiedere verità e giustizia. La condivide perché nelle vostre parole vedono la ripetizione delle loro storie, perché si riconoscono nel vostro dolore, perché si identificano con la vostra rabbia.
La maggioranza non è andata a manifestare, non ha creato temi nelle reti sociali, non ha rotto vetri, non ha incendiato auto, non ha gridato slogan, non ha usurpato palchi, non ha vi ha detto che non siete soli.
Non l'hanno fatto semplicemente perché non hanno potuto farlo.
 






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lunedì 4 maggio 2015

Fwd: [Ezln-it] Parole del Subcomandante Moises

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 Compagne ecompagni zapatisti delle comunità basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.
Compagne, compañeroas e compagni della Sexta nazionale e internazionale.
Sorelle e fratelli del Messico e del mondo.
Salutiamo la famiglia del compagno Luis Villoro.

Benvenuti in terra ribelle che lotta e resiste, in terra Zapatista.
È un onore avervi con noi e con le Basi di Appoggio Zapatiste delle 5 zone. 
Benvenuta la famiglia del compagno Maestro Zapatista Galeano. 
Vi abbracciamo, compagne e compagni della famiglia del compagno Galeano, come abbracciamo la famiglia del compagno Luis Villoro. 
Dobbiamo dare e saper dare l'onore che meritano per la missione che i nostri compagni Galeano e Luis Villoro hanno compiuto. 
Compagni, compagne e compañeroas, fratelli e sorelle, oggi siamo qui non per ricordare, ma per la mancanza fisica dei compagni Galeano e Luis Villoro.
Siamo qui per ricordare e parlare della lotta che hanno portato avanti nelle loro vite, del loro lavoro, la loro resistenza. 
Non siamo qui a ricordare la morte, ma quello che hanno lasciato da vivi, e dobbiamo far sì che continuino ad essere vivi nella lotta e nel lavoro. 
Siamo noi che dobbiamo tenere vivi per sempre coloro che hanno dato la vita per un mondo nuovo, hanno costruito per il popolo. 
Non siamo qui per erigere una statua. 
Una statua non trasmette vita, non dà vita un museo, non parlano. 
Siamo noi che parliamo e che dobbiamo far sì che vivano e per generazioni ci saranno statue e musei nei nostri cuori e non semplicemente come un simbolo.
... segue a questo link:






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Subcomandante Marcos: Luis lo zapatista (3/3)

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UN REGALO IN STILE ZAPATISTA
Un'altra alba. Don Luis, l'allora Tenente Colonnello ed oggi Subcomandante Insurgente Moisés ed io avevamo iniziato la discussione intorno alle 17:00 ora del fronte di combattimento sudorientale. Alle 21:00 il SupMoy si scusò perché doveva andare a controllare le postazioni circostanti.
Il modo di discutere di Don Luis era particolare: mentre altri gesticolano ed alzano la voce, lui sorride vagamente assente. Quando altri parlano solo per slogan, lui dice uno sproposito â€" “Solo per prendere tempo”, dicevo a me stesso.
Di solito quelle discussioni sembravano incontri di scherma. Benché sia superfluo dirlo, il più delle volte mi batteva. Così accadde una certa volta. Don Luis allora rise e disse: “Battuto, ma non distrutto!”. Io mi ricomposi a parole, facendogli notare quanto sarebbe malvisto un filosofo neopositivista che citi, intenzionalmente o meno, la seconda lettera dell'apostolo Paolo ai Corinti. E lui, con sorriso furbo: “e sarebbe ancor peggio che un capo zapatista riconosca la citazione”. Allora si alzò e recitò in tono drammatico: “Siamo tormentati da tutto, ma non angosciati; in difficoltà, ma non disperati; perseguiti, ma non abbandonati; battuti, ma non distrutti” quindi rivolgendosi a me: “e mi stupisco che lei non abbia detto che si tratta del capitolo IV, versetti 8 e 9”.
Ancora dolorante per la batosta dialettica, riposi: “ho sempre pensato che quel testo sembra più un comunicato zapatista che descrive la resistenza, che parte dal Nuovo Testamento”.
“Ah! la resistenza zapatista!”, esclamò con entusiasmo.
Poi: “Sa una cosa Subcomandante? Dovreste aprire una scuola”.
“Non una, tante”, gli dissi.
Erano gli anni 2005-2006, anni prima Don Luis era entrato tra le nostre file e le Giunte di Buon Governo erano impegnate nelle necessità in ambito di salute ed educazione nelle zone, regioni e comunità.
Don Luis allora precisò: “No, non mi riferisco a quelle scuole. Naturalmente, bisogna aprirne molte, senza dubbio. Io mi riferisco ad una scuola zapatista. Non una dove si insegni zapatismo, ma dove si mostri lo zapatismo. Una dove non si impongano dogmi, ma si discuta, si pongano domande, si costringa a pensare. Una il cui motto sia "E tu che fai?".
Veramente l’idea di Don Luis non era originale. L'avevano già abbozzata prima con diversi enunciati, Pablo González Casanova ed Adolfo Gilly.
Ma la nostra idea non era né è insegnare, neppure "mostrare". Ma provocare. Il "Tu che fai?" non richiedeva una risposta, ma sollecitare ad una riflessione.
Proseguo:
La discussione si trasformò in conversazione, nello stesso modo in cui un torrente raggiunge una piana nel suo corso tortuoso e si trasforma in un sereno fluire. Sereno, sì, ma inarrestabile.
Era ormai l'alba. La guardia notturna ci avvertì che Moy era ancora occupato e ci offrì del caffè. Alla mia occhiata Don Luis rispose con un gesto affermativo. Non so nemmeno se realmente Don Luis bevesse caffè, lasciò sempre la sua tazza intatta. Allora l'attribuivo al calore della discussione. Ora mi rendo conto che non gli ho mai nemmeno chiesto se era sua abitudine berlo. Si poteva supporre, naturalmente, filosofo, certo, che "caffè" per un filosofo fosse qualcosa di non gradito. O forse lo beveva. Siamo in Chiapas. Venire in Chiapas e non bere caffè è… come andare a Sinaloa e non mangiare chilorio, come andare ad Amburgo e non farsi un hamburger, come andare alla Realidad e non imbattersi in idem.
Il fatto è che, senza rendercene conto, stavamo parlando di regali.
“Immagini quale potrebbe essere il regalo perfetto”, proposi.
“Il più sorprendente”, risposi senza pensarci.
"No, quello per cui non si potrebbe ringraziare", rilanciò.
"O quello che non sarebbe un regalo", contrattaccai.
"Come?", chiese intrigato.
"Per esempio un enigma, o il pezzo di un puzzle. Cioè, un regalo senza una ragione. Se non c'è un motivo, aumenta la sorpresa", dissi.
"Certo, ma per chi lo dà, potrebbe essere un regalo non poter essere ringraziato per il dono", disse come a sé stesso.
Più l'argomentazione logica si vivacizzava, più pensavo che Don Luis si stava stancando. Invece no, era animato ed aveva gli occhi lucidi, come se…Mi alzai e gli toccai la fronte. Non dissi niente, ma andai sulla porta e dissi alla guardia: “Fai venire la compa di salute”.
Don Luis aveva la febbre. La insurgenta di salute raccomandò antipiretico, un bagno freddo e molti liquidi. Don Luis non si oppose a nulla. Ma quando la compagna se ne andò mi disse “basta un po’ di riposo” e si addormentò. Restò così per 2 giorni, svegliandosi solo per mangiare qualcosa e andare in bagno.
Ormai ripresosi del tutto, mi disse che doveva andarsene, mi raccomandò di rileggere i suoi rapporti di guardia e salutò.
Giunto sulla porta, senza voltarsi a guardarmi ma tra sé, mormorò: “Ecco, un regalo per il quale non si possa ringraziare. Sarebbe molto zapatista”. Si sistemò il basco, mi disse qualcosa d'altro e se ne andò.
Ora, a più di 12 lune dalla sua assenza, posso raccontare quello che mi disse salutandomi quella mattina, con il sole che disegnava luci ed ombre.
“Compagno subcomandante insurgente marcos”, mi disse mettendosi sull'attenti con grande vitalità.
“Compagno Luis Villoro Toranzo”, gli dissi seguendo la mia vecchia abitudine di fare così per dire che ero pronto ad ascoltare.
“Voglio chiederle una cosa”.
Non mi sfuggì l'abbandono dell'informalità, ma lo attribuii alla sua nuova professione.
“Non dica niente a nessuno di tutto questo, almeno per il momento”, chiese.
“Naturalmente”, dissi, “capisco. Il segreto, la clandestinità, certo, la famiglia non deve saperlo”.
“Non è questo”, mi disse.
“Voglio che lo dica in seguito”.
“Quando?”, gli chiesi.
“Lo saprà quando sarà il momento giusto. Per dirla a modo nostro: “quando arriverà il calendario e la geografia”.
“Perché”, domandai curioso.
“È un regalo che voglio fare ai miei figli e alla mia compagna”.
“Don Luis, non scherzi, è meglio che regali a Juan una cravatta verde a pois rossi ed a Miguel una rossa a pois verdi, o viceversa; a sua figlia Renata un vaso e a Carmen un portacenere, o viceversa. Come in ogni buona famiglia, litigheranno. A Fernanda un quaderno di appunti, di quelli a righe. Sono inutili ed orribili tutti questi regali, ma quel che conta è il pensiero”.
Don Luis rise di gusto. Poi continuò serio:
"Racconti loro la mia storia. O meglio, questa parte della mia storia. Capiranno così che non mi nascondevo da loro. L'ho solo custodita come un regalo. Perché l'incantesimo dei regali è che sono una sorpresa. Non crede?".
"Dica loro che gli regalo questo pezzo della mia vita. Dica loro che l'avevo tenuto nascosto non come si nasconde un crimine, ma come si conserva un regalo".
"Guardi Sup, si diranno molte cose sulla mia vita, alcune buone, altre cattive. Ma questa parte, credo, sbaraglierà tutto, ma non con pena e dolore, ma con la vivacità di quel venticello fresco che tanto ci manca quando la pena dell'assenza ed i grigiori della serietà, della formalità e le citazioni si trasformano in lapide ed epitaffio".
"Va bene, Don Luis", gli dissi, "ma non scarti l'idea delle cravatte, del vaso, del portacenere e del quaderno di appunti".
Se ne andò sorridendo.
Dunque Juan, Fernanda, familiari di Don Luis Villoro Toranzo, per anni ho conservato in segreto questo pezzo del grande puzzle che è stata la vita di Don Luis.
Non quella volta, ma in seguito, mentre la rabbia ed il dolore scaturivano dal corpo massacrato del compa maestro zapatista Galeano, ho capito il perché di conservare questo pezzo della sua vita.
Non lo nascondeva perché si vergognasse, né perché temesse che lo denunciassero al nemico dalle mille teste, o perché così si evitassero i tentativi di dissuaderlo.
Era perché voleva farvi questo regalo.
Un pezzo che provoca, che infonde coraggio, che agita, proprio come il suo pensiero che si fa vento birichino in noi.
Un pezzo in più della vita di Don Luis.
Il pezzo che si chiamava Luis Villoro Toranzo, lo zapatista dell'EZLN.
Cadde e tacque nel compimento del suo dovere, coprendo la posizione di sentinella in questo mondo assurdo, terribile e meraviglioso che siamo impegnati a costruire.
So bene che ha lasciato un’eredità di libri e di brillante traiettoria intellettuale.
Ma, mi ha lasciato anche queste parole affinché oggi io le pronunciassi:
“Perché ci sono segreti di cui non vergognarsi, ma di cui andare orgogliosi. Perché ci sono segreti che sono regali e non affronti”.
Ora e solo adesso, mentre vi consegno queste pagine, potrete leggere il titolo di questo testo in cui viene avvolto, con le mie rozze parole, il pezzo del puzzle che si chiamava:
“Luis Villoro Toranzo, lo zapatista”
Bene. Salute e ricevete da tutti e tutte noi l’abbraccio che ci ha lasciato in custodia per voi il compa zapatista Don Luis.
Dalle montagne del Sudest Messicano, ed ora sotto terra.
Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, 2 maggio 2014
Reso pubblico il 2 maggio 2015





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